Ecco “Start”, il nuovo album di Ligabue: recensione track by track

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Start
Foto di Ray Tarantino

Start
Ligabue
2019
(Warner)
voto: 6,5

A 3 anni di distanza da Made in Italy, Luciano Ligabue torna con un nuovo album di inediti dal titolo emblematico: Start.
Una nuova partenza, un nuovo inizio, tante prime volte, come sottolineato nella nostra lunga intervista: la prima volta che il Liga appare in copertina per un album di inediti (le uniche altre due volte erano state per le raccolte Primo e Secondo tempo), la prima volta che nel disco ci sono solo 10 canzoni, la prima volta che non è la band di Luciano a suonare i brani.
Il grosso del lavoro, infatti, è stato fatto dal produttore Federico Nardelli (Gazzelle, Galeffi) che ha prodotto, arrangiato e suonato basso, chitarre elettriche, acustiche e 12 corde, batterie addizionali, pianoforti, sintetizzatori, Farfisa, Moog e cori. Un ulteriore apporto è stato dato da Giordano Colombo (che ha fatto da tecnico del suono e ha suonato batterie e percussioni), e ovviamente da Luciano.
La band ha partecipato lo stesso alla lavorazione, seppur in maniera marginale: Max Cottafavi ha suonato la chitarra elettrica in Ancora noi e quella acustica ne Il tempo davanti, Federico Poggipollini ha suonato le chitarre in Quello che mi fa la guerra, Ancora noi e Mai dire mai, Niccolò Bossini chitarra in Certe donne brillano, Luca Scarpa pianoforte in Vita morte e miracoli, piano ed Hammond in Mai dire mai.
C’è spazio anche per il figlio di Luciano, Lenny, che ha suonato la batteria sul finale de La cattiva compagnia.

L’album, dopo un breve intro tra sintetizzatori, piano e una chitarra che anticipa il riff del primo brano, si apre con Polvere di stelle, sound familiare e riconoscibile del Luciano degli ultimi anni, segno che la nuova produzione è riuscita comunque a lasciare nelle canzoni il classico marchio di fabbrica “alla Ligabue”. La canzone sembra essere quasi un invito a venire a vedere, a conoscersi davvero in profondità, al di là delle apparenze e delle maschere che si indossano tutti i giorni, perchè alla fine siamo tutti fatti di polvere di stelle e abbiamo bisogno di qualcuno che cambi il nostro mondo. Una scelta emblematica quella di mettere questo brano in apertura di un disco dalla forte connotazione personale, come a voler invitare l’ascoltatore ad empatizzare col Liga per arrivare ad una conoscenza profonda che si approfondirà attraverso tutto il disco (“Ho bisogno di te / che hai bisogno di me / per cambiare il tuo mondo / Hai bisogno di me / che ho bisogno di te / per cambiare il mio mondo”).

Ancora noi parte con una cassa in quattro e dei cori con uno stile che tornerà in maniera ricorrente nell’arco di tutto l’album, rappresentando forse la verà particolarità di questa nuova produzione. L’amicizia in età adulta è il tema fondamentale della canzone e prende spunto dalla tradizione ultradecennale del Liga coi suoi amici di sempre: «da 35 anni affittiamo una casa in campagna per riprodurre la nostra idea di bar, con tanto di tavolata per le cene, un biliardo, un calcio balilla, i tavoli per giocare a carte. Non c’è venerdì in cui non ci si veda». Gli anni passano, spunta qualche ruga, i capelli imbiancano, la vita mette di fronte a sfide più o meno dure, ma le facce sono sempre quelle, lo spirito è rimasto quello di un tempo e resterà uguale fino alla fine (“Siamo rimasti ancora noi / siamo ancora noi / E’ stato tutto vero / sarà comunque vero / e fino all’ultimo respiro”).

Tocca ora al singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, ovvero Luci d’America, dove troviamo messa in musica e parole la contrapposizione caratteriale di Luciano e della sua compagna, come ci ha raccontato nell’intervista. Lui più cupo (“io vedo fumo sulle macerie”), lei più positiva (“tu guardi nello stesso punto e sorridi”), fino ad “aprirgli gli occhi” e contagiare la sua visione del mondo (“di certi miracoli / uno può accorgersi / solo da sveglio”).

Un riff di chitarra dall’aria vagamente country-western introduce Quello che mi fa la guerra, dove si prova a fare i conti col nostro inconscio, con la nostra altra metà che conosciamo solo noi e che ogni giorno ci dà del filo da torcere, ma con cui siamo costretti a confrontarci sempre (“ha quella faccia che ho / quelle scarpe in cui sto / quello che mi fa la guerra / Ha quella casa in cui sto / quello specchio che ho / quello che mi fa la guerra”).

Mai dire mai è la prima vera e propria canzone d’amore del disco, e su un classico ritmo da ballad vengono snocciolate le varie fasi di un rapporto, dal primo incontro al primo viaggio, passando per gli scazzi dei momenti di rabbia. Il “mai dire mai” del titolo e del ritornello richiamano la tematica di Giorno per giorno, brano di Nome e cognome. Chiude il pezzo un assolo,l’unico in tutto l’album, suonato da Fede Poggipollini (“vorrei dirti di meglio / vorrei dirti di più / tutto quello che manca / devi mettercelo tu / che ti fidi del mondo / come tu soltanto sai / e ogni giorno mi ricordi che / mai dire mai”).

Il nuovo singolo, in rotazione radiofonica proprio da oggi in contemporanea alla pubblicazione dell’album è Certe donne brillano, piccola galleria di donne che brillano nella memoria, quelle con cui si è avuta una relazione che ha lasciato un segno, nel bene o nel male. Ogni strofa è dedicata ad una donna diversa, rendendo il brano un album fotografico della memoria, il tutto su un ritmo sostenuto da basso e batteria durante le strofe, per poi aprirsi in un ritornello con un bel tiro rock. Piccola curiosità: il riff di chitarra iniziale ricorda quello di You make me feel loved di Zucchero (“Certe donne brillano / certe donne restano / certe donne dicono ‘presente’ / e sono andate via da un po'”).

Vita morte e miracoli è una ballad in cui si tenta di allargare la visione del mondo attraverso l’amore e lo sguardo della persona che amiamo, come se proprio l’amore ci possa insegnare tutto quello che non sappiamo (“ma tu dimmi tutto / che ne so proprio pochissimo di tutto”). Il concetto di base è lo stesso di Luci d’America, ma qui descritto in modo ancora più diretto e intimo (“E fammi vedere la lacrima che non si tiene / e fammi vedere la lacrima che se ne va / Il tempo è soltanto un concetto / magari la bolla in cui siamo si allargherà”).

Si torna a spingere sull’acceleratore con La cattiva compagnia, introdotta da un riff di chitarra aggressivo e che riprende, in parte, il tema di Quello che mi fa la guerra, ovvero la continua lotta con il proprio carattere, i propri inferni personali e le proprie inquietudini interiori che, unite alle scelte di vita che si fanno, determinano chi siamo e la “cattiva compagnia” che ci portiamo dentro. Sul finale il raddoppio di tempo farà saltare tutti gli stadi del prossimo tour. (“C’è chi nasce fortunato / e chi nasce così sia / chi è caduto sempre in piedi / e chi fa solo acrobazie / Come va? Bene! / Come stai? Bene! / C’è chi se la porta dentro / la cattiva compagnia”).

Io in questo mondo è la risposta di Luciano alla domanda “cosa si prova quando sei di fronte a tutta quella gente?”. Da questo interrogativo è nata quindi una canzone che racconta una giornata del Liga in soggettiva, dal momento in cui arriva l’auto per portarlo al concerto a quello dello show vero e proprio, dove lui ovviamente vede uno spettacolo diverso da quello che vede chi è dall’altra parte: facce, emozioni, lacrime silenti, masse che si muovono (“E poi si accende tutto / un cuore che trabocca / e l’onda che nessuno può fermare / Lo show ce l’ho di fronte / se solo vi vedeste: / un mondo dentro un mondo / che è già un po’ migliore”).

Chiude l’album Il tempo davanti, ideale seguito di Per sempre, dell’album Mondovisione. Come tradizione nei dischi del Liga, l’ultimo brano vuole lasciare all’ascoltatore un’idea di futuro speranzosa, e in questa ballad l’intento si traduce in una carrellata di immagini della gioventù di Luciano insieme ai suoi genitori, tutti con lo stesso minimo comun denominatore della spensieratezza, della positività e della gioia di vivere esattamente quel momento, senza chiedersi cosa sarà della propria vita il giorno dopo (“tutto il tempo che ci spetta / tutto il tempo che ci tocca / e nessuno in quel momento / vuole chiedersi per niente / come mai sarebbe stato questo tempo”).

10 canzoni per 38 minuti di musica fanno di Start l’album di inediti più “corto” della discografia di Ligabue, ma è il disco in cui probabilmente ci sono il maggior numero di canzoni personali e legate agli affetti, che si tratti della moglie, degli amici o della famiglia.
Lo stile è sempre quello riconoscibilissimo del Liga (per alcuni può essere un male, per altri invece una garanzia di familiarità), aggiornato al 2019 grazie al lavoro di produzione di Federico Nardelli, che inserisce una gran quantità di effetti sonori e di elettronica, riuscendo però ad amalgamare il tutto senza renderli invasivi e rispettando l’atmosfera generale della canzone, portando quindi il sound di Luciano verso un pop-rock più vicino al mondo indie (da cui proprio Nardelli proviene).
Non c’è, tra tutti, un brano che faccia urlare al capolavoro ma Start è nel complesso un album onesto, che fotografa perfettamente il Luciano Ligabue di oggi: un uomo maturo che sta per compere 59 anni e che dopo il concept di Made in Italy, che di pari passo con la storia di Riko e Sara aveva anche una forte connotazione sociale e politica, torna a parlare di se stesso in prima persona, probabilmente in maniera schietta come mai aveva fatto prima e si mette a nudo raccontandoci la sua vita, che è un po’ quella di tutti noi, sempre in bilico tra inferni interiori e paradisi circostanti (la moglie, gli amici, gli affetti familiari), sperando che Il tempo davanti sia sempre migliore.

Tracklist

Polvere di stelleStart
Ancora noi
Luci d’America
Quello che mi fa la guerra
Mai dire mai
Certe donne brillano
Vita morte e miracoli
La cattiva compagnia
Io in questo mondo
Il tempo davanti

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