Si riesce ancora a convincere milioni di donne che il giorno più importante della loro vita è o sarà quello in cui si sposeranno. Lo si fa attingendo a paure legate a tradizioni culturali, allacciate a bisogni ancestrali, che riportano come tutto al bisogno fondamentale, che è quello di essere amati.

Malgrado le emancipazioni, depositata nelle coscienze di molti vi è la convinzione che vivere sia attendere un magico momento in cui tutte le cose per noi cambieranno in ragione di un solo, unico, fondamentale avvenimento, a partire dal quale saremo finalmente felici.

   Ma Greta non lo crede.

  Scavando in ciascuno di noi non è così difficile scoprire che il giorno più importane per una donna, per una bambina, così come per un uomo, un vecchio, un ragazzo, un adolescente, un morente, il tipo di individuo che si vuole, quel giorno memorabile e unico, irripetibile e inarrestabile, è quello in cui ci si sveglia.

   Ci si sveglia e si comprende.

Comprendere significa prendere con sé qualcosa che prima da noi era separato. Ingiustamente separato.

   Si aprono gli occhi al senso delle cose, e quel senso non può che essere la decisione di entrare a far parte della compagine luminosa di chi vuole determinare il proprio futuro. Decidere il proprio futuro può voler dire una sola cosa: smettere di essere condizionato. 

   E questo Greta lo ha fatto.

   Abbiamo attraversato millenni di sopraffazioni, di contraffazioni e soprusi, di manipolazioni e di depistaggi sul senso intimo delle cose. Ma la verità affiora sempre.

   Alcune truffe sono riscontrabili persino in ciò che molti di noi credono di poter considerare sacro. Perché così te lo hanno fatto credere, e tu non vi hai dedicato mai un solo grammo della tua intelligenza per scoprire come stessero realmente le cose. Ti sei fidato. Hai altro da fare, la vita chiama, la vita è difficile. E questo tuo sottrarti ti ha rovinato la vita.

   Ma Greta non ci è caduta.

In ogni istante da qualche parte del mondo c’è qualcuno che prende il comando della vita di molti, decidendo che dovranno fare cose estranee alla loro volontà. Ubbidire a dettami. A mode. A sentito dire.

   Succedeva in continuazione in passato, e accade sovente persino oggi, ora, in questo preciso momento, mentre leggi quello che io scrivo.

Per quanto eruditi, per quanto colti e informati, per quanto tecnologicamente avanzati si possa essere, ai nostri giorni e nella vita di tutti i giorni questa dipendenza da cose che in verità non ci riguardano e non riguardano il nostro bene l’abbiamo vissuta o la viviamo tutti.

Ed il dettaglio più diabolico di questa strategia è che ciò accade in ogni istante senza che noi si possa svelare il sortilegio.

Si vive l’inganno senza accorgersene.

   Ma a Greta è stato chiaro tutto.

La scienza stessa, mentre crede di credere nel miracolo del big bang, si prodiga nel tentativo di insegnarci che non esiste il miracolo. Questo ci porta fuori strada, impedendoci talvolta, come questa volta, di soppesare le cose per il loro effettivo peso specifico.

Un peso inestimabile.

Il peso del mondo è amore, scriveva Allen Ginsberg.

   Greta se ne è accorta, ha aperto gli occhi e ha deciso di passare dai sogni ai fatti.

Una mattina scialba con un cartello scritto a mano si è seduta per terra davanti ad un edificio importante, il Parlamento svedese, ed ha atteso che questa cosa desse fastidio, dunque si notasse, quindi se ne parlasse, poi divenisse una notizia seria, che se ne accorgessero i giornalisti, che la battessero i notiziari, e replicassero la sua figurina seduta per terra in attesa che quel gesto sortisse il suo effetto. Il cartello diceva: sciopero della scuola per il clima. Il clima era con l’evidenza che non va più spiegata, il cambiamento delle funzioni della terra. E il suo gesto è stato imitato ovunque, divenendo in breve una valanga capace di travolgere le coscienze dell’intero pianeta pensante.

   Perché era qualcosa di ovvio da fare.

Era una cosa semplice e per questo difficilissima da concepire. Una cosa che devono aver pensato in molti, senza però farla.

   Perché quando tutti sanno una certa cosa, quella cosa smette di esser vera per il semplice fatto che tutti, credendo di saperla come cosa ormai assodata, non la considerano più. Come se un problema, una volta enunciato, una volta risaputo, smettesse di essere un problema. Come se ci si potesse girare dall’altra parte dopo averlo appurato. E come se il fatto di averlo denunciato come problema, non comportasse invece e piuttosto la conseguenza di cominciare a porvi rimedio.

Questo male strisciante che affligge la nostra contemporaneità viaggia accanto a ciò che chiamiamo informazione, ed è un male in base al quale, saputa una cosa, la si considera un oggetto astratto dalla nostra vita reale. Il virtuale al quale ci siamo assuefatti ci porta ad ignorare la portata reale delle cose, credendole cose delle quali si potrà eventualmente riparlare ancora domani, giusto per fare la parte di chi ne parla. Ma così non è. Ci sono cose su cui, una volta accadute, non si può tornare indietro.

   Tutti avrebbero potuto compiere il gesto di Greta, tutti possono fare gesti veri e immediati che li rendano all’istante partecipi del proprio mondo e artefici del proprio e dell’altrui futuro, ma sono sempre troppo pochi coloro che compiono quel passo.

   Così quel passo lo ha fatto Greta.

Perché a scuola tutti ne parlavano ma nessuno faceva niente.

Perché anche in Parlamento tutti ne parlavano ma nessuno faceva niente.

Perché anche nelle stanze più eminenti del Parlamento europeo, uomini e donne attempati e benestanti, uomini e donne che a breve non ci saranno più,  si accapigliavano su decine e decine di argomenti, quello compreso, ma nessuno in sostanza faceva niente.

Gli adulti imparano che la vita impone dei limiti.

I bambini non lo vogliono sentir dire.

I bambini sanno che servono passi e vanno fatti per tempo, o non ci sarà più tempo.

   Abbiamo i libri di storia pieni di quel famoso e presunto primo passo dell’umanità sul suolo lunare, qualcosa che misteriosamente non fu sin qui mai più replicato, e la retorica dell’umanità tutta attraverso le tronfie parole di un solo uomo disse che un grande passo era stato compiuto dall’umanità. Cinquanta anni dopo, quella umanità è sul punto di compiere il vero passo inestimabile, quello di autoescludere se stessa dal gioco della vita, e dunque il passo di Armstrong impallidisce, diviene stupida propaganda.

   Ben altro passo andava fatto.

Così è stato necessario che quel piccolo fondamentale passo lo facesse una bambina, una sedicenne col corpicino, il visino, le treccine di una infante, minuscola e infantile nella figura così come lo è nella voce e nello sguardo, ma gigantesca e solenne nell’indicare la via da percorrere, a nome e per tutte le ragazze e i ragazzi e i nonni e gli adulti e i manager e i cantanti e i medici e gli architetti, gli ingegneri, le tribù, gli uccelli, gli avvocati, i professori e i filosofi e i teologi e gli scrittori e tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, tutti, nessuno escluso, come non possono essere esclusi gli scienziati. I saccenti del nostro tempo. Coloro che spesso farfugliano a vuoto.

Più colpevoli dei colpevoli, se posso dire dal profondo.

Se un docente ha una classe di ragazzi ignoranti, non potrà prendersela realmente con altri se non con se stesso.

Senza alcun scaricamento di colpe, va osservato che se gli scienziati sono la rappresentanza più evoluta del pensiero e dell’agire umano, allora il disastro sul quale passeggiamo sarà in primis da addebitare ad essi in quanto coscienza sbagliata dell’umanità.

   E non vi sono attenuanti.

La verità è che la più alta rappresentanza del mondo è sempre stata la poesia dei bambini.

La follia dei bambini.

La dolce disarmante verità vera dei bambini.

E così è andata anche questa volta.

   Questa piccola fata ha quindi sollevato per tutti con le sue minuscole mani il velo delle cose che si sanno e nessuno sapeva avere la forza di enunciare.

Il mondo sta finendo per mamo nostra.

Il mondo sul quale camminiamo, soccombe.

Soffoca.

Agonizza.

I mari si plastificano.

I ghiacciai si dissolvono.

Le specie animali svaniscono.

Gli insetti muoiono.

E noi con essi.

   Per questo il volto e la grazia bambina di Greta sono più potenti, più eloquenti e autorevoli, e le sue semplici parole più sagge di qualunque barba bianca di scienziato, di qualunque testa pensante, di qualunque multinazionale, di qualunque organizzazione del profitto e di qualunque chiesa, alle quali cose abbiamo ceduto il nostro meraviglioso violentato mondo. E la sua verginità perduta è invocabile solo da un canto di sirena bambina.

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