Il cantautore Maru racconta il suo disco d’esordio “Tradire e Fare”

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Dopo anni di gavetta passati a suonare le cover dei mostri sacri del rock e dei cantautori italiani, Mario Abate aka Maru si dedica al suo progetto solista. È passato un bel po’ di tempo da quando nel 2006 ha scritto la sua prima canzone Davvero Brava Gente, che lancia un dissacrante sputo in un occhio alla banalità ordinaria. Il livore adolescenziale ha lasciato il posto a un uomo più vissuto, ma la cifra stilistica resta  il suo acume irriverente che caratterizza i testi. Le sonorità vagamente anni ’70 richiamano un’artigianalità ormai rara nelle produzioni edulcorate contemporanee, facendo da ponte fra i miti di quel cantautorato e l’attualità del 2019.

Questo è quindi il risultato di anni di scrittura condensati in un unico disco, Tradire e Fare, gioco di parole intelligente che suggerisce il fil rouge dell’album, uscito puntualmente per San Valentino. Ma chi è Mario Abate, in arte Maru, che dalla provincia cosentina si è spostato nella fredda Milano? Ce lo racconta in questa intervista.

Ciao Mario! Chiariamo subito: il tuo nome d’arte Maru è pronunciato con o senza accento sulla U?

In realtà l’accento sulla U l’ho perso nel tragitto Cosenza-Milano, più o meno all’altezza di Roma. L’accento è rimasto al sud, mentre io sono arrivato a Milano. Mario sta in realtà per Maruzzo, abbreviato in Maru per questioni di velocità – anche se è strano a dirsi perché la velocità non appartiene fisicamente al sud (ride, ndr.). Più che un nome d’arte è quindi un nome reale.

Come nasce il tuo personaggio e la tua musica?

Tutto nacque più o meno 14 anni fa dopo varie esperienze musicali da adolescente in cui suonavo la musica dei Deep Purple e i Led Zeppelin. Mi sono poi avvicinato ai cantautori italiani innamorandomi profondamente della letteratura italiana cantata, come mi piace chiamarla. Cantautori come Rino Gaetano, De Gregori e Dalla sono i miei punti di riferimento. Crescendo ho poi sentito il bisogno di sfogarmi e scrivere qualcosa di mio. Così, nel 2006 ho scritto la mia prima canzone, che è anche la prima traccia del disco, Davvero Brava Gente.

All’epoca ho iniziato a suonare i miei primi brani con la band, ma dopo svariati cambiamenti di formazione mi sono accorto che non volevo più stare dietro ad altri che magari non credevano abbastanza nella musica per affrontare un tour ad esempio, e così è nato il mio progetto solista.

Dopo tanti anni il tuo primo disco Tradire e Fare arriva ora. È arrivato il momento giusto?

In realtà non ho identificato questo momento a priori come “momento giusto” pensando “ok, questo disco lo faccio a 30 anni”. Però finalmente ho trovato il coraggio di farlo ed è successo adesso. Ho trovato le persone giuste a 1200 chilometri di distanza dal punto in cui ho scritto le canzoni, ed è successo. Finalmente è successo.

I brani del tuo album sono accomunati dal racconto delle dinamiche nei rapporti interpersonali. Vuoi dirci di più?

Interpersonali” è la parola giusta, perché secondo me non parla esclusivamente di coppie, ma di persone. Anche fra amici, conoscenti o colleghi di lavoro ci si può tradire. Poi, parlando dell’esperienza del tradimento in sé, nelle canzoni generalmente se ne parla sempre con una vena di nostalgia o depressione, mentre nel mio disco voleva esserci la rabbia di un ragazzo giovane che vive le relazioni. Non per forza c’è maturità in quello che racconto, ma c’è un racconto, c’è l’altro lato della medaglia dell’amore.

Eppure il primo singolo che hai estrapolato, Gianni e Luca, quasi si allontana da questo fil rouge del tradimento. Il brano ricorda molto una tua versione originalissima e “Maruzziana” di Mio Fratello è Figlio Unico. Raccontacelo meglio.

Mi ci identifico, anche se il paragone è forse un po’ troppo. Rino Gaetano è stato un punto di riferimento importantissimo nella vita, più che nella carriera.

Il brano Gianni e Luca di per sé non si allontana così tanto dal fil rouge del disco. In fondo quando Gianni dice “la donna è importante solo a livello sessuale” è perché un po’ è stato tradito anche lui e non vuole crederci più. Gianni e Luca in realtà sono la stessa persona, Gianluca appunto. Parlo della sua doppia vita. Ne ho scomposto il nome e le attività.

La scelta di renderlo primo singolo è dovuta ad un incontro fatto durante le vacanze natalizie, quando sono tornato in Calabria. Parlando con un mio amico del video per il brano Camomilla che avrei voluto realizzare insieme a lui, abbiamo incontrato per caso Gianluca, la persona reale che ha ispirato il brano. Quindi ho pensato che avremmo potuto esordire con il video di Gianni e Luca, un singolo più tranquillo. Gianluca non sapeva nulla di questa canzone, scritta 12 anni fa. Gli abbiamo quindi chiesto se gli andasse di impersonare il protagonista del video e il giorno dopo lo abbiamo girato. Lui è stato felicissimo della canzone in cui si rivedeva in tutto e per tutto. In 12 anni tutti siamo cambiati, mentre Gianluca è rimasto coerente con sé stesso nel suo impegno quotidiano. Non ha avuto bisogno di crescere per trovare un lavoro, dedicarsi alla politica o al calcio… lo ha sempre fatto.

Come ha accolto questa idea di fare un video e mettersi davanti alla telecamera?

L’ha presa bene, non ha esitato e effettivamente non poteva andare meglio: il protagonista del video è colui che ha ispirato la canzone. Oltretutto ha un‘espressività straordinaria. Quello che mi piace di più è aver rappresentato Gianluca in un momento di riposo, mentre passeggia tranquillo, laddove nella canzone è sempre impegnato. Sarebbe stato retorico ripercorrere con le immagini il testo.

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Proviamo a fare un esercizio: se tu volessi descrivere la tua musica con un’unica parola, quale sarebbe?

Anche se come parola si allontana molto dalla realtà sonora, come idea mi piace definirla Punk. Ad oggi si allontana da qualunque cosa, sia come sound, sia come tematiche, sia come scelta di produzione. Questo riassume un po’ l’idea del punk di anni fa. È un disco ideologicamente punk, tanto quanto è rock De André, per intenderci. In effetti quando abbiamo finito di registrarlo ho detto “ragazzi, abbiamo fatto un disco punk” e ne sono felice.

Considerando alcune sonorità del disco, sei contento di fare musica nel 2019 e non piuttosto nel periodo boom del rock?

Sì, sono contento e spero di poter suonare il più possibile. A differenza di tutto ciò che ad oggi viene considerato indie come genere, credo che questo sia un lavoro realmente indie, nel senso di indipendente. Non come sonorità, ma come produzione. Stiamo lavorando in maniera autonoma, senza un capo o direttive, che ci stiamo dando noi. Da una parte è un difetto, mentre dall’altra ci fa sentire anche molto liberi.

Per il resto, io mi colloco nel 2019 anche se per gli anni ’70 nutro un grande amore e mi ritrovo a livello musicale. Molte canzoni le ho scritte quando ero focalizzato sui Deep Purple e quindi ritroviamo più organi e pochi sintetizzatori nel disco.

Per quanto riguarda il tuo secondo disco, ci stai già lavorando?

Sì, siamo già a 7 brani, vorrei arrivare a 10 ma sinceramente non lo faccio con l’idea di arrivare a un numero preciso. Non voglio sforzarmi di fare cose innaturali.

Quali sono secondo te le insidie per il cantautorato italiano in questo periodo?

Penso di essere troppo agli esordi per dare una risposta esaustiva, ma penso che ad esempio la iper-diffusione dei contenuti possa essere un’arma a doppio taglio. Potendo tutti diffondere la propria musica, è difficile per un ascoltatore medio ascoltare tutto. Qualcuno lo si trascura non perché non piaccia, ma perché nella “rete di pesci” di cantautori magari non ci capita. Oltretutto non siamo più così liberi di essere indipendenti, perché è sempre più importante affidarsi a qualcuno che possa guidarti nella promozione. Ma non mi spaventa, sono abbastanza fatalista. Se qualcosa deve andare bene, andrà bene.

Immagina di avere ancora un Walkman e solo una musicassetta da portarti in giro per un lunghissimo viaggio. Cosa porti con te?

Porterei con me chi mi farebbe più compagnia ed è Lucio Dalla.

Hai in programma dei live?

Ci sarà un live, la mia data zero, il 24 marzo all’Ohibò di Milano. Non suono da solo, ma sarò sul main stage insieme a Zuìn, cantautore brianzolo che ho conosciuto qui a Milano grazie a un progetto che si chiama Officine Buone, una Onlus con cui facciamo musica negli ospedali. Questa volta siamo io e lui dalle 21 alle 23, con un’ora a testa, preceduti da un live acustico di altre due ragazze, Angela Iris e Daniela D’Angelo.

 Ecco qui il disco Tradire e Fare di Maru. 

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