Federico Nardelli «Con Start ho voluto dare a Ligabue totale libertà»

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Ph. Jarno Iotti

Federico Nardelli è uno dei produttori più in voga del momento. Già qualche mese fa avevamo parlato di lui con Gazzelle, ma il suo nome è ancora più sulla cresta dell’onda, da quando ha prodotto Start, il nuovo disco di Ligabue (QUI la nostra intervista). Persona gentilissima, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui.

La prima domanda che vorrei farti è forse la più banale, ma credo che sia necessaria iniziare da qui: il tuo incontro con Luciano.
Anche la risposta può sembrare banale, ma il nostro primo incontro è stato molto emozionante. È avvenuto in una trattoria a Correggio, ricordo che prima di arrivare mi chiedevo come gestire una situazione chiaramente diversa dal solito, in cui incontravo un artista di questo calibro. Devo dirti che lui è stato veramente bravo a farmi sentire a mio agio, non ha dato nulla per scontato. Mi ha subito spiegato come si vede come artista e quello che voleva fare in quel momento. Io immaginavo che davanti a un artista come lui, che non ha bisogno di presentazioni, sarebbe toccato più a me parlare, presentarmi, o comunque dimostrare di essere all’altezza della situazione, invece la prima cosa che mi ha detto e che non mi scorderò mai, è stata «Io sono un cantautore con il suono di una band». Io gli ho risposto: «Luciano, hai detto tutto, dopo questa cosa posso pure tornare a Milano e cominciamo a lavorare».

A proposito di quest’ultimo concetto, Luciano ha quasi sempre lavorato con una forte band di supporto. Non in Start. Come mai questa scelta?
Questa è una cosa che fa parte del mio approccio di produzione. Il mio lavoro è molto elastico, ogni volta che mi relaziono con un artista penso che prima di tutto venga il lato umano/artistico e solo dopo venga il resto, quindi ogni volta decido come impostare il mio lavoro in base a chi ho di fronte. Chiaramente quando una persona inizia un discorso dicendo «Io sono un cantautore» già mi sta dicendo moltissimo. Io poi ho la particolarità di saper suonare, male (ride), quasi tutti gli strumenti, perciò per stendere una prima bozza delle versioni su cui lavorare mi facevo dare il pezzo la mattina, cominciavo a stendere la batteria, il basso, la chitarra, per avere un’idea dello scheletro, e gli dicevo di tornare la sera per ascoltare il mio lavoro. Ho cercato esattamente il suono che si potesse incastrare meglio in quel determinato pezzo; sapevo che se avesse unicamente apprezzato l’arrangiamento, molto probabilmente, gli avrei detto: «Ok, facciamolo suonare alla tua band», invece mi sono reso conte che era proprio soddisfatto del suono che avevo creato. Allora gli ho detto che secondo me potevamo fare il disco seguendo quel metodo di lavoro, perché sentivo che volevo dargli libertà totale, la possibilità di essere un po’ anche la sua band, di scatenare totalmente la sua fantasia.

Dalla demo al prodotto quasi finito, dal grezzo al diamante, cosa ci hai trovato dentro?
Ho notato un “vizio di forma”: vedevo che i brani che lui mi portava non erano chitarra e voce, ma delle demo in cui dava già un’idea di un suo arrangiamento,  che però rischiavano di influenzare il mio lavoro. Quindi gli ho suggerito, se volevamo provare a fare qualcosa di veramente diverso, di darmi tutto ma che avrei tenuto solo la voce e l’armonia. Ho cercato di fare una sorta di upgrade di produzione soprattutto a livello ritmico, che è quello che lui ha apprezzato maggiormente del mio lavoro.

Tempo fa mi colpì molto un’intervista che fece Greg Krustin, il produttore dell’ultimo album di Paul McCartney, in cui disse che, lavorando con un artista di un certo calibro, una volta ebbe un serio problema a dirgli che, secondo lui, una scelta che stavano prendendo era sbagliata (perchè era Paul McCartney). Tu ti sei ritrovano in questa situazione?
C’è stato anche quel momento. Però sai, io quando lavoro con qualcuno, chiunque sia, quella persona per me ha lo stesso valore che potrebbe avere Paul McCartney, ma è fondamentale che io per lui sia George Martin, perché ci deve essere un rapporto di fiducia totale. Ricordo che quando lo incontrai la prima volta, dopo un paio di bicchieri di Lambrusco dissi «Ragazzi, io non so perché sono seduto a questo tavolo, però o giochiamo e facciamo all-in fidandoci l’uno dell’altro, altrimenti diventa difficile». Chiaramente, per la legge dei grandi numeri, un momento simile doveva per forza arrivare, e mi sono trovato di fronte a un bivio: ricordo che dissi «Luciano, ok, siamo arrivati al punto in cui io devo dire la mia anche sulla scrittura. Devo dirti che delle cose mi funzionano meno, quindi a questo punto sta a te dirmi “Le canzoni sono esattamente come le porto” oppure dimmi se posso dire la mia anche in quel senso». E lui in realtà mi ha dato una risposta che ancora ricordo, ha detto «Guarda, in realtà in 30 anni nessuno mi ha mai detto niente sulle canzoni». È una risposta che mi ha lasciato un po’ di sasso, perché secondo me un produttore deve essere in grado di dire di no. E lui anche in questo ha dimostrato di essere un grande artista perché i grandi artisti riescono a fidarsi di un produttore. Il giorno dopo infatti mi ha richiamato e mi ha detto «Sembra che non ti ascolto, in realtà ti ascolto moltissimo».

Start è un album che, con le sue 10 canzoni, per gli standard di Ligabue può essere definito “corto”.
Non è stato un mio suggerimento, però rileggendo le varie interviste che ha fatto in questi giorni, mi sono reso conto che forse, in maniera indiretta, è stata una mia imbeccata. Dico questo perchè ho arrangiato i brani cercando l’essenzialità, quindi mi è venuto in mente che questo modo di lavorare possa aver innescato in lui, nella scelta della tracklist, questa voglia di essenzialità anche nell’ascolto del disco. Perché quel che noi volevamo tutelare, fin dall’inizio, era quell’ascoltatore che voleva sentire il disco dall’inizio alla fine, facendo tutto il viaggio insieme a Luciano.

Luciano ha dichiarato che ti avrebbe chiesto di gestire, dal punto di vista sonoro, anche l’attività live. Come ti stai muovendo?
Ci tengo a precisare che questo aspetto lo sto curando con Giordano Colombo, che tra l’altro ha suonato la batteria ed è stato il sound engineer di Start. Una volta finito il disco Luciano si è trovato di fronte a una scelta: quella di dire «Bello il suono del disco, ma portiamolo alla natura live che abbiamo avuto fino a oggi», oppure fare l’esatto opposto, riproporre tutto il repertorio con questo suono. E ha scelto questa seconda opzione. Quindi stiamo cercando di riportare un po’ tutte le canzoni in questa ambientazione, chiaramente senza stravolgere nulla: lui ci tiene tantissimo che i fan riescano a vivere la stessa esperienza sonora che vivono sul disco, trovandosi  però di fronte Luciano e la sua band.

L’atmosfera con la band com’è?
Il lavoro con la band va benissimo, sono tutti grandissimi musicisti e, come è stato un grande artista lui a fidarsi di me, sono stati grandi loro perché sono riusciti a trovare la loro chiave di lettura nei miei arrangiamenti. Questa cosa sta riuscendo molto bene perché sono molto a fuoco con il progetto. Mi piace dire che io e Luciano abbiamo creato un recinto in cui poter far muovere la band, che però ha tirato fuori grandi cose. Si può dire che io ho avuto la gestione del progetto, ma è un gran lavoro di squadra.

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Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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