Enrico Ruggeri racconta “Alma”, disco scritto con la voglia di stupire ancora

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Enrico Ruggeri
@Angelo Trani

Enrico Ruggeri ha 61 anni e ha inciso la bellezza di 35 album. Eppure ha sempre voglia di fare musica, di farla a modo suo, senza inseguire le mode. Ora pubblica Alma, che arriva dopo due anni molto intensi passati col suo primo amore, i Decibel. È un gran bel disco, contenente 11 canzoni davvero ispirate. “Roba buona”, insomma. Ne abbiamo parlato con lui…

Ovviamente iniziamo dal titolo, Alma
«Mi sono svegliato una mattina con questa parola in testa, che in spagnolo vuol dire “anima”. Invece in latino ogni vocabolario dà una sfumatura diversa, che può essere sia la parte propositiva dell’anima, o quella positiva, sorridente, costruttiva. Questo mi piaceva. Inoltre non volevo chiamare l’album con il titolo di una canzone. Volevo una parola unica. Del resto sono uno che con 10 lettere ha chiamato tre figli: Pico, Eva, Ugo. Insomma, mi piaceva questa parola breve e incisiva».

FARE MUSICA VUOL DIRE SUONARLA

C’è stato un punto di partenza per il disco, un’idea?
«L’idea è stata arrivare in studio con la chitarra, band schierata e dire: “questo pezzo fa così, sol, la minore…”. Poi iniziavamo a suonarlo: magari per due giorni non succedeva niente. Quando era il momento lo registravamo. Nei provini non c’era nessun groove di batteria, nessuna tastiera virtuale. Nei Decibel, i suoni di Silvio erano quelli di synth, minimoog etc. Qui abbiamo usato i suoni che Francesco Luppi possiede nelle sue tastiere. Insomma, c’è stato un palese e snobistico orrore per tutto quello che senti in radio».

Aver inciso Alma dopo un lungo periodo passato con i Decibel ha influito?
«La lezione che mi hanno dato Fulvio e Silvio è stata importante: loro dicevano “che cazzo me ne frega, mi piace e la faccio così”. Io ho sempre cercato di ottemperare a questo principio, ma con loro ancora di più… L’anno scorso eravamo a Sanremo. Arrivava un cantante e io lo abbracciavo, lo baciavo. Loro mi chiedevano “chi è?”. Magari era uno che aveva fatto il Forum un mese prima… Facevamo lunghi viaggi in macchina discutendo per l’ennesima volta sull’uscita di Peter Gabriel dai Genesis o di Hugh Cornwell dagli Stranglers, ed erano discussioni interminabili. Loro mi hanno insegnato che si può fare un bel disco senza conoscere chi c’è in cima alle classifiche».

Come lacrime nella pioggia l’hai scritta con Pico. Come è nata?
«Pico è un tipo strano, è un fricchettone. Ha pubblicato tre album, poi ha deciso che preferiva fare lunghi viaggi in Bolivia o chissà dove. Però continua a scrivere canzoni che canta nelle cerimonie sciamaniche. Un giorno gli ho chiesto di farmene sentire alcune. Una di queste iniziava con “la paura che mi prende parte dal profondo di me” e si fermava lì. Partendo da questa riga e dalla sua musica, ho scritto il testo, poi abbiamo adattato il tutto: all’inizio c’erano dei chitarroni alla R.E.M., era abbastanza country, un po’ alla Pico».

Enrico Ruggeri

Di norma quanto ci lavori a un testo?
«C’è l’orrore per il già detto, che essendo al 35esimo album, quindi avendo scritto oltre 400 canzoni, non è poco. Poi c’è il gusto per la parola, per la lingua italiana, di cui sono un fan. È difficile applicarla al rock, con tutte le nostre parole piane, cioè accentate sulla penultima sillaba. Ma la nostra è una lingua meravigliosa in quanto varietà di termini, quindi se uno si applica poi i risultati arrivano».

In una canzone parli di “cura esagerata di un dettaglio”. Questo ti ha mai creato problemi?
«Io sono uno che si innamora e disinnamora continuamente. In Il futuro è un’ipotesi dicevo “Ti ho visto addentare un panino dentro all’Autogrill / a volte un dettaglio può uccidere la poesia”. Magari sei con una grande gnocca, poi vedi che tra i denti ha un pezzetto di prosciutto di un Fattoria e improvvisamente ti crolla tutto il castello. Da lì parte un meccanismo a catena che non riesci più a fermare».

COL PALLONE C’È CHI GIOCA E CHI LI FA

Il brano Un pallone è dedicato a Iqbal Masih, un bambino pakistano morto a soli 12 anni, diventato un simbolo dello sfruttamento del lavoro giovanile…
«La canzone è nata dopo che ho raccontato la storia di Iqbal nel mio programma Il falco e il gabbiano, che conduco su Radio 24. Quindi ho avuto modo di approfondirla, è una storia davvero terribile. Lui in realtà faceva i tappeti, non i palloni. Ma mi piaceva questa immagine a tre strati: se pensi al pallone, ti viene in mente Cristiano Ronaldo, bello, milionario. Poi ci sono milioni di bambini della parte fortunata del mondo che giocano col pallone sognando di diventare come Ronaldo. Infine ci sono i bambini che quei palloni li fanno…».

In questo brano duetti con Ermal Meta.
«Sono amico di Valerio Soave, quindi ho seguito tutte le fasi del suo innamoramento per questo ragazzo che usciva da La Fame di Camilla. Poi ci siamo conosciuti, quando era appena partito ha aperto alcuni miei concerti. Più avanti, quando aveva decuplicato il numero degli spettatori, sono stato io ospite di concerti suoi. Ci sono delle analogie: anche lui viene da un gruppo, anche lui soffre di sovrapproduzione come mi succedeva negli anni ’80. Scrive pezzi per tutti, finisce la tournée, gli viene un’idea e ne ricomincia un’altra. Quindi in qualche modo lo sento vicino. Io ho pochissime frequentazioni con i cantanti, difficilmente mi incontri a cena con un collega. Con Ermal potrebbe capitare, è capitato… Quando gli ho fatto sentite questo pezzo, gli è piaciuto e ha detto “vengo a cantarlo”. Dopo siamo andati a cena».

Enrico Ruggeri
Enrico con Ermal Meta

Un tuo grande amico è Evaristo Beccalossi…
«Siamo amici fraterni. È un’amicizia nata negli anni ’80, quando lui era una superstar e io iniziavo a fare il cantante. Lui veniva ai miei concerti, così ci siamo conosciuti, siamo diventati amici, abbiamo avuto alterne vicende nella vita. Lui smette di giocare, che per un calciatore è sempre un trauma, poi si costruisce altre carriere. Le nostre mogli erano amiche, ma poi ci siamo separati entrambi. Insomma, c’è tutta una vita vissuta insieme abbastanza in parallelo. Lui era veramente un cane sciolto: durante l’intervallo fumava due sigarette, poi faceva gol; oppure rientrava ad Appiano Gentile alle 6 del mattino. Lui è una rockstar che per combinazione ha giocato a calcio».

In Alma ci sono due brani scritti con Capeccia, uno con Muzio… Come decidi che una canzone è per i Decibel, e una per Ruggeri?
«Dipende, se stai lavorando coi Decibel, per forza di cose diventa un pezzo dei Decibel. Stavolta stavo lavorando a un disco mio…. Ma siccome ci vediamo spesso, gli ho chiesto se avessero pezzi che non fossero smaccatamente Decibel. Mi hanno fatto sentire delle cose, e quelle che ho inciso sono quelle che mi hanno colpito particolarmente».

Enrico Ruggeri
I Decibel

Come mai hai dedicato una canzone ai supereroi?
«Il pezzo di Fulvio mi è arrivato su iPad e mentre lo sentivo a casa, con un testo in finto inglese, c’erano i miei figli che mi correvano intorno cantandolo. Così mi sono detto: qui ci vuole un testo “per bambini”, però alla Bennato, tipo Il gatto e la volpe. Supereroi è un brano con vari livelli di lettura: c’è la mancanza di punti di riferimento, oppure un certo decisionismo trumpiano sulle avversità al male. Insomma, ci sono vari modi per interpretarla».

Un brano si intitola L’amore ai tempi del colera: scontato pensare a Gabriel García Márquez…
«Il nesso è l’enorme poesia degli amori non vissuti. Se Florentino, il protagonista del libro di Márquez, la sua bella l’avesse sposata a 20 anni, si sarebbe rotto i coglioni a 26. Perché la ama tutta la vita? Perché ha passato tutta la vita a sognare una donna che non ha. Insomma, ha fatto una malattia dell’amore non vissuto. La superiorità degli amori non vissuti rispetto a quelli che si confrontano con la vita reale è schiacciante».

CIME TEMPESTOSE

Altro titolo preso a prestito dalla letteratura, Cime tempestose, che peraltro al suo interno cita Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen…
«Tra l’altro in quel pezzo a mio avviso c’è una delle frasi più poetiche del disco, riferita alla morte: “Con il terrore atavico del misterioso sogno irreversibile”».

Un brano di cui è obbligatorio dire qualcosa è quello finale, Forma 21
«Nasce da un post di Laurie Anderson, dove racconta gli ultimi istanti di vita di Lou Reed: lei che lo sorregge, lui che fa questa forma 21 del tai chi, figura nella quale ti elevi verso il cielo. E mentre lo sorregge, lui muore. Peraltro dice una cosa che, ahimè, ho verificato anche io, nel senso che mi è capitato di essere lì nel preciso istante in cui una persona è morta: l’attimo della morte è un attimo di stupore. Questo ti fa pensare, hai visto mai che morendo ha visto qualcosa che non potrà raccontare ma è una vera sorpresa?».

Nelle varie canzoni ricorre spesso il riferimento a treni, barche, navi…
«La metafora “il treno va” è strausata ma è sempre affascinante. La vita è come un treno: uno sale, ci parli un po’, poi scende…».

Enrico Ruggeri
@Angelo Trani

Tu nella vita reale sei un viaggiatore?
«Non sono un viaggiatore per vacanza, però ho viaggiato molto grazie a pretesti lavorativi. Ho avuto la fortuna di vedere l’Australia, il Brasile, la Corea, tutta l’Europa. In quel caso magari arrivo due giorni prima e me ne vado due giorni dopo».

In copertina c’è un tuo ritratto realizzato da Dario Ballantini…
«Avevo il problema di fare la 35esima copertina… ad un certo punto Stefania Alati ha avuto l’idea: sei amico di Ballantini, perché non chiedi a lui? Così l’ho chiamato, senza dargli alcuna indicazione. Gli ho detto soltanto di ritrarmi esattamente come mi vede lui… Molti lo conoscono soltanto per le imitazioni, peraltro molto belle, ma lui è davvero un grande artista, giustamente uno dei più quotati tra i pittori italiani contemporanei».

Enrico Ruggeri

Tu hai iniziato nel ’77: sono passati più di 40 anni. Di quell’Enrico è rimasto qualcosa?
«Credo di sì. Un po’ voglia di spiazzare, scandalizzare, magari senza mettersi le dita nel naso. Ho mantenuto intatto uno spirito tra il provocatorio e il dispettoso. Anzi, oggi più di allora, anche perché adesso ho una maggiore capacità di dosare gli ingredienti. Però questa voglia di dire “io non c’entro un cazzo con voi” c’è sempre».

Qualcosa che non rifaresti?
«Magari una certa sedentarietà affettiva tipo affidarsi agli stessi musicisti che non cambiavano mai. Cioè la voglia di avere una famiglia, che nei termini tradizionali non ho avuto, e quindi in qualche modo non mutare mai niente. Che so, David Bowie dopo 4 dischi ha preso Carlos Alomar e ha abbracciato Mick Ronson, lasciandolo al suo destino… Insomma, quella curiosità magari esasperata che ti fa dire “questo è mio amico, ma adesso voglio provare a fare altro”. A volte invece mi sono seduto sulle mie certezze».

Enrico Ruggeri
@Angelo Trani

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