Piotta sempre sulla cresta della “Grande onda”: «L’importante è non fermarsi mai!»

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Tommaso Piotta ormai è uno dei capisaldi della musica italiana, ma non solo: la sua esperienza artistica oltre a viaggiare a 360 gradi tra le note ha toccato anche la televisione, il cinema il teatro e la scrittura, come se l’arte fosse la linfa vitale di questo “rapper” (volutamente tra virgolette per non identificare la sua figura artistica poliedrica in un unico genere).
Lo conobbi quando ero ancora giovane: frequentavamo un famoso negozio di dischi romano, dove entrambi eravamo soliti passare il pomeriggio tra puntine e beat. Da quei primi anni la sua evoluzione è stata costante e frutto di un enorme studio attraverso i suoni, le tendenze e uno sguardo totale sul panorama musicale mondiale, attraverso il quale ha saputo trasformarsi e reinventarsi diverse volte senza risultare mai banale.

In questi giorni è uscito Ma la vita, secondo singolo estratto da Interno 7, l’ultimo disco pubblicato da Piotta lo scorso settembre. Un brano emozionale che richiama le atmosfere presenti in tutto l’album, con un arpeggio di chitarra acustica che si mescola con i beat e gli accenti del rap, sottolineando la sua narrazione. Interno 7 è anche il nome del tour che Tommaso sta portando in tour in tutta Italia e che sta riscuotendo un grande successo.
Abbiamo incontrato Piotta per un’intervista che attraversa tutta la sua carriera, dagli esordi fino ad oggi.

Come tradizione di ogni mia intervista, chiedo all’intervistato di suggerire ai lettori un disco da ascoltare in sottofondo durante la lettura. Tu cosa consigli?
Consiglierei i primi due singoli dei Coma_Cose in attesa del nuovo album: belli, moderni e allo stesso tempo con molta più fotta e attitudine hip hop di tanta roba che gira. Almeno quella attitudine che piace a me.

Noi ci siamo conosciuti nel periodo in cui si passavano i pomeriggi al quartiere Flaminio da Goody Music mettendo la puntina sul vinile. Che ricordo hai di quei tempi in cui la cultura hip hop cominciava ad affacciarsi in Italia?
Ricordi bellissimi, sia per i primi vagiti di quel nuovo suono che per le tante esperienze di quell’età. Goody, piazzale Flaminio, prima ancora Forte Prenestino, Villa Ada, il liceo Giulio Cesare. Tantissima passione, solo genuinità e purezza, pionieri visionari in mezzo al nulla. Quello che c’è stato dopo lo abbiamo plasmato con le nostre mani e sognato con la nostra fantasia di studenti.

L’inizio con la Taverna VIII Colle e successivamente Rome Zoo: la scena romana ai tempi si affermava come una delle più importanti a livello nazionale. Cosa c’era a quei tempi secondo te che portava ad un’identificazione a mio parere molto maggiore verso la musica che si ascoltava?
L’assenza del web. Ogni città aveva il suo stile, nel linguaggio e nell’attitudine: hardcore e selvaggia quella romana, unica e direttissima nello slang, col parlato quotidiano al posto del linguaggio vetusto di molti cantautori. Quel quotidiano che come Taverna VIII Colle ci ha permesso di arrivare ad un numero di persone impressionanti a furie di jam prima e di mixtape poi, tra cui le mitiche cassettine targate “Robba Coatta”. Il Rome Zoo riuniva tutti sotto un’unica egida, ed era bello. Poi ci sono state alcune spaccature figlie dell’età, ma alla fine siamo ancora tutti qui con grande amore tra noi, e con il più grande amore possibile per Primo.

Poi arriva appunto Robba Coatta e l’indimenticabile Supercafone, che finì per diventare quasi un’arma a doppio taglio, tra la possibilità di arrivare al grande pubblico e l’etichetta che ti avevano affibiato di rapper trash. Come hai vissuto quel periodo?
Tanto lavoro, tanti traguardi, troppo stress. Da “voyeur” di una società da rappare, divenire l’oggetto da osservare è stato strano. Per non sentirmi fuori dal mio ruolo di musicista ed outsider non ho mai finito di studiare, crescere ed evolvermi. Così ho sperimentato con il film, con la tv, con la radio, con il teatro, persino quello lirico. E poi la musica, dal rhythm’n’blues di Supercafone alla disco del Giaguaro, dal rap-surf de La Grande Onda al funk di Troppo Avanti, all’oscurità folk di 7 vizi Capitale al cantauto rap di Ma la vita. L’importante è non fermarsi. Mai.

Ospite di questa rubrica è stato anche Turi, con il quale hai condiviso tanto del tuo percorso musicale. Come nacque la vostra collaborazione e perchè le vostre strade artistiche si sono divise?
L’ho conosciuto grazie a Squarta, che con lui già lavorava e condivideva l’origine calabra. Per i pezzi che componevo allora era il compagno di palco ideale. Sarcastico, cinico, funkyflow pazzesco, bravissimo in free-style. Ho ricordi bellissimi con Salva, e ci sentiamo spesso. Le nostre strade non si sono umanamente divise, nel senso che sono io che mi sono diviso dall’hip hop rispetto a scelte musicali, condivisibili, fatte da altri amici come appunto Turi o gli amici del Colle. Ognuno fa quello che sente: nella musica la regola è che non ci sono regole.

Parlaci della tua etichetta La grande onda. Con quale obiettivo hai deciso di scommettere sulla produzione?
Con l’obiettivo che ho da sempre: mi piace essere indipendente e libero, che sia un genitore o un produttore. Ho rapporti ottimi con tutti i produttori artistici ed esecutivi con cui ho lavorato, ma farlo in prima persona è una cosa istintiva che nutro sin dai tempi dei mixtape. Ho solo portato questo istinto a un livello professionale, con tutti gli aspetti societari, tecnici del caso, o del cazzo che siano quando ti scontri con le noie della burocrazia.

Sei stato il primo italiano ad esibirsi nel Warped Tour: che emozioni ti sei portato via da quella esperienza?
Tutte: 5 settimane, quasi 20 città. Ho pagato un bel supplemento e le emozioni me le sono portate tutte dietro, così come quelle in Giappone o recentemente in Canada. Io ancora mi stupisco quando suono a Villa Ada, pensa quando lo faccio all’estero. Ringrazio ogni volta la magia della Musica e ringrazio il Tommasino di allora per il coraggio che ebbe nel buttarsi in questa matta avventura.

Tante evoluzioni musicali ti hanno contraddistinto, come nasce la tua ispirazione o la ricerca per evolvere il tuo suono?
Dall’infinita collezione di dischi che ho, nel senso che sia la collezione che gli ascolti vanno ancora avanti. E poi dai tanti concerti che vado a sentire o che vedo sul web o in dvd. E dai libri: i libri sono importanti, come diceva De Andrè. Le mie evoluzioni sono però soprattutto personali, poi traduco il tutto in musica, come è stato per Interno 7.

Al giorno d’oggi fare musica è molto più facile, il che a mio parere sta portando pesantemente il livello verso il basso, mettendo l’esibizione, e l’esibizionismo, davanti alla qualità. Rancore ha detto che «siamo arrivati ad un livello in cui la gente se sente puzza di fogna chiama gli altri per sentirla e non fa nulla per riparare la fogna». Secondo te tutto questo ha giovato o nociuto alla musica?
Secondo me, come quasi tutto nella vita e nella Storia, c’è del bene e del male. A me la nuova prospettiva piace: è logico che non è quell’Eldorado che qualcuno immaginava, è pieno di fake anche a questo giro, di spazi in vendita, di visibilità data più ai personaggi che alla persona, al gossip più che alle canzoni. C’est la vie, è il mercato baby. Basta fottersene e andare avanti per Viale dell’Arte senza deragliare.

Cantante, autore, scrittore, attore prima cinematografico e poi teatrale. si può dire che l’arte sia la tua linfa vitale?
Io farei tutto se potessi: mi appassiono a tante cose, ma non posso farle tutte e rischiare poi di farle male. Bisogna saper scegliere e potare, anche a malincuore se necessario. Mi hanno chiesto di scrivere un altro libro proprio pochi giorni fa, ma faccio fatica a incastrare tutti gli impegni, troppo lavoro.  Prima sceglievo con il cervello, e non sempre funzionava, ora scelgo con l’istinto e funziona meglio.

Tra i tuoi tanti lavori, secondo me, ce n’è uno che rimarrà scolpito nella storia di questo suono ed è 7 vizi capitale, un pezzo con una struttura particolare e la capacità quasi teatrale di portarti dentro il suo suono ed il suo messaggio. Quanto c’è delle tue esperienze di vita ed artistiche in questa canzone?
C’è la Roma di notte, quella che fai da solo a piedi tornando a casa dopo una lunga notte. Riflessioni, dialoghi con se stessi, le prime luci dell’alba, magari con il mare davanti agli occhi per chi abita ad Ostia come i miei cugini. La Roma più intima, la più dolce e poi di colpo anche la più violenta, come è nella dualità di questa metropoli-paese. Il suono popolare storico con quello popolare d’oggi, folk e rap. Questa l’idea.

Arriviamo ai giorni d’oggi: il tuo ultimo album è Interno 7, che stai portando in tour in giro per l’Italia. Parlaci di questo lavoro.
E’ il lavoro più intimo e cantautorale che abbia mai realizzato. Non uno o due brani come in tutti i miei album, da quel primo Ciclico alla 7 vizi Capitale di cui parlavamo prima. Un album intero emozionale, intimo, d’autore. Rap introspettivo, un racconto personale dal giorno uno fino alla scomparsa di mio padre e quel definitivo trasloco con conseguente abbandono dalla casa dell’infanzia.

Quale sarà la prossima evoluzione di Tommaso Piotta?
Non lo so, non le faccio a tavolino. Parte tutto da dentro, poi passa un suono, nasce un connubio che prima non c’era e che mi sembra perfetto per quel momento della mia vita, emotivamente e musicalmente parlando.

Ultima domanda: puoi scegliere chiunque con cui fare un featuring per il tuo prossimo pezzo.
Rino Gaetano.

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Cristiano
Tutti mi chiamano Pillu da pochi giorni dopo la mia nascita, a Roma nel 1980. Musicalmente nasco e cresco nella Black dove mi sono cimentato e mi cimento sia come rapper che come DJ. La musica è una costante nella mia vita e nella mia mente, che fa voli pindarici. Ogni situazione che vivo ha un motivo di sottofondo. Amo ogni genere musicale purchè mi trasmetta qualcosa, che sia Giovanni Allevi o Skrillex, perchè il suono deve colpirmi l'anima ed accompagnarmi nella pellicola che scorre nella mia testa.

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