Giovanni Truppi, esce “Poesia e civiltà” (intervista)

Dal 22 marzo in tutti i negozi e gli stores digitali il quinto album del cantautore napoletano dall'inconfondibile stile sospeso tra modernità e classica eleganza.

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È uscito ieri 22 marzo, su cd e vinile, nonché in edizione digitale, il quinto album in studio di Giovanni Truppi, cantautore napoletano classe 1981, dal titolo evocativo Poesia e civiltà (etichetta Virgin Records/Universal Music): 11 tracce che riprendono i temi cari all’artista partenopeo —  amore, contemporaneità, passione, scoperta dell’identità, comunicazione, fragilità e contraddizioni dell’essere umano, dell’essere umani — e ne confermano le peculiarità. Il primo singolo estratto è stato L’unica oltre l’amore, ritratto lucido e perfettamente centrato dell’oggi e della necessità vitale di scegliere, uscito lo scorso gennaio:

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Un disco ricco, in ogni accezione del termine: così come nei lavori precedenti, Truppi rivolge la propria attenzione a tutto il caleidoscopio emotivo e anche i pezzi che sembrano più distanti dalla concezione del sentimento tout court, come il brano d’apertura Borghesia e quello di chiusura Ancient society, in realtà finiscono per essere una affacciata sull’interiorità dalla finestra della Storia. Ci sono metafore dalla semplicità fanciullesca (Mi fa pensare alle cascate di carta argentata che da bambino facevo per il presepe, canta in Quando ridi) e spietate ma non moralistiche disamine di errori potenzialmente irrimediabili (A confondere la cocaina con la triptamina ci potevi rimanere coglione che se tiri e poi non senti il gusto a cui sei abituato non è detto che era troppo tagliata, da I miei primi sei mesi da rockstar), c’è il lirismo (e mi domando se sono io stesso una bottiglia che nuota in un flusso e tutto quello che mi porto dentro che mi hai trasmesso in un altro momento è la mappa che devo decifrare per attraversare questo mare, in Adamo), c’è la sensualità (non penso che a te, alle tue labbra grandi, ai tuoi capelli, ai tuoi occhi da sirena, alle tue gambe, alla tua faccia quando si trasforma che quando mi tocco mi sembra di toccare una cosa tua, da Mia), c’è la speranza (prima eravamo ragazzi. Delicati, profumati, innamorati, sospesi, ottimisti, pessimisti, idealisti, mai arresi coraggiosi, spaventati, sempre illusi e sempre eroi, da Ragazzi); ci sono, appunto, nel linguaggio di Giovanni Truppi tanto quanto nei temi che con quel linguaggio tratteggia, poesia e civiltà, alti e bassi di un quotidiano che ci sfida, ci percuote, ci innalza, ci strema e ci premia, in due, da soli o tra sodali, in una battaglia continua con noi e con compagni di viaggio più o meno sconosciuti che è il senso stesso di un sorriso e di un domani. Il tutto è scandito da sonorità che s’affiancano discrete alle parole, chiedono loro dove intendono andare e si adattano al loro passo, alle loro soste, al loro bisogno di riprendere fiato o di accelerare, con grazia ed energia.

Il cantautore presenta Poesia e civiltà così: «Ho cercato di basare questo disco su quello che è più importante per me in questo momento ovvero l’identità, la vita adulta, la bellezza, il modo in cui scegliamo di porci nei confronti degli altri e quindi il rapporto con la società. Tutti concetti che mi appassionano anche per via della grande fase di ridefinizione che stanno attraversando in questo momento storico. La poesia e la civiltà sono i punti cardinali verso i quali tendono tutti gli elementi di questo lavoro (gli argomenti delle canzoni, il lessico, gli arrangiamenti e la produzione), la scelta del titolo scaturisce da qui. Nel mettermi al servizio di questi due principi ispiratori ho sentito l’esigenza di abbandonare il linguaggio dei miei lavori precedenti e di costruirne uno nuovo, che rimandasse a una scrittura più classica e meno anarchica e spigolosa».

Queste, invece, le parole di Edoardo Albinati, già vincitore del Premio Strega nel 2016 con La scuola cattolica, a proposito dell’album: «Tutta la ricerca che ha luogo attraverso queste canzoni trova il suo esito in un imprevisto. Fuori dalle categorie e dai generi. Nella musica colta si è provato a dare un nome a quel componimento non classificabile: e lo si è chiamato “Improvviso”. Nelle ballate sghembe di Truppi arriva un momento in cui i discorsi e i suoni devono cessare perché le cose hanno preso un altro abbrivio, senza che i protagonisti se ne accorgessero, e il tempo e il panorama sono cambiati mentre loro si erano distratti, tutti presi dalla loro storia».

Ma chi è Giovanni Truppi? Polistrumentista, un tour con Motta nel 2015, il Premio NUOVOIMAIE al Tenco dello stesso anno per la migliore interpretazione, una candidatura al Nastro d’argento per la miglior canzone originale nel 2018 con Amori che non sanno stare al mondo (parte della colonna sonora dell’omonimo film diretto da Francesca Comencini), raccontano le biografie ufficiali. Un artista originale, eclettico, coraggioso, spiazzante, raffinato e al contempo carnale, che ha fatto sue le lezioni del cantautorato storico e ha poi deciso d’impartirne di proprie vergando un libro di testo del tutto nuovo per modernità e capacità di infondere un dinamismo pulsante e realistico al suo raccontare, diciamo noi. E lui, cosa dice di sé? Glielo abbiamo chiesto in una piacevole intervista telefonica che ci ha concesso proprio in occasione della presentazione alla stampa del suo nuovo lavoro discografico.

La nostra intervista

– Partiamo dal principio: com’è iniziato il tuo percorso artistico e quali sono stati i tuoi primi riferimenti?

Ho iniziato tanto tempo fa, da ragazzino, a suonare il pianoforte; ascoltavo la musica classica, in famiglia si ascoltavano i cantautori principalmente italiani e poi, crescendo, ho iniziato ad avvicinarmi ad altri stili, dai Beatles, al jazz, al rap. Ultimamente, lavorando a questo disco, in realtà gli artisti che mi hanno più appassionato sono stati Sufjan Stevens, Sun Kill Moon, Father John Misty.

– Sei un polistrumentista, hai modificato da te il pianoforte che t’accompagna in tour, nel tuo passato c’è una lunga esperienza come insegnante di canto: amori che hai cullato da sempre o che sono stati scoperti crescendo?

La consapevolezza di questo amore si è sviluppata nel tempo: ricordo che da ragazzino non ero molto studioso, tant’è vero che insistevo per prendere lezioni di pianoforte, però sia mia madre che l’insegnante dicevano «perché vuoi continuare su questa strada ma non studi abbastanza?»; quando però la cosa in sé ha cominciato ad avere una applicazione pratica, quando ho cominciato a fare dei piccoli concerti, ho sentito man mano l’esigenza di imparare a suonare meglio il pianoforte, a suonare la chitarra (che ha appreso come autodidatta, n.d.r.), a imparare a cantare perché mi rendevo conto di avere dei limiti. Questo ha alimentato l’amore per gli strumenti, per lo studio e per l’apprendimento.

– Veniamo al cuore della tua arte: ascoltando anche gli album precedenti, sono rimasta molto colpita dal linguaggio dei tuoi testi, in particolare dall’ossimoro rappresentato da riferimenti culturali alti e ben riconoscibili che vanno a contrapporsi a termini che appaiono volutamente più “terra terra” nella accezione materiale della definizione, più crudi, creando una sorta di straniamento che affascina senz’altro, ma allo stesso tempo disorienta un po’: naturale esigenza espressiva o scelta che persegue un fine?

Sicuramente è libera espressione; però tra questo disco e i lavori precedenti c’è senz’altro una contrapposizione, nel senso che nei testi precedenti cercavo proprio di costruire un linguaggio che fosse assolutamente non formale, assolutamente – come dici tu – “terra terra”, così che risultasse interessante e artistico con un materiale grezzo; nel caso dei pezzi contenuti in Poesia e civiltà, anche perché gli argomenti sui quali mi interessava lavorare erano altri, erano diversi, ed erano anche più circoscritti, ho sentito l’esigenza di lavorare su un linguaggio diverso, seppur riconoscibile all’interno del mio percorso.

– Molto interessante è anche l’analisi dell’aspetto musicale: si nota una grande varietà stilistica che ti porta a spaziare da sonorità classiche con il piano a farla da padrone, a melodie che vengono costruite quasi a diventare esse stesse voce, riprendendo di essa le pause e i respiri, fino a risultare in una rottura dell’armonia, estremamente fedele alla disarmonia del parlare. Come metti in relazione musica e parole in fase di scrittura?

Io parto quasi sempre dal testo e quindi la musica necessariamente entra in rapporto dialogico col testo, perché è costruita, cucita sulle parole. Tutto ciò che riguarda la melodia è dunque costruito partendo proprio dalle parole.

–  Due temi sembrano essere ricorrenti nei tuoi testi, e il primo è rappresentato dalle differenze tra infanzia ed età adulta: perché ti affascina così tanto?

Credo perché in realtà mi sembra un tema col quale tutti noi ci confrontiamo: quello della crescita, dell’invecchiamento, del tempo che passa, del diventare adulti. In generale, ho sempre avuto l’esigenza di raccontarmi, anche se non esplicitamente o non autobiograficamente, ma sicuramente le cose delle quali parlo sono quelle che mi stanno a cuore e sicuramente come persona sento molto naturalmente una attrazione verso questo tema. 

– L’altro è il modo in cui racconti la trascendenza e ti approcci a essa: nell’album che porta il tuo nome hai dedicato una canzone a Eva (ispirata a Il diario di Eva di Mark Twain, n.d.r.), in Poesia e civiltà ad Adamo: l’una e l’altro, però, sembra che tu l’abbia strappati all’Eden per riportarli sulla Terra, all’oggi, tra divani e desiderio di salvare Dio più che di essere salvati da lui. Qual è la tua visione del bisogno naturale dell’uomo di guardare a un oltre, in qualsivoglia forma?

Il rapporto con la fede non saprei descriverlo in poche parole; il rapporto con la trascendenza è una cosa che sento, ma è anche molto complesso parlarne. In realtà, la vita quotidiana ci risucchia con dei ritmi che ci lasciano poco tempo per connetterci con il trascendente e nelle canzoni credo che si senta un barlume di una cosa altra che si mischia completamente con la nostra vita terrena. In queste due canzoni cerco proprio di oscillare tra i due poli.

– La tua canzone Amori che non sanno stare al mondo ha ricevuto una candidatura ai Nastri d’Argento, ma molti dei pezzi che scrivi costruiscono all’ascolto immagini così nitide da apparire essi stessi dei cortometraggi: qual è il tuo rapporto col cinema?

Ti ringrazio. Devo dire che amo il cinema, ma non è una passione così grande; è un amore che definirei “nella media”.

– Una domanda un po’ più ampia: tu sei nato a Napoli, come chi ti sta intervistando; hai il polso di quello che è l’universo culturale nella nostra città oggi? E qual è la tua opinione sulla situazione musicale del Paese? Sei ottimista?

Non vivendo a Napoli da quindici anni, non ho un’idea completa della realtà culturale della città; per quanto riguarda, invece, il panorama del nostro Paese, mi sembra che sia una stagione bellissima per la musica, ricca di proposte e di possibilità.

– Tra queste proposte, quali sono quelle che maggiormente attirano la tua attenzione?

A me piace molto il percorso che sta facendo Iosonouncane. Ancora, un altro artista che rispetto tantissimo è Dargen D’Amico e mi piacciono anche Coez e Calcutta.

– Quindi anche interpreti di generi molto lontani dal tuo.

Assolutamente sì: nella vita ci sono tanti sentimenti, tanti piaceri così diversi… perché non apprezzare le diversità anche nella musica?

Il titolo del tuo lavoro è Poesia e civiltà: se ti chiedessi di indicarmi oggi dove intravedi un germe di poesia e un germe di civiltà, cosa risponderesti?

Beh, quello che hanno fatto con la Mare Jonio mi sembra una cosa che è sia di poesia che di civiltà; il fatto che abbiano trasformato quella nave, istruito un equipaggio di volontari, mi sembra estremamente poetico oltre che civile.

– In chiusura: cosa ambisci a costruire da questo lavoro in avanti?

Io mi sento all’interno di un percorso che è iniziato molti anni fa: mi interessa continuarlo e mi interessa farlo nell’ambito della canzone, della parola cantata. Poi allo stesso tempo penso che ciò che faccio è una ricerca, quindi come non sapevo tre anni fa esattamente come sarebbe stato questo momento e la musica che avrei portato in giro oggi, allo stesso modo inizierà una nuova ricerca e cercherò di capire dove andare.

Instore e concerti, tutte le date

Questi gli incontri presso le librerie Feltrinelli:

25 marzo MILANO, Feltrinelli P.zza Piemonte ore 18.30
26 marzo FIRENZE, Feltrinelli P.zza Repubblica ore 18.00
27 marzo NAPOLI, Feltrinelli P.zza dei Martiri ore 18.00
28 marzo ROMA, Feltrinelli Via Appia ore 18.00

E queste sono le tappe del tour finora annunciate:

4 aprile Terni, Sala dell’Orologio (DATA ZERO)
5 aprile Caserta, Smav Factory
6 aprile Bari, Garage Sound
11 aprile Roma, Monk
12 aprile Pisa, Lumiere
13 aprile Bologna, Locomotiv
17 aprile Milano, Santeria Social Club
20 aprile Prato, Capanno Blackout
9 maggio Torino, Hiroshima Mon Amour

Tutti gli aggiornamenti su appuntamenti e concerti sono comunicati dall’artista stesso sulla sua pagina Facebook ufficiale.

 

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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