John Mayall, vecchio leone con il cuore da giovane puledro

Archiviata tra lampi di classe ed esplosioni di energia la prima tappa italiana dell’85° Anniversary Tour del bluesman di Macclesfield. Dopo l’applaudito esordio di ieri sera a Udine, aperto con stile da Francesco Piu e arricchito dalla straordinaria Carolyn Wonderland, prossimi appuntamenti fissati ad Ancona, Firenze, Roma, Genova, Trento, Parma e Fontaneto D’Agogna. Occhio: la scaletta cambia quasi sempre.

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John Mayall
John Mayall a Udine (Daniele Benvenuti)

Tre al prezzo di uno e John Mayall, tanto fresco quanto appassionato, a stringere il fiocco con classe perentoria! E giù di applausi convincenti, lasciando da parte corsi e ricorsi storici, inutili nostalgie e deleterie genuflessioni da fan. Un concerto ‘vero’, dunque, da parte di un mostro sacro che ha manifestato l’entusiasmo di un ragazzino e zero autoreferenzialità tra torride improvvisazioni, una setlist quasi imprevedibile anche per la band (occhio: la scaletta cambia quasi costantemente ogni sera con soli cinque brani in comune rispetto le precedenti uscite di Vienna e Praga) e sorprese continue con un passo nel repertorio storico e uno persino proiettato al futuro.

John Mayall e la sua sezione ritmica sul palco friulano (Daniele Benvenuti)

Il leg italiano del tour celebrativo per le 85 primavere (e i 65 anni di carriera) del leone di Macclesfield ha preso il via ieri sera sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Una cornice di prestigio, comoda, ampia e dotata di acustica eccellente che, ancora una volta, conferma come un concerto non dovrebbe ‘mai’ trasformarsi in una prova di resistenza tra visuali ridotte e assurde sgomitate per poter apprezzare uno show come Dio comanda. In terra friulana, infatti, tutti hanno potuto vedere, ascoltare (non sentire, quella è un’altra cosa; roba da assembramenti e presenzialisti da selfie) e valutare a ragion veduta. Una sciccheria. E, dal rossore delle mani e dal sorriso del pubblico, il ‘gradimento è apparso davvero altissimo’ (citazione dedicata alla memoria di Mario Marenco buonanima, ndg).

Il bluesman sardo Francesco Piu, opening act di lusso (Daniele Benvenuti)

Tre al prezzo di uno, dunque! L’estro di Francesco Piu serve per scaldare gli animi e i cuori (non certo un opening act, ma un assaggio di show nello show), Carolyn Wonderland riveste invece il ruolo di preziosa spalla (non certo una special guest, ma un asso della sei corde umilmente al servizio del nume tutelare) e, naturalmente, Mayall a fare gli onori di casa senza tanti fronzoli.

Piu sale sul palco con il pubblico ancora in fase di afflusso e le luci accese in sala ma, brano dopo brano, nell’arco di 25’ scarsi conquista un affettuoso seguito per il futuro, dimostrando come anche un set acustico in solitaria possa regalare virtuosismi, divertimento e persino un pizzico di istruttivo ripasso, comprensivo di classiconi interpretati in maniera personale ed efficace. Look elegantissimo con tanto di Converse All Star corvine d’ordinanza ai piedi per prendersi un po’ in giro, il bluesman sardo ha lanciato in maniera efficace il main set, poi introdotto in maniera sobria da un roadie. Nessuna enfasi alla James Brown, nessuna passerella posticipata alla Van Morrison, nessuna prostrazione obbligatoria davanti a un’autentica anti-primadonna.

“Sarò in tour per dimostrare che il blues è più forte che mai!”, aveva promesso alcuni mesi or sono la seminale colonna del British blues, preziosa chioccia per tante future star. E, a partire dalle 21.15 e per la successiva ora e cinquanta minuti senza stop, la promessa è stata mantenuta oltre ogni previsione. Anche grazie al supporto di una band rocciosa e fedele (giustamente presentata dal frontman in ben quattro occasioni nell’arco della serata), piuttosto raccolta con l’essenziale strumentazione al centro del vasto palcoscenico e priva di qualsiasi orpello esterno da furbacchioni mestieranti. Non servono schermi giganti, non servono impianti di amplificazione alti come cavalcavia (spesso tenuti spenti…) e non servono neppure le scenografie. Un valido gioco di luci, quello sì. Il resto è tutto nelle mani della potente e fantasiosa sezione ritmica, del talento di Carolyn Bradford (ossia, la Wonderland) e di Mayall, costantemente impegnato tra voce, chitarra elettrica (personalizzata e ridotta ai minimi termini per questioni fisiche), armonica, organo Hammond XK-3c e piano elettrico RD-700GX Roland. Spesso e volentieri anche tre per volta.

Carolyn Wonderland, una stella al servizio di John Mayall (Daniele Benvenuti)

La setlist? Andava per forza interpretata al volo visto che, come sanno bene anche i quattro della band che non perdono mai d’occhio il leader, fino all’ultimo secondo e anche a concerto in corso “è sempre e solo nella sua testa”. Per poter essere ragionevolmente definiti una leggenda, del resto, bisogna dimostrarlo ‘sul campo’. Non basta aver fatto qualcosa di buono mezzo secolo prima ed essere ancora in giro a vivacchiare, rifilando auto tributi a un pubblico di bocca buona. Mayall, bontà sua, è un 85enne che dimostra almeno tre lustri in meno, ma anche che, fortunatamente, non cerca di apparire a tutti i costi un quarantenne. Né come estetica artificiosa, né come atteggiamento, né tantomeno sotto il profilo artistico. Leggenda, ok. Ma lasciamo perdere le etichette: quelle, alla prima goccia di sudore, fanno presto a staccarsi….

John Mayall a Udine con l’armonica (Daniele Benvenuti)

Il babbo del seminale blues revival inglese si è ormai lasciato alle spalle praticamente tutti i contemporanei. Papà di progetti seminali come i Bluesbreakers e mecenate di assi emergenti i quali, come spesso accade, lo hanno poi superato in popolarità e introiti, appare nella hall del teatro per firmare i cd sia prima che dopo il concerto. Sempre con lo stesso look: via pizzetto e codino di un tempo, chioma folta e candida che lo fanno somigliare a Gino Bramieri piuttosto che a un eroe della musica del diavolo, occhialini da bibliotecario, improbabile camicia hawaiana e pacchiane collanine da mardi gras a New Orleans. Solo l’andamento leggermente claudicante e una postura ingobbita (ecco perché utilizzerà la tracolla della chitarra come una borsetta da donna) tradiscono l’età, mentre la voce si fa sempre più convincente con il passare dei minuti. Si parte alle 21.15 spaccate e Nothing To Do With Love costituisce subito un omaggio a Frankie Miller e Jerry Lynn Williams, seguito da Why Did You Go Last Night che saluta a sua volta Clifton Chenier. Dirty Water (dall’album Stories del 2002) regala un duello alla sei corde con una Wonderland che pare nutrire un timore reverenziale nei confronti del maestro e si tiene sempre (fin troppo) in disparte. Tuttavia, incide in maniera enorme nell’arco della serata con la sua Gibson rossa. E non solo quando, subito dopo, la 46enne di Houston, ma adottata da Austin (una da undici album sulle spalle), incendia l’aria cantando Two Trains di Lowell George, ma anche quando in seguito siederà deliziando tutti con la lap steel guitar di traverso sulle gambe. Una leader che, tuttavia, si trasforma in gregario, confermandosi al livello di Joanne Shaw Taylor, Samantha Fish e Layla Zoe, sobria come Susan Tedeschi, meno protagonista della decana Bonnie Raitt e per nulla votata alle minigonne inguinali come Ana Popović (le varie Emily Musolino, Deni Wilde, Ally Venable e Tina ‘T-Bone’ Gorin, per ora, rimangono vari gradini più in basso).

La grinta di John Mayall a Udine (Daniele Benvenuti)

In barba a qualsiasi assillo promozionale, What Have I Done Wrong è uno degli unici due richiami al recente album Nobody Told Me e, scritta da Sam Maghett, in sala di registrazione aveva visto l’apporto di Joe Bonamassa (l’altro pezzo sarà invece The Moon Is Full di Gwendolyn Collins). Con One Life To Live si torna ai tempi dei Bluesbreakers: Mayall affascina senza tentare di buttarla in caciara (non è certo il quasi coetaneo e strabordante Buddy Guy), lei svisa con calma (dimenticate Kenny Wayne Shepherd o Johnny Lang). L’intro di organo di The Devil Must Be Laughing fa anche capire chi possa avere ispirato Jon Lord a inizio carriera, Misunderstood è la solita garanzia. Early In The Morning di Sonny Boy Williamson è altresì un chiaro rimando alla versione di Louis Jordan con i suoi Tympany Five, mentre il Chicago blues di So Many Roads riunisce in un colpo solo la follia di Peter Green e la nostalgia per Gary Moore. Rimane ancora tempo per Chicago Line che chiude il main set con un intro di armonica e interminabili assoli riservati alla sezione ritmica di famiglia, il possente Jay Devenport alla batteria e lo stralunato Greg Rzab al basso. Il commiato, gustoso honky tonk, è infine riservato a I Want All My Money Back del grande Lonnie Brooks.

John Mayall a Udine (Daniele Benvenuti)

Prossime tappe, dopo il warm up friulano, domani sera ad Ancona (Teatro delle Muse, 24 marzo), quindi Firenze (TuscanyHall, ex Obihall, il 25), Roma (Auditorium Parco della Musica/Sala Sinopoli, il 26), Genova (Politeama Genovese, il 27), Trento (Auditorium Santa Chiara, il 28), Parma (Campus Industry Music, il 29) e Fontaneto D’Agogna nel Novarese (Phenomenon, il commiato del 30 marzo).

Vogliate gradire!

Scaletta Udine 22 marzo 2019:

Nothing To Do With Love
Why Did You Go Last Night
Dirty Water
Two Trains
What Have I Done Wrong
One Life To Live
The Devil Must Be Laughing
Misunderstood
The Moon Is Full
Early In The Morning
So Many Roads
Chicago Line

Bis:
I Want All My Money Back

JOHN MAYALL 85th Anniversary Tour
Support act: FRANCESCO PIU

Domenica 24 Marzo – ANCONA, Teatro delle Muse
Lunedì 25 Marzo – FIRENZE, TuscanyHall (ex Obihall)
Martedì 26 Marzo – ROMA, Auditorium Parco della Musica / Sala Sinopoli
Mercoledì 27 Marzo – GENOVA, Politeama Genovese
Giovedì 28 Marzo – TRENTO, Auditorium Santa Chiara
Venerdì 29 Marzo – PARMA, Campus Industry Music
Sabato 30 Marzo – FONTANETO D’AGOGNA (NO), Phenomenon

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

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