Michi Dei Rossi: la magia dietro una batteria (intervista)

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Michi Dei Rossi
@Dario Di Nardo

Let There Be Drums… ossia che ci siano i tamburi, e con Michi Dei Rossi di tamburi ce ne sono tanti. Lui è il motore pulsante de Le Orme la grande e pioneristica Progressive Rock band italiana di stampo Veneto lagunare.

Inutile dire che i racconti di questo batterista d’altri tempi, ma tutt’ora attivissimo, hanno quel fascino difficile da descrivere ma il quale si evince attraverso la semplice lettura del suo racconto. Lui ha un approccio allo strumento di tipo classico, proprio inteso come percussioni classiche, ossia con pochi fronzoli e tecnicismi sterili nel suonare. La ricca fantasia ritmica, mista al virtuoso, hanno reso questo ragazzo all’epoca uno dei batteristi più genuini del Prog Rock, non solo in Italia.

Ancora capellone come natura vuole, vivace e generoso nella narrazione, Michi ci ha deliziato ponendoci di fronte ad una storia che sembra essere stata raccontata davanti ad un caminetto acceso, sorseggiando del buon vino.

Ciao Michi, benvenuto nell’angolo Let There Be Drums… Secondo te, come è l’essere musicista oggi?
Per quanto mi riguarda bene (ride), io vivo bene, la cosa che mi preme dire è che, sì la tecnica lo studio, perfetto,  però se manca la cosa più importante, l’anima, lo spirito, e godere della musica, nel godere nel vero senso della parola, puoi avere tutta la tecnica di questo mondo, puoi essere il piu bravo batterista o musicista, però alla fine se ti manca la composizione, anche l’arrangiamento, che è molto importante… quello che sento oggi in giro a me non piace, non mi piace lo strumento fine a se stesso, preferisco Charlie Watts (Rolling Stone) o Ringo Starr (Beatles), che suonano le cose giuste, invece vedere questi batteristi, che sono bravi, dieci volte, cento volte più bravi di me, però che sono una sorta di robot, che pensano solo alla tecnica, e la musica dov’è, dov’è andata a finire la musica.

LA MUSICA NON È UNA GARA

In effetti la musica non è una gara…
Esatto, parliamo di musica o di olimpiadi della velocità? Appunto, olimpiadi della velocità, questo è l’errore, io ho cominciato, avendo la fortuna di vivere con tre fratelli, eravamo in tanti ma i maschi suonavano la batteria, ero già nella pancia di mia mamma e sentivo suonare mio fratello maggiore la batteria. Sono nato e sapevo già suonare la batteria (ride)… Ho dei nipoti che suonano la batteria, hanno una batteria perfetta, doppio pedale ecc… ecco noi avevamo un tamburo e insomma, pochissima roba e questo ti fa crescere, sfrutti la tua intelligenza, sfrutti la fantasia, mentre oggi hai tutto e senti i batteristi bravi, a dir la verità ci sono batteristi bravissimi, e vuoi arrivare subito a quel risultato li, noi ci abbiamo messo gli anni, di sofferenza, dentro la nostra musica c’è tutto, c’è la nostra vita, è questo che poi ti fa crescere e diventare un musicista vero che fa musica che non è solo un batterista ma un compositore, un arrangiatore, io ho studiato musica classica, percussioni classiche, mi sono dato da fare, pian piano, quando ho cominciato ad avere i soldi per poterlo fare, adesso i soldi ce li hanno e vanno subito e vogliono subito, e questo secondo me forgia, ce ne sono di musicisti, anche di molti bravi, io quando ascolto un batterista re indietro nel tempo, perché mi interessa più l’anima, la fantasia, lo stile, perché è molto importante, ho citato prima Ringo Starr e Charlie Watts, hanno inventato degli stili, anche se nessuno non se n’è mai accorto, perché lo shuffle di Starr e lo staccato di Watts adesso lo usano molti ma ai tempi Watts lo faceva istintivamente, un batterista lineare, semplice ma aveva questo Groove… e non parliamo di Steve Gadd, insomma dei grandi che hanno l’anima prima, molta tecnica ma hanno l’anima…

Questo è un problema che si riperquote anche su altre situazioni della vita odierna, dalla cucina fino alla moda, si cerca sempre di sofisticare troppo…
Bravo, è tutto sofisticato, infatti nell’album appena uscito sono tornato indietro, ai suoni puri, io li chiamo minimali, che non sono sofisticati, perciò un pianoforte è un pianoforte, un hammond è un hammond, un mini moog è un mini moog, un mellotron è un mellotron, un eminent è un eminent, una batteria è una batteria, una chitarra è una chitarra, invece adesso una chitarra diventa un violino, diventa qualsiasi cosa… e in questo si è esagerato in cui e sono tronato ai suoni e ai missaggi in cui ci sono quattro strumenti che suonano e si sentono tutti e quattro, e non ci sono quei castelli (ride)…

Tornando ai tuoi primi anni, dal beat al prog, in un’Italia sempre leggermente in ritardo nel recepire nuove sonorità, specialmente quelle che impegnano di più intellettualmente…
Si, siamo stati un po’ i precursori, per quanto riguarda il Prog, improvvisazioni, per noi era pop. 

L’ISOLA DI WIGHT

Il sottobosco prog in Italia è stato sempre molto fitto e ricco di artisti volenterosi nel cimentarcisi. Chi con sonorità classiche o barocche, chi più sguaiatamente ‘henrixiane’. Voi andaste nella patria del beat, Liverpool… l’isola di Wight… ci puoi raccontare di quel periodo.
Andammo all’Isola di Wight, e ci siamo resi conto che il Prog era lì.

Michi Dei Rossi

Andaste come Hopopi o eravate già Le Orme?
Eravamo già Le Orme, che nascono nel 1965, io entro ne Le Orme nel ’67, Tony Pagliuca nel ’68 ed eravamo un quintetto: registrammo Ad Gloriam, che è un gran album. C’erano Nino Smeraldi e Claudio Galieti, che poi andarono via. Quindi registrammo Collage.

Fare musica in tre, senza chitarra, per scelta, non deve essere stato facile, tu e Pagliuca, avete avuto il vostro da fare. Vi ho sempre visti come il fulcro su cui poi Aldo Tagliapietra ha ricamato le sue poesie dando la linea di basso. La complicità musicale fra batteria e basso nel vostro caso è stata più che altro batterie-tastiere.
Esatto, le improvvisazioni erano quasi sempre fra Tony e me, Aldo faceva la linea basso, ed io e Tony ad improvvisare ad uscire fuori linea da quello che era il brano con cui si cominciava, sia andava fuori e poi si ritornava, Aldo era, cioè suonare e cantare uno strumento non è semplice, che tra l’altro nel Prog non è con i tempi dispari, composti, cantare sopra un sette, un cinque, un tre, non è facile, lui doveva essere molto concentrato sul canto, aveva una pedaliera, cioè chitarra, basso, pedaliera, cantare e ricordarsi le parole, noi eravamo liberi, avevamo uno strumento, per noi era più facile. 

Collage (1971) è stato il trampolino di lancio per quello che è stato un Power Trio, inedito in Italia: conosciamo i grandi Power trio, la Hendrix Experience, i Cream. Come anche inedito è stato il Prog. Siete stati i pionieri nella penisola, se non addirittura i pionieri nei paesi latini.
Esatto, all’Isola di Wight c’era Jimi Hendrix, è stato il suo ultimo concerto, poi è morto, quindi la chitarra per eccellenza, il Gotha, dall’altra parte Emerson Lake and Palmer per la prima volta, il debutto, con l’organo Hammond come principe degli strumenti, come fosse un cambio di testimone, prima era la chitarra la regina, lo strumento principale…

Michi Dei Rossi

La voce solista…
Esatto, che poi è diventato l’organo , perché i Nice, ossia gli ELP, sentendo i Nice dal vivo noi facevamo Calendar Sweet, Rondò,  facevamo Il concerto brandeburghese’di Bach, facevamo America, Emerson, andò in America con i Nice e ha bruciato la bandiera americana, era molto coraggioso, nel bis facciamo ancora Rondò, in entrambe le versioni, quella di Emerson e quella di Dave Brubeck… e all’interno ci mettiamo l’Inno di Memeli...

L’INNO DI MAMELI NON È NOIOSO

Diventa una sorta di suite… un trionfo di colori, anche perché molti dicono che l’Inno di Memeli sia noioso ma è in realtà molto vivace come inno…
Esatto, altroché, poi suonato con la chitarra, adesso abbiamo un chitarrista, siamo di nuovo in quattro, quindi con la chitarra (emula l’inno cantando), è bellissimo, fatto naturalmente il ritmo di America diventa particolare, molto interessante con il Prog puoi fare tutto, puoi mischiare quello che vuoi, è una musica libera, la chiamerei, Fusione Libera… Abbiamo pensato, lo possiamo fare anche noi, abbiamo trovato la Phonogram… il Prog c’è ancora, il Banco è attivo, noi siamo attivi, il Balletto di Bronzo è attivo, gli Osanna sono attivi, i New Trolls aono attivi, anche se con tre gruppi, e se siamo attivi e facciamo concerti e la gente viene e facciamo dei dischi e la gente li compra, vuol dire che, che questo tipo di musica piace ancora.

Michi Dei Rossi
Michi Dei Rossi con una Pearl con Melodic Toms in Chrome (1977)

Come Orme e gruppi precedenti, dopo i vostri viaggi in terra d’Alcione, vi sentite appartenenti a qualche scena inglese in particolare? Tipo vi sentite più figli della swinging London oppure figli della scena di Canterbury o siete andati avanti credendo in un progetto originale? Così solo per sentimento d’appartenenza, siete Veneti è chiaro che avete il vostro proprio background culturale… parlo di sensazione non di derivazione…
Ho capito quello che vuoi dire, noi eravamo per il tour inglese di Felona e Sorona’eravamo con la Carisma, l’etichetta dei Genesis e dei Van der Graaf Generator….

Avete condiviso molto tempo assieme…
Sì, perché Peter Hammill,fine ’72 inizio ’73 ha fatto un tour in Italia con noi, i Van der Graaf si erano sciolti, e Peter ha accettato di aprire la prima parte dei nostri concerti. Lui suonava il pianoforte e chitarra, si alternava e da lì è nata un’amicizia, tra l’altro io l’ho accompagnato, lui è sceso in Italia con il suo manager in macchina, le strade non le conoscevano, e mi sono offerto di fargli da Cicerone (Ride), facendogli vedere le strade giuste, e da li è iniziata un’amicizia, insegnavo a Peter l’italiano e lui mi insegnava l’inglese. Ogni tanto ci si incontra, mi chiama ‘my teacher’ e io lo chiamo allo stesso modo… ai tempi di Felona e Sorona, la seconda parte che era appena stata incisa (poi abbiamo interrotto per via del tour) e poi a fine tour abbiamo concluso incidendo la prima parte, ecco con Peter Hammill, siccome io arrivavo un po’ prima (in studio), Aldo e Tony arrivavano dopo, facevamo delle Jam Session, e lui sentiva questa seconda parte di Felona e Sorona, era interessato, gli piaceva la musica e siccome Aldo cantava in fonetico, perché i testi non erano ancora pronti, Peter ci ha chiesto di cosa parla il disco, così gli abbiamo spiegato dei due mondi eccetera, e si propose se mai fosse stata incisa una versione inglese del disco, di scriverci i testi. Lui ci scrisse i testi, molto, molto belli, molto interessanti, andammo a Londra l’abbiamo registrato, la base è rimasta l’originale, poi venne il tour, nel quale c’era Joe Jackson, Peter ci disse ‘perché non mettete anche un Sax’, poi però ci ripensammo con Reverberi (Gian Piero – NdA), che era il nostro produttore, che pensò, perché arrivare in Inghilterra con un disco e presentare un disco, non con il nostro sound… noi siamo le Orme e abbiamo il nostro sound… se avessimo aggiunto un musicista inglese con il suo sound…

Si contamina…
Sì, esatto, si contamina quello che erano Le Orme, quindi abbiamo detto ok (a Reverberi – NdA) e siamo andati in tour in trio, con il nostro suono, che è rimasto sempre quello, aldilà delle contaminazioni che erano solamente, contaminazioni nostre di vita, e sai benissimo che abitando a Venezia, è ovvio che l’arte di Venezia ci ha contaminati a nostra volta… dalla bellezza.

Arrivaste a fare questo tour nella seconda patria del rock… C’era sempre il rischio di fare il buco nell’acqua, che qualcosa potesse andare storto…
Pensa che abbiamo fatto tredici concerti in due settimane in Inghilterra e abbiamo suonato al Commonwelth Institute, un teatro di Londra e anche al Marquee Club che era il tempio della musica, dove sono passati i Beatles, Jimi Hendrix, Eric Clapton, Deep Purple, Led Zeppelin, tutti, e quando siamo entrati nel camerino, tutto pitturato di bianco, ma era nero, perché c’erano tutti gli autografi… ho visto un piccolo spazio (ride) ed ero li, sai come, emozionato come un bambino ed ho firmato sotto questi grandi nomi… Hendrix, Paul McCartney e poi Michi Dei Rossi… (risate di entrambi)…

Arrivaste così al periodo con Tolo Marton, stavolta la chitarra c’era e come… Siete diventati abbastanza psichedelici dal sapore californiano con Smogmagica… non solo per la traccia Los Angeles… sotto certi aspetti l’album è stato l’apoteosi della psichedelia italiana… Qual è stata la motivazione dell’inserimento di un chitarrista dall’estrazione Blues nella line-up?
Siamo stati contaminati dall’atmosfera che si respirava ad Hollywood, andammo in America per la prima volta in una villa, enorme, Laurel Canyon, una villa vittoriana che era stata di Rodolfo Valentino, poi la gente di Los Angeles, la quotidianità, sta gente che sorrideva, c’era un’atmosfera molto bella, e ovvio che li siamo stati un po’ contaminati.

È un bell’album, avete avuto un chitarrista di matrice Blues, che vi ha un po’ stravolto il suono, nel senso buono del termine, e vi ha portato ad essere anche li pionieri nella musica psichedelica in un’Italia dove diciamo non ce n’era tanta in giro, almeno non in quella maniera li…
Non lo so, di psichedelico non vedo tanta cosa a parte un paio di brani, vedo più una musica Orme/America, Stati Uniti.

ORME A STELLE E STRISCE

Orme a Stelle e Strisce…
Sì, Sì, anche perché Amico di Ieri, è il brano più bello secondo me, per quanto riguarda l’introduzione, il brano Los Angeles, quello arrivava già dall’Italia, come altri due brani, e sono rimasti un po’ così, in altri brani che sono nati lì a L.A. si sente di più l’influenza Americana. In Laserium Floyd che nasce tra l’altro da uno spettacolo allo Stadium di Los Angeles in cui ci fu uno spettacolo di luci molto bello con la musica dei Pink Floyd, e l’abbiamo chiamata Laserium Floyd, perché ci ha ispirato questa cosa però è ovvio che c’era dentro la chitarra che suonata così come la suonava Tolo allora, è tipica americana.

Facendo un piccolo passo indietro, siete stati rivoluzionari anche nel senso delle registrazioni. Grande qualità di suono e primo live Italiano! (In Concerto, 1974). Di quel bel disco cosa ci puoi narrare? L’idea, l’azzardo, le difficoltá tecniche? 
C’erano quattro microfoni, in platea davanti al palcoscenico, che prendevano, e si sente più la batteria, perché gli altri suoni uscivano dagli altoparlanti. Eravamo soddifatti di come avevamo suonato, della carica che c’era e tutto, non eravamo soddifatti che poi è stato venduto come un disco con il prezzo normale. Noi volevamo invece che fosse venduto a prezzo inferiore, a metà prezzo. Perchè la qualità non era la migliore, ma non con Thorpe, ma con la casa discografica. Abbiamo detto, ci piace come abbiamo suonato, ma il suono, non è tanto bello quindi sarebbe giusto che questo disco fosse venduto a un prezzo inferiore. Tutto qua. Loro prima hanno detto di sì, inveve poi hanno venduto il disco al prezzo normale.

Registrare la batteria è sempre stato ostico, specialmente dal vivo, all’epoca come ci sei riuscito, mi hai parlato di quattro microfoni, quindi la batteria non era microfonata?
Era microfonata, solo che i microfoni erano molto vicini alla batteria, oltre a quello che usciva dagli altoparlanti, ne avevo ogni due tamburi, ossia gli otto melodic toms, poi i due timpani, due grancasse e due rullanti e un sacco di piatti… perciò ogni due tamburi avevo un microfono, e un avevo anche il drum controller, quindi figurati, avevo tanti microfoni, la presa c’era, sulla cassa, sul rullante, tra rullante e charleston, ed in più dei quattro davanti, due hanno preso molto, gli altri due invece fra il palco e gli altoparlanti, quandi si sente molto la batteria per questo motivo qua. La mia batteria era amplificata tutta e avevamo anche i monitor e credo che siamo stati il primo gruppo ad avere un impianto nostro, fatto per noi, tra l’altro dalla RCF, con le spie, allora non si usavano.

Truck of Fire è un bel sanguinaccio del Prog Rock, come mai non lo avete mai registrato in studio?
Nei live c’è, in studio no… abbiamo fatto quel pezzo lì perché c’era una diatriba con i giornalisti, noi qui, noi la, i PFM erano più bravi eccetera, alcuni addirittura ci chiamavano i Pooh con il Moog e quindi noi abbiamo voluto dimostrare che possiamo fare anche delle cose come Truck of Fire, che è un pezzo molto astruso, molto arzigogolata eccetera, l’abbiamo fatta in concerto apposta per suonarla al concerto e quindi era inutile registrarla in studio…

Per quale motivo hai scelto gli Octa-Plus melodics Toms ( che usano solo pelle battente)?
Avevo la necessità di arricchire il mio set di tamburi per poter esprimere più note, come fosse un Pianoforte e quando provai il set dei Melodic Tom mi resi subito conto di aver trovato quello che mi serviva.

In pezzi come Gioco di Bimba o Maggio si sentono delle belle campane, ci dici il segreto di questi suoni “fantastici” che fanno evadere il pezzo?
Sono campane tubolari vere (no Synth – NdA). Stavamo registrando Uomo di pezza nello studio della Phonogram a Milano e in Gioco di bimba mi è venuta l’idea di inserire le Campane Tubolari, ho saputo che a Como c’era una ditta (la Orsi) che le costruiva, così le ordinai facendomi un regalo per il mio 23° compleanno.

Materiale inedito degli anni ’70 esite nei vostri archivi?
Nei miei archivi sì, perché io ho registrato quasi tutto, tramite Thorpe tra l’altro e poi tutti i nastri di Thorpe sono stati comprati, poi in Giappone hanno stampato un doppio, uscito negli anni novanta credo (‘Le Orme Live’, Nexus International, 1993 – NdA), e Ronnie Thorpe ha venduto un po’ di nastri e hanno fatto questo disco che poi è stato stampato anche da un’etichetta italiana, con il mio benestare, perché per quello giapponese avevo dato il mio diniego, ho detto ‘io non ci sto’, mentre Aldo e Tony hanno detto di sì, poi quando è uscito ho deciso di non fare del male a Ronnie, che era un amico. Mentre poi quando l’etichetta genovese (Black Widow – NdA), mi ha chiesto, dopo aver contattato i giapponesi, se potevo supervisionare la cosa e gli ho dato tre brani dal mio archivio, che ho tra l’altro passato tutto in digitale.

Quindi i fan si devono aspettare qualcosa in futuro?
No, No, perché tutte quelle cose li degli anni settanta, io non posso pubblicarle, perché per pubblicarle bisognerebbe che ‘Le Orme’ fossero quei tre…

Michi Dei Rossi
@Dario Di Nardo

Che tipo di studi hai fatto?
Percussioni Classiche, con un insegnante…

Quindi non hai seguito ‘Le Orme’, scusami il gioco di parole, dei vari libri didattici, i metodi…
No, non ho mai studiato batteria, sono autodidatta, mai studiato o metodi, solo un paio di anni, quasi tre, ho studiato musica classica, dal Marimba al Vibrafono, Timpani eccetera, Xilofono, timpanetti, Campane tubolari, Gong Tailandesi, se vai a sentirti Florian (album del 1979 – NdA), li vedi cosa suonavo… violino, violoncello, pianoforte, clavicembalo e percussioni classiche.

Un album molto diverso dai precedenti e ha un suo fascino particolare…
Altroché, Venezia, è Venezia, la musica di Venezia…

LA BATTERIA È LA MIA ANIMA

La batteria per Michi dei Rossi cos’è?
È la mia anima (ride), sono io, la mia batteria sono io… È “lo” strumento. Sono nato sentendo i miei fratelli suonare e io poi suonavo con loro, le maracas, i bongo poi pian piano, pian piano, il fratello che è diventato professionista è morto militare e mi ha lasciato lo strumento e da li ho iniziato a suonare, pensa che lui aveva sempre un paio di gruppi e un giorno mi fa: “dovresti andare te a suonare con questo gruppo, perché io non ce la faccio perché suono già con un altro gruppo”… gli ho detto “guarda che non so suonare” e lui mi disse “guarda che la sai suonare”, infatti la sapevo suonare, così sono andato a suonare con tre professionisti, tra l’altro al conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, e sapevo suonare la batteria… è pazzesco.

Le tue fonti d’ispirazione musicale quali sono state, chi ti ha influenzato?
Inizialmente è ovvio che ho cominciato con la musica sudamericana, era il periodo in Italia, e i Beatles che mi piacevano, ma preferivo gli Animals, quell’altra musica, i Beatles facevano canzoni bellissime ma musicalmente parlando preferivo i Them, gli Animals, gli Yardbirds, quella branchia di inglesi che avevano il blues come base e perché erano bravi musicisti, naturalmente i grandi maestri del Jazz, come si fa a non adorarli,  poi c’era la musica classica, quando ho iniziato nel settanta… se ascolti ‘Uomo di Pezza’ (1974) e poi ascolti ‘Contrappunti’ (1972) sentirai la differenza (di mezzo c’è Felona e Sorona 1973, NdA), già molto prima di iniziare a provare ‘Contrappunti’ ho cominciato a studiare la batteria, da solo, con un metodo che mi ha dato il mio maestro, con il rullante, solo rullante qualche mese, ho cominciato da li, ho capito che dovevo capire ogni nota che facevo, non sapevo come scriverla, non sapevo come fare, non sapevo perché la facevo, allora ho cominciato a studiare per capire e mi sono appassionato alla musica classica, perché per me è la musica più alta che c’è. Una musica che tocca il cielo, l’adoro, la musica classica, operistica, infatti in questo disco (‘Sulle Ali di un Sogno’, 2019) ci sono queste quattro tipi di musica che sono quelli che mi appartengono di più e hanno segnato la mia carriera da oltre cinquant’anni che sono la Classica, la Lirica, il Rock ed il Prog. Su questo disco li trovi tutti e quattro.

Con quali batterie hai suonato durante gli anni?
La mia prima batteria è stata una Trixon, la prima di mio fratello era un ibrido, c’era il rullante che era un Supraphonic (Ludwig LM400 in acciaio, NdA) e il resto del kit erano pezzi di batterie che costruivano ai tempi i negozi, poi ho comprato la Trixon, inglese, perché mi piaceva il colore, ero uno sbarbato, erano quelle le cose importanti (risate di entrambi), il blu, un bel blu, classica Trixon, poi è arrivata la Ludwig, modello Ringo Starr ovviamente, con i piatti Zildjian, poi un’altra Ludwig, doppia cassa, quattro Tom eccetera, poi una… quella americana che usavano negli anni cinquanta…

La Slingerland…
Bravo, la Slingerland, ho preso un’altra Ludwig,  che tra l’altro ho fatto costruire a misura perché quelle misure in Italia non c’erano, perciò era power Tom da 14”x14”, timpani 16” e 18”, cassa 26”… mastodontica, con rullante Ludwig Super-Sensitive, in legno… che inizialmente la Ludwig non voleva farmi, perché non esisteva, il Super-Sensitive è in ottone-acciaio. Chiamai la ditta e chiesi un rullante Super-Sensitive in legno, in acero… prima mi han detto di no poi invece han detto di si, e negli anni novanta, fine ottanta, hanno fatto anche loro il Super-Sensitive in legno… pensa un po’. Che soddisfazione.

Come lo è in altre scienze o arti, è chi ci lavora che forgia lo strumento….
È ovvio, è il batterista che poi trova le soluzioni per se stesso. Poi la batteria è diventata a due casse… ho preso gli Octa-Plus melodic della Ludwig (Toms), li vedi nella copertina di In Concerto

E così è rimasta per un bel po’…
Sì, così è rimasta fino a Smogmagica, fino a Verità Nascoste, alla fine per Storia e Leggenda sono diventato Endorser della Pearl, le prime Pearl di allora, cambiando piatti, prima sono passato da Zildjian ai Paiste, dai Paiste ai Meinle, perché chi importava la Pearl, importava anche i Meinle, mi hanno dato tutto ma i piatti non mi sono mai piaciuti, infatti li ho regalati a mio nipote…

Sono un po’ metallici…
Si, troppo per i miei gusti… sono passato ad un’altra Pearl, ne ho passate due, una ce l’ho ancora, ho preso poi una Tamburo in bubinga, come endorser, e poi sono passato a quella che ho oggi, de Le Soprano, ne ho tre, due in massello e una normale che uso dal vivo, che è fatta su misura per me, anche le altre ma questa siccome ne ho una in acero e una in betulla, questa qua me la sono fatta fare metà in acero e metà in betulla, Cassa, Toms da 8”, 10”, 12” in betulla, 14” e 16” in acero e i due rullanti in acero (vedasi schema).

Non sei mai stato attratto dai Pads elettronici, vero?
Si, perché ‘In Concerto’ ho usato un Drum controller, che andava attaccato al Mini-Moog (Moog 1130 – NdA) ed erano in pratica due oscillatori, se ascolti l’assolo, sentirai ad un certo punto arriva uno strumento elettronico, non è il Moog, ma sono io che suono, usando le bacchette, vai su internet, si chiama Drum Controller e l’ho usato solo io e Palmer, ma lui lo usava come effettistica, io lo usavo come note, perché c’era uno Scale, c’era un oscillatore normale e un oscillatore per lo Scale. Poi ho usato anche Loop Sound, che ho ancora, il Roland CR78 e poi i pad della Roland, però sempre abbinate alla batteria, erano dei Pads sciolti che usavo con dei suoni da batteria elettronica, non avevano suono, andavano attaccata alla Drum Machine, che aveva dei suoni preimpostati, che potevo modificare.

Michi Dei Rossi
@Dario Di Nardo

Qual è stata la chiave di volta della tua carriera?
Quando ho iniziato a studiare le percussioni, per me è stato un cambio totale perché non suonavo più la batteria, ho suonato per un paio di anni solo le percussioni, avevo una grancassa, perché si dovevca fare anche i brani, tipo ‘Uno sguardo verso il cielo’, e ci voleva una cassa, avevo un rullante, un charleston da usare come batteria, avevo dei piatti ma erano a parte, e facevo la parte delle percussioni classiche come si usa in un’orchestra. Avevo due Roto-Toms sopra la Marimba, perché c’erano dei brani Rock da fare, allora ho usato questa via di mezzo, che non è una batteria, piazzata. Solo pezzi come si usa in un’orchestra…

L’episodio da porre sul piedistallo?
Sul piedistallo metterei la tournee inglese che ci ha dato davvero tanto perché pensa che in Italia non si usavano i bis… siamo andati in Inghilterra e volevano i bis, ci sono stati degli episodi veramente stranissimi, mi ricordo Darryl Way ex violinista dei Curved Air, suonavamo prima del suo gruppo Darryl Way’s Worth,   e alla fine il pubblico non ci lasciava andar via, ‘Le Orme, Le Orme…’ richiedevano, la gente voleva Le Orme. Al Marquee Club abbiamo battuto il record d’incassi, abbiamo suonato al Commonwelt Institute, con la stampa… il Melody Maker (rivista musicale storica . NdA) allora parlò molto bene di noi, all’interno c’era la foto di ‘Felona e Sorona’, con le date del nostro tour, applauditi siamo tornati in Italia ed abbiamo trovato anche qui i bis… 

Torniamo alla musica delle Orme. Il riconoscimento internazionale deve essere stato come un’iniezione di adrenalina per dei giovani musicisti italiani com’eravate… raccontaci quegli anni…
È stato il periodo più alto per quanto riguarda la musica secondo me e più alto anche per la comunicazione che c’era, istintiva fra l’artista, il gruppo e la gente, perché la gente aveva la stessa età del gruppo, eravamo coetanei, perciò eravamo fan, uno dell’altro… una cosa meravigliosa, questo non si ripeterà più…

Ti chiedo ancora di parlarci di quei meravigliosi anni in cui si pubblicavano tutte le sperimentazioni musicali dei più funambolici degli artisti… come vagliavano/vistavano queste estrosità musicali le major dell’epoca… in un’Italia, diciamoci la verità, bigotta all’epoca…Avete portato in auge temi molto seri, prostituzione, droga… sei anche tu dell’idea che un gruppo rock oltre al far sognare e star bene con la propria musica, parli di temi sociali? Che smuova le coscienza?
Altroché, l’aborto, lo stupro, l’identità non riconosciuta della persona di un altro sesso, i Gay erano maltrattati, amori che non potevano esistere, e la gente soffriva, oggi è tutto aperto, perciò i temi erano scottanti, ‘Cemento Armato’, “la grande città… senti la vita che se ne va… ci sono più sirene nell’aria, che canti d’usignolo…”, classico, Le Orme nascono a Marghera, perché li c’era la sala prove, e Marghera in quel periodo era tutto un fumo, grigio, nero, grigio, nero… le ciminiere che fumavano come dei turchi…

Dove arriverà la musica secondo te?
Sono molto ottimista, ho la sensazione che la musica piano piano tornerà ad essere la musica, quella che arriva da dentro, non solo business, già noi e i Jazzisti, siamo riusciti a rimanere, ad esserci, non fanno pop e suonano Jazz nei club di tutto il mondo, e la musica Prog esiste perché sai benissimo che se tu guardi in internet trovi i grandi gruppi come gli Yes, i Soft Machine, che ci sono ancora, i King Crimson, Steve Hackett, la gente va ai concerti… i musicisti ci sono ancora, nel disco per esempio  c’è anche David Cross che suona in sei brani. Ha fatto un tour con noi l’anno scorso… è un grande musicista…

Si è unito alla famiglia…
Si è unito alla famiglia e spero che quest’inverno si possa fare delle cose assieme, beh sentirai il disco quando esce…

Grazie Michi, ci hai regalato uno spaccato fantastico nel mondo del Progressive Rock…

Qui di seguito l’analisi del Kit ‘Michi Dei Rossi’ 2019.

Batteria: Le Soprano Michi Dei Rossi Signature.
A Grancassa: 20” x 18”.
B1 Rullante: 14” x 5.5”.
B2 Rullante: 14” x 3.3” (sulla sua sinistra).
C Tom: 8” x 8” in legno di betulla.
D Tom: 10” x 8” in legno di betulla.
E Tom: 12” x 8” in legno di betulla.
F Timpano: 14” x 12” in legno d’acero.
G Timpano: 16”x 12” in legno d’acero.

Piatti: UFIP Bionic Series, Rough Series. Misure di seguito.

1 Hi-Hat: 13”
2 Hi-Hat: 14”
3 Splash: 10”
4 Splash: 12”
5 Crash: 16”
6 Crash: 17”
7 Crash: 18”
8 Ride: 20”
9 China: 16”
10 China: 20”

Pedale: DW 9002 (Da notare che il doppio DW9000 è chiamato 9002 nonostante sul pedale ci sia na nomenklatura 9000).
Hardware: Yamaha.
Bacchette: Roll Michi Dei Rossi Signature.
Pelli: Evans White Coated.

Da notare che la Batteria in studio è una ‘Le Soprano’ con stesse misure in acero massello a doghe e una in betulla multistrato a doghe con la Grancassa da 18”.

Nei concerti da qualche anno usa un Rullante da 14”x 5.5” in acero (New Vintage Class).

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