Captive State

Poliziotto collaborazionista degli alieni insegue terroristi della resistenza terrestre

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Captive State
di Rupert Wyatt
con John Goodman, Vera Farmiga, Machine Gun Kelly, Madeline Brewer, Alan Ruck.
Voto: già cult

Sono arrivati, hanno occupato militarmente tutto, se ne stanno per conto loro nel sottosuolo (anche perché non sopportano l’odore dei vinti), portano via le risorse, deportano ed eliminano i dissidenti e controllano le masse attraverso un governo fantoccio che continua a parlare di aiuti fraterni. Se non sapessimo che sono extraterrestri poco definibili (giganti? istrici? piante?) diremmo che siamo in un film sulla resistenza clandestina che si batte contro l’invasore in Europa. Invece siamo a Chicago in un futuro che sembra dannatamente il caos della crisi attuale (e gli alieni sembrano la risposta alla richiesta dell’uomo forte…) e siamo in effetti in un film sulla resistenza. In particolare seguiamo la tortuosa indagine del poliziotto John Goodman che setaccia il ghetto per trovare i terroristi che fanno attentati agli alieni e ai terrestri del governo colluso con gli alieni. Se non basterà la repressione si passerà alla distruzione di massa. Il fascino di questo film buio a basso costo ma davvero geniale, con un’astronave che ricorda la gigantesca roccia volante di Le château des Pyrénées di Magritte è nel mix tra il déja-vu di certo cinema del passato e curiose soluzioni estetiche da cinema indy (Wyatt ha diretto L’alba del pianeta delle scimmie). Il finale non va raccontato, ma tenete d’occhio il quadretto con il cavallo di Troia.

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