Chicco Evani: il tormento, le ciabatte di Sacchi e quel sogno americano svanito

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Evani

Mi parla stando in piedi, coinvolto dal dialogo, pochi minuti prima di una presentazione importante nella “sua” Milano: lui massese di origine, ma bandiera milanista nei secoli. Alberico (con la “C”) Evani, per tutti Chicco, è cambiato da quando si guadagnava il pane sulla fascia sinistra del Diavolo. Via il caschetto, via la zazzerra da orsetto, via il gel dell’era berlusconiana. Un paio di baffetti in più, ma lo sguardo ombroso e riflessivo come sempre. Rivolto verso il basso mentre le parole, meditate e intelligenti, volano alte verso il soffitto e da lì al cielo.

Odora di buono, Evani. Di quel calcio anni ’80 e ’90 che ancora ci smuove l’anima quando la notte cerchiamo qualche suo highlight su YouTube partendo ovviamente da Tokyo ’89 e la vittoria della prima Coppa Intercontinentale targata AC Milan fin dai tempi di Rivera. Ora Chicco lavora nello staff tecnico di Roberto Mancini (Nazionale A, quindi: quella faticosamente ricostruita sulle macerie di Gian Piero Ventura) e ha pure trovato il tempo di mettere assieme una biografia sui generis, Non Chiamatemi Bubu, assieme alla giornalista Lucilla Granata.

 

Un volume agitato, doloroso e sincero che i tifosi milanisti adoreranno. Non solo per via dei tanti rimandi all’epoca degli “invincibili” (sei coppe internazionali vinte nel giro di due anni sotto la gestione di Arrigo Sacchi), ma per le confessioni che da uno come il riservato esterno sinistro Evani, normalmente, non ti aspetteresti mai. E invece…

Evani

Come è nato il libro?
«Nel 2011 mi sentivo inquieto e così ho cominciato a buttare giù diverse pagine: appunti personali, lettere ai miei genitori, pensieri sulla mia famiglia, aneddoti sul calcio ecc. Era un malloppo che doveva trovare un senso e qui, fortunatamente, è intervenuta Lucilla Granata dandogli la giusta dimensione letteraria.»

Come quegli allenatori che, scovato il talento grezzo, lo plasmano in quella determinata zona del campo?
«Esatto. Possiamo anche spiegarla così.»

Certo che se uno leggesse di seguito la bellissima autobiografia di Francesco Totti (‘Un Capitano’, uscita per Rizzoli) e poi la tua avrebbe uno shock. Là gioia di vivere e idee chiare per tutto il libro; in ‘Non Chiamatemi Bubu’ introspezione e tormento. Tanto tormento…
«Purtroppo è così. (sorriso amaro) Vorrei essere diverso caratterialmente, ma la natura mi ha forgiato in questa maniera. Ho parecchi rimpianti per non aver visto crescere i miei figli (almeno tre su quattro) e loro, di conseguenza, ci hanno messo un bel po’ a comprendere questo padre complicato.»

Complicato perché?
«Di mio non regalo tanto affetto, ma questo non vuol dire che al mio interno non ne provi…»

Ma è vero che una delle tue figlie (Camilla) è una patita del metalcore?
«Sì, ne parlo pure nel libro. Da piccola l’avevo portata a vedere i Tokyo Hotel – quelli me li sono dovuti sorbire anch’io! – poi con gli anni è degenerata a livello di ascolti…»

Quindi a casa Evani si ascoltano a tutto volume i Killswitch Engage e gli Avenged Sevenfold?
«Guarda, nomi non me ne fare perché quella è musica terribile. E sottolineo terribile. Ora Camilla ai concerti ci va da sola e io, da padre, mi rifiuto categoricamente di sposare i suoi gusti musicali!» (risate)

Senti, nella tua vita ci sono state due società di calcio di serie A: il grande amore del Milan (dal 1977 al 1993) e la bella avventura, fino al ’97, con la Sampdoria…
«Sì, più le esperienze nelle serie minori con Reggiana e Carrarese, ma lì ero a fine carriera.»

La cosa curiosa è che il Milan berlusconiano nasce nel maggio 1987 battendo proprio i blucerchiati in uno spareggio secco per andare in Coppa Uefa e in panchina c’era Fabio Capello. Poi tu, sei anni dopo, saluti il Diavolo per andare a giocare a Genova. E chi era tornato ad allenare la squadra rossonera?
«Capello! Eh, i corsi e ricorsi del calcio… Nel 1987 quello spareggio non lo giocai perché, tanto per cambiare, ero in ospedale infortunato. Con me c’era il mio amico Filippo Galli: io spalla e tendine, lui ginocchio. Che sfiga. Nel 1993, invece, firmai per la Samp visto che quello era l’anno che ci avrebbe condotto ai Mondiali americani di USA ’94 ed io sentivo forte il bisogno di giocare con regolarità. Nel Milan il posto assicurato ce l’aveva solo Lentini mentre Donadoni ed io ci adattavamo ai ritmi del turn-over. Insomma, uno era di troppo…»

Berlusconi non lo prese bene quel trasferimento sotto la Lanterna, vero?
«Sì, lui mi avrebbe voluto milanista per sempre, ma allo stesso tempo capì le mie esigenze “mondiali”. Di Berlusconi non parlerò mai male anche se oggi è facile dargli addosso visto l’attuale momento politico. Parliamo di una persona talmente lungimirante che è sempre stata dieci anni avanti rispetto alla storia italiana: nella politica, nell’edilizia, nelle televisioni, nel calcio. Quando nel 1986 prese il Milan galleggiavamo nella mediocrità e lui ci disse al primo incontro: “Tranquilli, col duro lavoro arriveremo in cima al mondo”. E difatti tre anni dopo…»

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Coppa Intercontinentale 1989. Gol di Chicco Evani su punizione all’ultimo minuto dei tempi supplementari contro l’ostico Atlético Nacional Medellìn. Dimmi la verità: fu più una rete d’astuzia o di talento? Perché il loro portiere (il colombiano René Higuita) per me quel tiro beffardo se lo sogna ancora la notte…
«Astuzia. Da quella posizione era più naturale che tirasse un destro e difatti Donadoni era, a sua volta, nei pressi del pallone. Poi io vedo quel pertugio: uno spazio risicato in cui avrei potuto aggirare la barriera dall’esterno. Si tratta di un attimo: sinistro di Evani ed è gol. Mi è andata bene. Higuita, per me, si aspettava la conclusione di Roberto sull’altro palo.»

Parliamo di USA ’94? Un Mondiale talmente intenso e assurdo che – ti giuro – un giorno mi piacerebbe scriverci un libro…
«Partita inaugurale. Finito il primo tempo mi stiro il polpaccio con l’EIRE e perdiamo male per 1-0. Mi crolla il mondo addosso e dico a me stesso: “Ok Chicco, qua è finita ancor prima di cominciare”. E pensa che era il mio primo Mondiale in assoluto.»

E invece tu miracolosamente recuperi. 17 luglio 1994, Pasadena. Arriviamo in finale col Brasile, la trasciniamo fino ai rigori e l’ultima volta che siamo stati in vantaggio coi verdeoro (anche perché da allora non li abbiamo mai più incontrati in una Coppa del Mondo) è stata per via del tuo penalty. Il terzo della serie. A quel punto il risultato diceva: Italia-Brasile 2-1 per noi…
«Non ci avevo mai pensato a questa cosa del momentaneo vantaggio. Hey Lucilla, non è che possiamo aggiungerla in extremis nel libro? (risate) A parte gli scherzi, Enrico Mantovani (il figlio dell’indimenticabile Paolo, patron blucerchiato. NDR) mi ha fatto notare che sono stato l’unico giocatore sampdoriano della storia ad avere mai segnato in una partita dei Mondiali. Una piccola soddisfazione, dai.»

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Cos’hai pensato avviandoti verso il dischetto? Eri in trance per l’afa tremenda di quel giorno?
«No, riflettevo. Non volevo far danni e quindi mi sono detto: “Forse è il caso che non la piazzi”. Arrivo di fronte a Taffarel, il portiere dei brasiliani, e tiro forte e centrale. Anche lì, come a Tokyo, mi è andata bene.»

Poi sappiamo com’è finita: sbaglia Massaro (che non era rigorista di ruolo) e tocca infine a Roberto Baggio. Senti, adoperando tutta la sincerità di questo mondo, te lo saresti aspettato che avrebbe fallito proprio uno come il Divin Codino?
«No, lui era un insospettabile, ma questo è il bello (o il brutto) del calcio. Semplicemente succede. I rigori si sbagliano e in quel caso c’erano pure un po’ di alibi: la responsabilità di un penalty pesantissimo, la fatica, la tensione, il mezzo infortunio di Roby. Il Brasile meritò quella coppa, di poco ma la meritò. E con i “se” e con i “ma” in questa vita non si va da nessuna parte.»

Senti, quella Nazionale era ovviamente allenata/governata da un certo Arrigo Sacchi. Perdonami l’esagerazione, ma è vero che lui era un po’ come il preside e i calciatori degli alunni impauriti dalla sua presenza?
«Io quando penso a Sacchi, oltre all’enorme talento e alla sua visione totale del football, ho un solo suono in testa: quello delle sue ciabattine sul pavimento di Milanello. Quel ciabattare insistente…»

Quando veniva a cercarvi in camera per insegnarvi il pressing e la diagonale?
«Sì, e noi spegnevamo immediatamente la luce facendo finta di dormire! (ride) E non ti dico il dopo-allenamento. Solitamente ne fermava quattro o cinque per volta dicendo: “Senti, ti devo parlare di un determinato concetto tattico”. E a quel punto, se eri il quinto della lista, tranquillo che tornavi a casa dopo le nove di sera…»

Liedholm invece? Tu l’hai avuto come mister rossonero dal 1984 al 1987…
«Nils mi apprezzava non poco. Ed io, comunque, mi sono trovato bene con tutti i tecnici che ho avuto: da Italo Galbiati (il mio talent scout nel 1977) fino ad Eriksson, ai tempi belli della Sampdoria. Liedholm mi ha presentato al mondo come un giocatore di qualità visto che, ancora in quel 1984, molti giornalisti e tifosi pensavano che corressi e basta. Lui invece mi vedeva come il suo Bruno Conti. Un’ala talentuosa, insomma.»

In quel Milan eri compagno e amico di Agostino Di Bartolomei. Il prossimo 30 maggio saranno passati 25 anni esatti dal suo tragico suicidio. Ti manca Ago?
«Mi manca e penso tanto a lui. Persona straordinaria, Di Bartolomei: seria e semplice allo stesso tempo. Giocatore importantissimo in quel calcio anni ’80 popolato esclusivamente da campioni. Per me Ago era il gioco delle carte oltre che la maestria col pallone. Durante i ritiri ci mettevano al tavolo lui, io, Paolo Rossi e Gabriello Carotti, tiravamo fuori il mazzo e andavamo avanti per ore. Ore liete. Ore che non torneranno più, ma delle quali non mi scorderò mai.»

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Chiudiamo con una nota di speranza: cosa festeggiamo nell’estate del 2020?
«Intendi… »

Sì. Ci saranno gli Europei di calcio in programma dal 12 giugno al 12 luglio. Quelli itineranti per il Vecchio Continente. E la tua Italia – dove lavori con mister Mancini – è partita col piede giusto: 2 vittorie e 8 gol segnati…
«Eh, speriamo di festeggiare qualcosa. Di sorridere per qualcosa. Non dico cosa, ma direi che si è capito benissimo…»

Ci credi?
«La strada è quella giusta, il lavoro da fare è tanto. Eppure sì, io a questo benedetto sorriso ci credo.»

Non Chiamatemi Bubu (Mondadori Electa) di Alberico Evani con Lucilla Granata è attualmente disponibile in libreria e nei principali e-store digitali. Un libro sul calcio, ma non solo. Una lettura emozionante.

Evani

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