Dolcenera torna con “Più forte”: la nostra intervista

A quattro anni dall'ultimo album, la cantautrice salentina pubblica un nuovo singolo e si racconta a cuore aperto.

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Trap, sempre trap, fortissimamente trap, a un’estremità dello spettro. L’altra è illuminata dal cantautorato storico, solido, colonna-pilastro per tanti, reperto anacronistico per altri, magari troppo giovani o troppo distratti per riuscire a leggere nelle venature di quelle colonne i colori base di ciò che loro amano oggi. Nel mezzo, un mare magnum di vorrei, ma non posso e potrei, ma non voglio, spesso così tempestoso da diventare molesto all’udito. E qui e là qualche scoglio di voglio, e quindi posso. Lo scoglio di chi fa musica, la sua musica, nonostante gli insulti dell’acqua commerciale che corrode e sbiadisce intenzioni e le sirene che cantano suadenti di primi posti tra social e chart da pagare con banconote di compromessi creativi e maschere diverse per ogni occasione. Tra questi scogli c’è senz’altro Dolcenera, che di onde addosso ne ha sentite parecchie, ma non per questo ha lasciato che scolpissero di lei una forma diversa.

Cantautrice, pianista, un amore ben noto per Fabrizio De André (qui il nostro articolo sulle donne che hanno cantato Faber) al quale si è ispirata per il suo nome d’arte, Dolcenera ha viaggiato nel mondo della musica fermandosi a goderne ogni meta: tanta gavetta, sei album in studio, cinque partecipazioni e una vittoria al Festival di Sanremo (nel 2003, Sezione Giovani, con Siamo tutti là fuori), concorrente (a Music Farm, che ha vinto nel 2005) e coach (a The Voice of Italy, nel 2016, portando alla vittoria la cantante del suo team Alice Paba) di talent show, numerosi premi di prestigio (Lunezia e De André, giusto per citarne qualcuno), ma anche qualche coraggiosa deviazione fuori mappa: due ruoli da attrice e un tuffo nella trap altrui per poi tornare a casa.

Un lungo cammino, iniziato da adolescente, ricco di approdi prestigiosi ma non privo di ostacoli e soste forzate, come sempre accade a chi rifiuta scorciatoie e autostop, preferendo camminare a testa alta anche quando il vento alza la polvere e le nuvole offuscano l’orizzonte. Se c’è una costante, nel percorso artistico di Dolcenera, è proprio questa: il non avere nessun’altra costante a parte il bisogno di assecondare tempi e modi della creazione che siano davvero suoi, e poco o nulla importa se non corrispondano ai ritmi produttivi attuali o agli standard che ne sono il risultato.

Una identità artistica marcata e sincera che s’individua in una continua, attenta e colta ricerca di nuove sfide da tradurre in sonorità e parole, la cantautrice salentina non smentisce se stessa con il nuovo singolo, Più forte, pubblicato lo scorso 15 marzo: amore e dolore, fragilità e , caroselli emotivi le cui sedute girevoli sono abbracci nei quali trovare la perfezione di un quotidiano imperfetto e la melodia è ritmata e luminosa grinta, come nello stile di una talentuosa e coerente artigiana che continua ostinatamente e istintivamente a danzare fuori dalle linee dei generi musicali riscrivendole con una penna a ogni lavoro più matura e più consapevole, ma mai uguale né nel materiale, né nel tratto, né nella consistenza dell’inchiostro.

A proposito di Più forte, Dolcenera racconta: «è una canzone d’amore, che è sempre la più difficile da scrivere perché tanto se ne è scritto. L’amore inteso in senso assoluto, un sentimento che non conosce generi, età o altre differenze. Per me è stata una rivelazione pensare che il dolore che proviamo, nascendo da una mancanza di amore, può solo essere vinto, non ci rende migliori come lo fa l’amore. Siamo più forti del dolore… ma soltanto l’amore è più forte di noi». E continua: «Dal punto di vista musicale, in Più forte ho messo tanti elementi di novità, da un piano suonato con un accompagnamento cubano, alle percussioni del sud del mondo, ai fiati che accompagnano in modo jazzy stile Take Five di Dave Brubeck mescolati con la  mia parte ingegneristica che adora l’elettronica e quindi con dei synth. Più si va avanti in un percorso artistico, maggiore è la consapevolezza e più forte è l’emozione che si prova ad ogni nuova canzone, perché a parte il sound poi una canzone è una canzone e spero che tutto quello che ho provato nel comporre la musica e nello scrivere il testo possa essere provato anche da chi l’ascolta».

 

Il video ufficiale

Diretto dal regista Gabriele Surdo e prodotto da Passo 1, il video di Più forte, visivamente potente e al contempo di una onirica levità, viene presentato così: «corpi immersi in un liquido amniotico, bianco ed etereo, si animano lentamente e ciascuno con la propria individualità dialoga con l’ambiente circostante in uno stato di grazia, prendendo coscienza e consapevolezza di essere parte del tutto. In un risveglio collettivo la forza dell’amore curva la linea spazio temporale di questo limbo metafisico. Non esistono più orizzonti e confini e ci si ritrova tutti insieme e più forti».

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La nostra intervista

Partiamo dal principio: è noto che il tuo nome d’arte è il medesimo di una canzone di Fabrizio De André contenuta nel suo capolavoro Anime salve. Bene, Dolcenera è uno tra i pezzi tecnicamente e concettualmente più complessi della discografia di Faber: quali sono significato e motivazione di questa scelta?
La scelta del pezzo esprime diversi significati per me; primo tra tutti, la passione per l’anima cantautorale, per il filone cantautorale italiano che però io non intendo in maniera nostalgica. Un cantautorato, quindi, che possa essere contestualizzato in questo momento storico; secondo, per il contrasto insito nella parola, contrasto che mi sento addosso sia caratterialmente — perché non conosco il grigio, solo il bianco e il nero — e sia dal punto di vista delle esecuzioni e del mio modo d’interpretare, che è sempre fatto di chiaroscuri. Terza ragione, la presenza del pianoforte continuamente accanto a me, come elemento portante di tutta la mia vita, sia nella parte della scrittura, sia nella parte dell’esecuzione live. 

Venendo proprio alla tua scrittura, un aspetto che è particolarmente rilevante è rappresentato dal modo nel quale ritrai la donna: il raccontare è sempre dal suo punto di vista, ma il quadro che viene fuori è tutt’altro che stereotipato. Ci sono fragilità, tenacia, sensualità, passione, gioia, lacrime. Niente fanciulle indifese né invincibili. Chi sono, allora, queste donne? E quanto c’è di te in esse?
Che bella domanda! Sei la prima che mi fa una domanda di questo tipo! La donna che racconto un po’ me la dipingo addosso, quindi un po’ sono io e un po’ è ciò che vorrei essere. Il mio ideale è quello di una donna che conserva tutta la sua femminilità, ma ha anche forti tratti mascolini: indipendente, con aspirazioni lavorative, che riesce a dare il giusto valore all’amore ma anche alla realizzazione di se stessa. Una donna che riesce a fare gruppo: molto spesso le protagoniste delle mie canzoni si esprimono alla prima persona plurale, con il “noi” e non con l’ “io”, e mi si dice che il noi è più maschile. Invece no. Anche noi sappiamo e dobbiamo sostenerci a vicenda.

Proprio in virtù di questa grande attenzione che hai sempre dimostrato nei confronti delle donne e, in generale, dei diritti di chi troppo spesso li vede messi a rischio, qual è secondo te in un momento storico e politico così delicato il più grave errore che si commette nel raccontare l’universo femminile nel mondo della musica?
Una cosa che arriva dal mondo trap, per esempio, è il definire la donna una prostituta e solo in quel modo. E quando la donna viene invece elevata a concubina, è solo per un desiderio maschile. Quindi la visione della donna nel mondo trap è purtroppo misera. Non so quanto i ragazzi ci credano: mi auguro che immaginino sia solo uno stereotipo di linguaggio. Ma l’altro aspetto che non mi piace è il rovescio della medaglia, cioè quando si vuol far credere alla donna che l’uomo è disperato per lei, e questo di solito invece lo fanno i cantautori quando vogliono intenerire raccontando immagini di un uomo che si strugge per amore. Non è poi così realistico, diciamocelo.

Parlando dell’aspetto musicale dei tuoi lavori, l’impressione che si ha è che il pentagramma sia il tuo parco giochi preferito: tante contaminazioni sia geografiche che tecniche, spaziando dall’elettronica, al rock, alle ballad. Come si è evoluto nel tempo il tuo modo di comporre e da dove provengono le suggestioni che rielabori modellandole sulle parole o viceversa?
La scelta dei mondi da toccare quando crei un nuovo album, un nuovo progetto, avviene proprio nell’ambito di un parco giochi grande quanto l’intero pianeta, perché qualsiasi angolo del pianeta può ispirarti un nuovo universo da scoprire. Personalmente, reputo la musica un territorio che puoi studiare per una vita senza arrivare a saperne nulla; perciò l’ispirazione ha bisogno di tempo… e io non sono una che fa le cose in fretta: ha bisogno di tempo quando avverti forte il bisogno di rinnovarti e di non correre il rischio di presentare progetti che si differenziano tra loro solo per qualche piccolo fattore. E quel tempo serve ad alimentare te stesso con letture, viaggi, incontri, esperienze che pian piano formano un quadro nuovo nella tua testa. La speranza alla fine di ogni progetto è che lo formino in maniera veloce, per avere già subito idea di cosa fare di nuovo in seguito. Per quanto riguarda questo album, ho vagato un po’ dalla fine del 2016, quando ho finito la promozione de Le stelle non tremano – Supernovae: continuavo a scrivere, ma non mi piaceva nulla e allora ho smesso. Sono così: passo dei periodi più o meno lunghi durante i quali non scrivo niente perché sento di non avere più nulla di nuovo da dire. Ma poi ho iniziato a leggere dei testi  — per esempio, Donne che corrono coi lupi, di questa psicanalista, Clarissa Pinkola Estés, specializzata in tribù, che parla di come la donna deve recuperare la sua anima selvaggia dopo anni e anni di pseudociviltà che l’hanno ridotta a essere fragile costantemente da proteggere; lei dice che l’animale più simile alla donna è la lupa: sta in gruppo e fa branco, è cacciatrice e procura il cibo, è madre. La donna deve ricordarsi che è stata tutto questo fino a quando dei filoni culturali non l’hanno ridotta a un soggetto debole e sottomesso — e queste letture che richiamano al primordiale, sommate al viaggio che ho fatto in terre che mi hanno influenzata molto come Miami, Cuba e Brasile, e agli ascolti di musica di Nina Simone e di afro trap francese, due mondi opposti, dentro di me hanno trovato un’unione mettendo insieme il pianoforte che doveva essere preponderante e le percussioni del Sud del mondo a identificare un’anima universalmente meridionale, ancestrale. Siccome in questo viaggio, poi, son passata anche per Los Angeles e San Francisco, è come se avessi guardato le Terre del Sud dal Nord, il che mi ha portata a utilizzare fiati e sintetizzatori in una maniera totalmente differente. Tutto un po’ strano (ride).

Hai sempre dimostrato di non avere timori reverenziali né particolari remore quando si è trattato di reinterpretare filtrandoli attraverso la tua sensibilità e le tue attitudini pezzi scritti da altri autori: come selezioni i brani da rileggere?
Il mio rapporto con le cover è un po’ strano, perché prima di diventare Dolcenera non è che ne abbia eseguite poi tante, dal momento che già scrivevo e componevo musica. Non mi piaceva risuonare i pezzi degli altri, a parte alcuni. E questi “alcuni” nell’ambito della musica pop erano (e sono) di solito pezzi che hanno in sé qualcosa di apocalittico, una atmosfera di rivelazione. Quando con le cover band facevo Heroes di David Bowie, quel tipo di apocalittico per me era esaltante, così come è rivelazione Sei bellissima di Loredana Berté, perché quel ritornello è scritto, sia musicalmente, che testualmente, come una apertura e un concetto potenti. Ecco, di solito è proprio la potenza espressiva delle canzoni ad attirarmi. Se non fosse per l’esperimento sociale che ho condotto pochi mesi fa, con il quale la potenza non c’entrava nulla perché ad attirarmi è stato proprio l’esperimento in sé: Dolcenera che reinterpreta la trap.

Era proprio la domanda che ti avrei fatto successivamente: che cosa ti ha avvicinata a questo universo?
Come ti dicevo, proprio un esperimento sociale nel quale io fungevo da specchio della realtà e reinterpretavo mettendo a nudo i pezzi, suonandoli al piano unplugged, con serietà e sincerità. Chiaramente, a momenti ne veniva fuori una versione dignitosa, a  momenti si verificava quello che io definisco “crash di sistema” , in cui il testo proprio non si presta a vestire questi abiti seri e sinceri. L’apice del crash totale del sistema lo abbiamo raggiunto con Young Signorino: la follia di suonarci sopra il preludio in DO minore di Bach.

La difficoltà più grande che hai incontrato è stata dunque il rendere con veridicità questi pezzi in una chiave del tutto diversa?
In realtà io lasciavo andare l’interpretazione: dove il testo riusciva a reggere una interpretazione seria, bene; dove appunto si verificava il crash del sistema, beh, lasciavo andare anche quello. Più che altro, spesso è stato difficile provare a reinterpretare dei pezzi musicalmente monocordi al piano che è invece uno strumento che necessita di variazioni: la maggior parte di essi erano non rileggibili proprio perché costruiti sullo stesso giro di accordi.

Quindi ti sei sostanzialmente ritrovata non a rileggerli, ma a riscriverli…
Esatto: infatti talvolta cambiavo gli accordi tentando di renderli più vivi, perché quella tipologia di arrangiamenti crea una sorta di ipnosi. Una ipnosi che ha senso solo quando gli accordi scompaiono all’interno dell’esecuzione: quando si tratta di portarli alla luce, l’unica cosa da fare è riscriverli, come nel caso del pezzo di Young Signorino. Lì gli accordi non ci sono mica! (ride)

L’altro tuo EP, Dolcenera canta il cinema, pubblicato nel 2006, è stato il primo prodotto di una passione che in seguito hai manifestato interpretando tu stessa due ruoli e scrivendo e traducendo pezzi per colonne sonore. Come descriveresti il tuo rapporto con la Settima Arte e cosa la avvicina e l’allontana dalla musica, alla quale è da sempre così strettamente legata?
Ciò che allontana il cinema dalla musica sono le grandi difficoltà produttive in un’epoca nella quale tanti settori sono in crisi, il che porta ad appiccicare forzatamente una canzone a un film solo per risparmiare. Come spesso accade, in periodi di crisi i primi comparti a risentirne sono quelli artistici, perché ritenuti non il pane quotidiano, ma “solo” il pane quotidiano dell’anima. Ciò che invece lega cinema e musica è l’emozione, ed è in entrambe le forme d’arte imprescindibile. Infatti, quando ho fatto l’attrice, quello che mi mancava moltissimo per alimentare la mia aspirazione era la colonna sonora: dentro di me pensavo “ma perché non mi mettono una musica in sottofondo?”, mi sembrava impossibile poter girare senza musica. Una stampella emotiva senza la quale mi sentivo muta. La bravura degli attori veri credo risieda proprio nel riuscire a creare l’atmosfera senza note.

Una esperienza che ti piacerebbe ripetere in futuro, quella sul set?
Solo se cambio orologio biologico, perché io vado a dormire alle quattro e per i tempi del cinema alle quattro s’inizia a girare! (ride)

Un piccolo salto nel passato: tu hai preso parte a un talent avendo già conquistato una prestigiosa vittoria al Festival di Sanremo. Cosa credi che questo genere di esperienza possa togliere e possa dare a chi invece si ritrova a viverla senza una solida gavetta alle spalle?
Ciò che credo venga dato loro è una possibilità espressiva che spesso non viene più concessa dalle case discografiche, essendo praticamente scomparso il talent scouting. Ciò che viene tolto, invece, è la formazione psicologica (e il prezzo che in seguito ci si ritrova a pagare può essere molto elevato), ma anche la forza di reggere questo genere di emozioni: il nostro mestiere ci porta a essere sulla bocca di tutti e chiunque si sente in diritto di esprimere un giudizio. Viene così meno anche la capacità di diventare oculato nella scelta dei collaboratori, perché la giovane età e la mancanza di esperienza ti rendono il soggetto ideale al quale buttar fumo negli occhi, e si finisce spesso incastrati in un personaggio che non ci corrisponde, finendo per compromettere la propria serenità anche nella sfera personale. Questo vale per chi ce la fa, poi, a intraprendere una carriera: chi non ce la fa, rischia di soffrirne per tutta la vita. E ancora peggiore è la situazione di chi sembra avercela fatta e poi si ritrova costretto ad arrendersi.

Veniamo a Più forte: di quale progetto rappresenta il primo passo?
L’album verrà pubblicato in autunno e sarà gioioso, pieno di sentimenti positivi. Un album nel quale tutte le canzoni esprimeranno libertà, anche nelle scelte artistiche, e il desiderio di cercare modi nuovi di comunicare. Si sentirà una personalità dall’entusiasmo ancora da bambina, e Più forte incarna in pieno ciò che intendo: la maniera espressiva, vocale, è di una donna; è serio il modo nel quale canto le strofe, il ritornello. La parte più bambinesca, invece, è nella ricerca dei suoni, nell’energia, nei synth e nei fiati che comandano nel ritornello, accostamento particolare. C’è una voglia di liberazione, di pensar positivo anche in un momento sociale e politico nel quale tanti credono di aver trovato una stabilità che io invece vedo lontanissima. “No te preocupes de nada, mi vida”, frase dello special del pezzo, è proprio un “quanto vorrei dire così”…

Un forte desiderio di speranza, dunque.
Più che di speranza, di continuare a pensare in maniera positiva, perché la speranza io la vedo in una chiave più negativa, come se rappresentasse l’attesa che qualcun altro risolva i tuoi problemi. Invece il pensar positivo è propositivo.

Un’ultima domanda: ci hai abituati a un costante rimetterti in gioco, anche dal punto di vista estetico, rifiutando categoricamente il comodo trincerasi nella proverbiale comfort zone. Chi è oggi Dolcenera e dove sta andando?
In effetti vengo criticata costantemente dai miei amici più cari, che mi chiedono perché non sia mai riuscita a ritagliarmi quella comfort zone, garantendomi così un percorso anche più tranquillo, più sereno. (ride) Ma io ho un problema da questo punto di vista e quel problema è lo studio, il desiderio di imparare continuamente cose nuove e di avvertirmi costantemente diversa, costantemente in crescita. Persino la frangetta non riesco a mantenerla uguale di mese in mese! (ride) Mi sento non conclusa, incompleta, convinta di poter e di dover dare sempre di più. Quello che mi sbalordisce ulteriormente è che nei momenti di maggior successo della mia carriera, non poteva essere quella, la mia comfort zone? No! Ho ripudiato tutte le sicurezze e sono ripartita da zero, sempre puntando a un futuro diverso. Mah. (ride) L’anima cantautorale, le parole, la visione di vita, i valori che esprimo, però, restano i miei, solidi. Nonostante la comunicazione che cambia, che a tratti si velocizza, a tratti si imbruttisce, a tratti rifiuta la poesia, io non ci sto. E il mio cuore rimane invariato.

L’artista è molto attiva sui social: questa è la sua pagina Facebook ufficiale, sulla quale è possibile trovare informazioni relative a discografia e appuntamenti live, nonché interagire direttamente con Dolcenera.

 

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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