Alessandro Buggio, l’ultimo guardiano del faro psichedelico

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Ci addentriamo in un meandro luminoso, colorato, intimo, privato… È una sorta di museo interattivo, un viaggio fra la tecnica sonora di fine XX secolo. Il ‘custode’ è Alessandro Buggio, una sorta di simbiosi culturale Battiato/Lennoniana.

In realtà è solo una casa, ma entrandoci pare di essere in una sorta di fabbrica di cioccolato à la Tim Burton… nella quale è stato creato uno studio di registrazione di tutto rispetto con l’aggiunta dei canditi… in sostanza è zeppa di strumenti che sono dei veri e propri esperimenti messi in pratica da scienziati ‘pazzi’ del suono, ingegneri e musicisti visionari. Strumenti elettronici prodotti più o meno in serie, per generare musica in maniera rivoluzionaria per l’epoca, parliamo di più di mezzo secolo fa… da metà anni ‘60 in poi, oltre cinquant’anni di riverberi, modulazioni di frequenza, di sperimentazione sonora, ed è grazie a custodi del genere che un mondo intero riesce a sopravvivere ai successivi mondi…

Ciao Alessandro, benvenuto nell’angolo “Let There Be Drums”. Oltre ad essere un batterista dal tocco deciso e sicuro sei un iperbolico funambolo dell’elettronica, riparatore di complessi processori elettronici d’epoca e antichi organi da chiesa in giro per la penisola… Raccontaci chi sei…
Premetto che ero a conoscenza che mio papà da giovane fosse stato musicista, bassista per la precisione di un gruppo locale alla fine degli anni 60, però a casa mia fino all’età di 14 anni non ci sono mi stati strumenti musicali, se non una chitarra classica “Clarissa” con la paletta spaccata. Quindi niente che potesse avviare un interesse musicale, finché un giorno per puro caso un amico di mio papà dovendo traslocare chiese di tenergli la batteria in garage. La batteria rimase sotto un telo per quasi un anno, finché “il cugino che abita in Germania” non passò a Natale per gli auguri e ci chiese di poterla montare. Fece dei banalissimi ritmi alla batteria che mi lasciarono completamente estasiato, quello fu il giorno in cui capii che dovevo suonare o comunque che quella poteva essere la mia valvola di sfogo. Iniziai comprando una Tama RockStar coi piatti Paiste 602, suonandola tanto tutti i giorni da autodidatta. Il mio suonare tanto portò mio padre a riappassionarsi alla musica e a rifondare il suo gruppo con i componenti originali. Tra i membri del gruppo c’era e c’è tuttora un tastierista che venne un giorno alle prove con uno strano strumento, era un Minimoog… Ricordo che lo portai in casa una volta che lo aveva lasciato da noi in sala prova e mi sedetti di fronte a cercare di capire cosa caspita fossero tutte quelle manopole, lì è iniziata la mia seconda folgorazione per gli strumenti elettronici e i sintetizzatori che tutt’ora continua

Quindi la batteria per te cos’è?
È come se fosse qualcosa d’innato, mi è sempre venuto naturale suonarla, negli anni ho comprato altre batterie, a partire da una Ludwig Vistalite Zet Set, la replica originale della famosa batteria in Plexyglass di John Bonham, dal suono gigantesco! La usavo con la mia band Progressive i ‘Mammut’.
Qualche anno più tardi per la mia nuova band che si chiamava ‘Cinemabianchini’ decisi di farmi costruire una batteria custom dalla Drumsound di Torino. Tutta in acero con misure molto “punkrock” Grancassa 22×20, Tom 14×12 e Timpano 16×14, poi colorata e rifinita da me stesso.

I tasti bianchi e neri con tutti gli annessi diabolici che ne virano i suoni invece cosa sono per te?
Per me i sintetizzatori e in generale il cercare di creare nuove sonorità è diventata una ricerca appassionata e importante, certi suoni o tappeti sonori se hai la sensibilità giusta ti possono veramente portare a stati emotivi meravigliosi, molto profondi, negli anni mi sono prevalentemente interessato all’acquisto di sintetizzatori e apparecchi elettromeccanici per la generazione di suono.

Hai musicato dal vivo la proiezione di ‘Nosferatu il Vampiro’ di Friedrich Wilhelm Murnau del 1922, a Piove di Sacco (PD).
Sì, il Nosferatu è stata una bellissima sfida, musicare un film di quasi due ore, muto, degli anni ’20, completamente dal vivo coi sintetizzatori, senza nessuna registrazione precedente… ma il pubblico è stato completamente rapito quindi direi che l’esperimento è riuscito. Mi è costato qualche anno di vita ma è il prezzo da pagare… (ride).

Di pratiche artistiche non convenzionali hai una lunga lista all’attivo, parlaci del treno di John Cage…
Un altro bellissimo evento! Nel 1978 il compositore americano John Cage fece una performance dentro un treno a vapore che va da Bologna a Porretta Terme. Per il quarantennale si è ripetuto questo evento, sempre dentro lo stesso treno a vapore, con lo stesso percorso, dentro al treno oltre ai musicisti e performer, 390 persone che potevano muoversi fra le carrozze ed ascoltare le varie esecuzioni, che potevano spaziare dalla musica elettronica, al rock, ai rumoristi vari eccetera, un’esperienza unica che non dimenticherò mai.

Alessandro Buggio

Se avessimo la possibilità di far entrare i nostri lettori nella tua isola felice, quali ‘accrocchi’ vintage, analogici, magici, potremmo fargli ammirare?
Il più particolare è l’organo Dereux, un organo rarissimo degli anni ’60 che usa un principio elettrostatico di generazione del suono, in pratica dentro ha 12 dischi (uno per ogni nota), ogni disco produce tutte le ottave di tastiera ruotando fra due piastre nel quale è disegnata la forma d’onda “copiata” dagli organi a canne reali…

Hai un mostro in casa…
Un altro pezzo sicuramente interessante è il famosissimo riverbero da studio EMT140, quello che usavano negli Abbey Road Studios (e che usano ancora oggi), usato praticamente in tutte le registrazioni dagli anni ‘50 agli anni ‘70. Si tratta di una lastra d’acciaio due metri per uno, tesa in un telaio e messa in vibrazione tramite una bobina del suono che voglio “riverberare”, in pratica la lastra di acciaio è come la membrana di un altoparlante che viene messa in vibrazione da una bobina ai cui viene applicato il segnale da riverberare, poi ai lati della lastra ci sono due pick up tipo quelli di una chitarra elettrica che ne prelevano il suono riverberato. Beh che dire il suono è straordinario…

Immagino…
Ho anche un interessante collezione di echi e riverberi, tra cui spicca uno splendido Echo Reverb Fender della fine degli anni ‘60 chiamato Oilcan… Perché questo nome direte? È perché dentro c’è proprio una lattina di olio in cui gira un disco in alluminio, che per uno strano principio elettrostatico produce l’effetto eco. fico no?

Decisamente… 
Bhè non sto neanche qua a parlare tanto del famosissimo Echorec Binson strausato da Gilmour negli anni settanta, il famoso echo a tamburo magnetico, tutto italiano inventato dall’Ing. Bini di Milano.
Custodisco con piacere il famoso organo Vox Continental usato da Ray Mazarek dei Doors, che alla fine degli anni ‘60 veniva costruito in Italia come nel caso del mio, datato 1967… oltre al mitico e ormai raro Mellotron, l’oggetto più amato dai prog rockers ed elettronici, uno strumento preistorico ma dotato di un indescrivibile fascino sonoro. Considerato il campionatore ante litteram, dotato di una tastiera sotto cui ogni tasto c’è uno spezzone di nastro magnetico preregistrato col suono della nota che devo riprodurre. Mi spiego: sotto il do la nota do sotto il re il re, in pratica premendo il tasto non si fa altro che mandare in “play” lo spezzone di nastro che comincerà ad essere letto dalla testina (esattamente come un registratore a nastro). In questo modo uscirà il suono dello strumento acustico preregistrato. I “bachi nastri” sono intercambiabili e hanno 3 suoni ciascuno. Nei miei due banchi ho i suoni ‘Flutes’, quelli di ‘Strowberry Fields Forever’… ‘Three Violins’, usati spesso dai Genesis o in ‘Breve Immagine’ de ‘Le Orme’), infine ‘Eight Choir’, ‘St. Paul Cathedral Organ’, ‘Cello’, quello di ‘Wonderwall’ degli Oasis e ‘Xilofono’.

Tornando alla batteria, non sei mai stato attratto dai pad elettronici, vero?
Qualcosa ho provato ad usare, tipo i Roland Octapad, ma non l’ho mai sentita una cosa mia, per fortuna, non ho mai dovuto scendere a compromessi e ho sempre suonato la musica che mi andava di fare che è una cosa molto gratificante.

Dove arriverà la musica in futuro?
Avendo portato la musica ad un livello tecnologico così alto presumo che la musica del futuro sarà quello dì un ritorno alle origini…

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