Federico Baroni, il nuovo sound di “Non pensarci” (intervista)

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Da venerdì 5 aprile sarà disponibile nei negozi e su tutte le piattaforme digitali Non pensarci, (etichetta Artist First), l’album d’esordio del cantautore e busker romagnolo Federico Baroni: 9 tracce che raccontano prevalentemente amore e amicizia in viaggio su un tappeto sonoro d’ispirazione marcatamente internazionale . L’uscita è stata anticipata da due singoli, uno dei quali è la traccia che dà il nome all’intero lavoro, selezionata tra i 69 brani finalisti di Sanremo Giovani 2019.

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Federico Baroni, classe ’93, inizia a scrivere i suoi primi inediti e a suonare in strada a 21 anni, dopo aver conseguito una laurea in Economia. Nel 2015 intraprende un summer tour da busker per le strade di tutta Italia, accompagnato da due videomaker che documentano l’esperienza (i video sono visibili sul canale YouTube dell’artista), mentre nel 2016 viene notato dai giudici di X Factor, ma non rientra nella rosa dei prescelti per la fase serale. Ci riprova così nel 2017 con Amici di Maria De Filippi, ma anche questa volta si ferma prima di approdare alla prima serata. Dopo l’esperienza televisiva, nel gennaio 2018 pubblica con Artist First il suo primo singolo, Spiegami; a giugno dello stesso anno suona prima di Emma Marrone in occasione della Festa della Musica a Roma e il 24 dello stesso mese pubblica il suo secondo singolo, Domenica, un featuring realizzato con i producer Kharfi e Veerde.

La copia fisica di Non pensarci sarà disponibile in due versioni: una classica e una contenente il cd autografato — anche in bundle con la t-shirt ufficiale — acquistabile sul sito Music First. L’album è già in pre-order e pre-save su tutti gli stores online.

 

 Queste le date degli instore finora confermate:

5 aprile Roma – Discoteca laziale (ore 17:30)
6 aprile Rimini – laFeltrinelli Largo Giulio Cesare (ore 16)
7 aprile Milano – Mondadori Megastore (ore 16)
8 aprile Napoli – Mondadori Piazza Vanvitelli (ore 18)
9 aprile Bari – laFeltrinelli Via Melo (ore 18)

L’appuntamento in programma a Milano non si limiterà al firmacopie, ma vedrà Baroni esibirsi live in Piazza Duomo per un outstore esclusivo, aperto a tutti i suoi supporter.

Il cantautore presenta Non pensarci con queste parole: «è il riassunto degli ultimi cinque anni della mia vita, tra musica, live, viaggi, incontri, amicizie, amori, delusioni, piccole e grandi soddisfazioni e tanto altro. Un disco interamente autobiografico, ad eccezione del brano “Diverso” che ho scritto per un mio amico. Riassume storie ed emozioni molto personali, vissute sempre in prima persona, in cui ho cercato di raccontare nel modo più semplice e diretto possibile quello che stavo provando in quei momenti. È un album che riflette perfettamente il mio carattere e il mio modo di essere: una persona estroversa, solare e sempre positiva che nasconde allo stesso tempo un lato riflessivo, sensibile e talvolta anche molto insicuro che tendo a non far vedere mai agli altri… ma c’è e finisce inevitabilmente per uscire fuori nelle canzoni».

Abbiamo intervistato telefonicamente Federico Baroni in una giornata interamente dedicata alla promozione dell’album: ecco cosa ci ha raccontato a proposito dell’inizio della sua avventura artistica, dei suoi processi creativi e delle speranze per il prossimo futuro.

La nostra intervista

Come e quando è iniziata la tua avventura artistica?
In realtà ho iniziato abbastanza tardi, perché mi sono avvicinato alla musica intorno ai 19 anni; prima di spostarmi a Roma, ero lontano da questo mondo, non ascoltavo musica né suonavo. Una volta trasferitomi per l’università, quasi per gioco e su consiglio di un amico ho iniziato a prendere lezioni di canto e poi da lì, grazie alla mia insegnante, mi sono avvicinato anche allo studio degli strumenti e ho scritto i miei primi pezzi. Si può dire che è scattato un vero e proprio colpo di fulmine, un amore che è progressivamente aumentato portandomi a prendere definitivamente la strada della musica accantonando la laurea in economia, che ho comunque conseguito insieme al Master in Music Business.

Quali sono stati gli ascolti che ti hanno accompagnato e ispirato quando hai mosso i primi passi in questo universo professionale?
Questa è una bella domanda, perché gli ascolti di allora hanno influito su tutte le sonorità del disco. A differenza di molti artisti italiani, infatti, io non sono cresciuto con i classici nomi tipo De André, Dalla, De Gregori o Battisti, ma mi sono avvicinato a un artista in particolare: Ed Sheeran, che mi ha colpito anche per il suo suonare spesso in strada con chitarra e loop station. Così son corso subito ad acquistarli anch’io, perché quando individui un mito, non puoi fare a meno di provare a emularlo. Così, grazie a lui ho iniziato ad ascoltare molta musica internazionale: Bruno Mars, Maroon 5, Coldplay, che poi hanno influito su tutto il mio percorso artistico perché, da come si può sentire nel disco, ho mutuato quel genere di sound anglosassone che non è così frequente ascoltare in un album italiano. Ultimamente, mi sta ispirando molto la musica italiana underground, soprattutto hip-hop e rap: Frah Quintale, Willy Peyote, Tedua, Rkomi, Fibra. Il mio idolo vero è però Jovanotti, non solo artisticamente ma anche come personaggio: sempre feeling good, sempre positivo e spensierato.

Qual è il tuo processo creativo nell’associare testo e musica?
Come è tipico del genere che sto cercando di portare, cioè il funk, il tutto è molto improntato sul groove, sul ritmo, sulle melodie più che sul cercare chissà quali paroloni. Non è un genere tipicamente cantautorale, chitarra e voce, che ti porta a concentrarti sulle parole: qui ti fai trasportare molto di più dal sound. Parto comunque dalla melodia, da uno strumento (di solito chitarra o piano, ma soprattutto la prima), in falso inglese: mi costruisco nella testa una melodia che mi piace canticchiando parole a caso e poi, una volta trovato il giusto giro di accordi, arrivano le parole.

A proposito del sound fortemente influenzato da ascolti internazionali, credi che esista una chiave che porti a “italianizzarlo”, a personalizzarlo così da evitare il rischio d’essere tacciati di mancanza di originalità?
In realtà non si tratta di un aspetto sul quale mi sono soffermato: le parole in inglese e in italiano suonano in modo completamente diverso e se tu ti stai ispirando a qualcosa ma ci scrivi su in italiano, inevitabilmente finisci per produrre qualcosa di diverso. Proprio per questo penso di aver trovato uno stile che mi potrebbe contraddistinguere rispetto a quanto si sente oggi in Italia.

Quasi tutti i testi di questo album, come tu stesso hai raccontato, sono autobiografici: quale di essi è nato con maggiore immediatezza e quale, se c’è, ti ha richiesto una più lunga introspezione?
I testi posso dire che son nati tutti in maniera molto spontanea: per nessuno di essi mi son seduto alla scrivania e ho detto “voglio scrivere un brano che parla di questo o di quest’altro”. Sono tutte esperienze che ho vissuto realmente, quindi mi son trovato in camera mia, con la chitarra, alla ricerca del giro di accordi del quale si diceva prima. Avevo delle sensazioni dentro, delle parole, nate in seguito a quelle esperienze e quindi ciò che ho scritto è fortemente sentito, emozioni molto vive che non mi hanno costretto a una particolare ricerca. L’unica canzone che si distingue in questo processo è Diverso, che ho scritto per un mio amico.

Ecco, Diverso mi aveva colpito in maniera particolare perché, rispetto alle altre che ti vedono “dialogare” con un amore, questa rappresenta un cambio di prospettiva. Come nasce?
Dopo anni, un mio amico ha voluto confidarsi con me su questa cosa (la canzone racconta di un coming out, n.d.r.) e il pezzo descrive proprio la chiacchierata di quella sera: nelle strofe è lui a parlare, con incertezze, preoccupazioni e domande, mentre il ritornello è la mia risposta, le mie risposte, il mio dirgli “non devi preoccuparti di sentirti diverso, perché tante persone provano la stessa sensazione, ciascuna per un motivo”. È una canzone che sento anche molto mia perché in quel periodo volevo fare musica ma ci si aspettava che studiassi e arrivassi alla laurea, mi sentivo cucito addosso un vestito che mi stava stretto e quindi anch’io mi sentivo diverso rispetto all’immagine che gli altri avevano di me. Si è trattato di una esperienza forte e ho voluto trasformarla in canzone sperando anche di aiutare qualcuno che si trovasse ad affrontare la medesima situazione. Un tema delicato e poco affrontato nel mondo della musica perché spesso, quando scrivi un pezzo del genere, la gente pensa che tu lo faccia attirare l’attenzione, con furbizia. Per questo non ho voluto farlo uscire come singolo né presentarlo a Sanremo, proprio per far capire che il mio desiderio era solo quello di raccontare qualcosa di vero.

La tua esperienza di busker cosa ti ha insegnato?
La strada mi ha arricchito tantissimo sia a livello personale che artistico, perché mi ha dato la possibilità di recuperare il gap che avevo rispetto ad altri artisti che magari hanno iniziato a studiar musica fin da piccoli e quindi avevano una esperienza di gran lunga maggiore e il fatto di poter andare a suonare tutti i giorni davanti a un pubblico ha rappresentato la palestra migliore, portandomi a fare in tre anni quello che altri hanno fatto in dieci. E poi mi ha permesso, costringendomi ad adattarmi a un pubblico sempre diverso, di abbattere tanti muri. Infatti rivivrò questa esperienza con l’outstore del 7 aprile a Milano: saremo i primi a presentare un progetto di inediti in strada.

Quali sono i progetti e i desideri per il prossimo futuro?
Per quanto riguarda i progetti, si parte con gli instore e poi, sicuramente, ci sarà un vero e proprio tour con la mia band. Quanto alle ambizioni, la speranza è che il disco possa essere apprezzato e queste canzoni possano arrivare a un pubblico ampio, portandomi su palchi importanti.

 

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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