Fulminacci, la meglio gioventù d’autore (intervista)

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Proprio ieri è stato pubblicato sugli stores digitali (e dal 12 aprile sarà disponibile in copia fisica) La vita veramente, album d’esordio di Fulminacci, cantautore romano classe 1997. Certo, il nome d’arte — in una recente intervista a Rolling Stone il giovane artista, che ha tentato senza successo di mantenere il riserbo sulla propria identità anagrafica, ha spiegato che è nato in famiglia, quasi per caso — non incute soggezione come quello di un iconico supereroe, ma risuona come le esclamazioni da fumetto o da cartoon riportando alla mente Popeye; ecco, nel caso di Fulminacci, gli spinaci gonfiabicipiti sono rappresentati da una evidentemente robusta conoscenza degli stilemi narrativi e sonori del cantautorato nobile italiano e della sua discendenza più colta, che porta il giovane artista a ritrarre bozzetti di quotidianità con una matita dalla mina poetica e insieme sottilmente ironica, un uso estremamente sapiente delle parole e un manifesto coraggio nel mettere al loro servizio armonie tutt’altro che scontate o furbe.

Si intravede tanto, tra le pieghe e le pause delle strofe di Fulminacci: strade, inciampi, dubbi, amori, dolcezza, ironia, pigrizia, sogni. C’è tutto, e la promessa di tanto ancora di là da diventar canzone. E, di base, c’è una freschezza interpretativa che veste di nuovo anche richiami inevitabili a metriche e intrecci verbali  che un orecchio allenato a un certo genere di musica d’autore riconosce a occhi chiusi.

Tutte le tracce sono illuminate, ma quella che, di primo acchito, cattura maggiormente l’attenzione è Borghese in borghese, un testo estremamente maturo non solo per il lessico e il modo nel quale con esso l’autore gioca, ma per la maturità della visione: una sorta di prospettiva invertita rispetto a quella della monumentale Quelli che benpensano di Frankie Hi-NRG che vede il narratore ascriversi con sarcastica convinzione alla categoria dei nessunofili, quelli tutti abitudini e quieto vivere che per convenienza si immergono fino all’attaccatura dei capelli nel mare piatto della non scelta e poi si indignano per un rigore non concesso: echi del miglior Silvestri anni novanta in strofe che s’inseguono rapide e fitte catturando l’orecchio e insieme distraendolo, quasi come il più classico dei discorsi-status che riempiono la bocca dei vuoti a pareggiare.

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Fulminacci descrive così questo suo esordio: «La vita veramente è un disco pieno di me e questa è sicuramente la cosa più bella. Lo considero un album estremamente vario, quasi schizofrenico nella sua proposta stilistica, ma nonostante questo nessun brano risulta figlio unico, ha una coerenza tutta sua e rispecchia la mia voglia di sperimentare e di non fermarmi mai, neanche quando sono soddisfatto. Parlo di amori e rincorse, di tangenziali e gite, tradimenti e caffè, sigarette, ascensori e semafori, insomma parlo della vita, veramente.»

Il 16 aprile partirà dal Largo Venue di Roma il tour organizzato da Magellano Concerti e l’artista sarà anche uno dei protagonisti del MI AMI 2019, nella giornata di venerdì 24 maggio.

Le altre date finora annunciate:

19 aprile – Torino, Off-topic
5 giugno – Bologna, Biografilm Park
16 giugno – Vicenza, From Disco to Disco Weekender

Abbiamo intervistato telefonicamente Fulminacci un paio di giorni fa e l’interessante conversazione ha dipinto il ritratto di un giovane artista in divenire, la cui unica certezza — ci rivela lui stesso — è rappresentata dal non avere certezze che non siano il suo grande amore per la musica e la scrittura e l’irrefrenabile curiosità, da tradurre in studio e sperimentazione costanti che assumano la forma di sincere fotografie di vita scattate da angoli sempre differenti, così da fornire un quadro d’insieme incompleto, ma insieme dettagliato e personale.

La nostra intervista

“La vita è solo la manutenzione di una circostanza”, canti ne I nostri corpi. Quale circostanza ti ha portato a intraprendere questo percorso professionale?
Tutto è cominciato in maniera estremamente naturale: ho iniziato a scrivere qualcosa — che ora non definirei canzone — sin da quando avevo sedici anni e dai diciotto in poi ciò che scrivevo è diventato presentabile. Così ho preso coraggio e i pezzi li ho fatti ascoltare prima alla mia famiglia e poi alla mia etichetta.

La passione per la musica, dunque, è parte di te da sempre?
A dieci anni ho iniziato a prendere lezioni di chitarra, poi ho preso anche qualche lezione di batteria, molto utile per darmi una visione d’insieme; il canto, invece, è arrivato molto dopo, ma soprattutto per una questione d’imbarazzo: mi sembrava assurdo che io dovessi cantare consapevole di non saperlo fare. Poi, come dicevamo prima, ho preso coraggio e mi son detto “dai, ho scritto delle canzoni, tanto vale cantarle io, almeno so come sono e come vengono”.

Parlando dei tuoi testi, sono evidenti una ricerca e uno studio attenti e meticolosi nella scelta dei vocaboli e nella costruzione dell’impalcatura verbale, molto vicini a quelli del cantautorato propriamente detto, dai maestri storici alla seconda generazione della scuola romana – Fabi, Gazzè, Silvestri, Cristicchi. Quali sono stati gli ascolti e le letture che hanno maggiormente influenzato, più o meno consapevolmente, il tuo stile?
A me sembra quasi assurdo che vengano nominati questi personaggi che stimo moltissimo parlando della mia musica, e ne sono onorato. Sicuramente vivendo a Roma e ascoltando questo genere di cantautorato, è inevitabile che siano presenti riferimenti a quel mondo; ma anche De Gregori, Battisti, li conosco molto bene e ne sono un appassionato.

Fa piacere sentirlo dire a un così giovane artista: ultimamente sembra stia prendendo piede la tendenza a menar vanto del discostarsi da quei canoni e da quella storia…
Non demonizzo questo atteggiamento e guardo con interesse anche a chi sceglie percorsi diversi. Nel mio caso, sono molto più vicino a quei maestri e me li tengo stretti, anche perché non torneranno ed è giusto portarli sempre con sé, come esempi dei quali, in qualche modo, noi giovani rappresenteremo l’evoluzione.

Quindi nel processo di scrittura segui molto l’istinto o ti fermi a meditare a lungo su ciò che intendi raccontare?
Tendenzialmente, io sono per la velocità: nel mio caso, perché una canzone funzioni, nei primi venti minuti della fase di creazione l’ossatura soprattutto musicale deve essere pronta. A livello testuale, ci ragiono un po’ di più, però mi son reso conto che i pezzi dei quali sono completamente soddisfatto sono quelli che mi sono venuti in mente insieme alla musica, come se le parole stesse fossero melodia. Poi faccio molta attenzione alle parole che uso anche dal punto di vista prettamente acustico oltre che semantico, perché sono piuttosto convinto che il suono delle parole faccia quasi il 50% del lavoro di una canzone.

La domanda successiva è proprio relativa alle sonorità, che in questo tuo album d’esordio sono estremamente varie: si può dire, dunque, che tu lasci che siano le parole a suggerirti l’impianto, lo scheletro della melodia?
Possiamo dire che se questa cosa succede, io sono molto felice: non accade sempre e non è accaduto con tutti i pezzi dell’album, però quando parole e musica arrivano insieme, allora vuol dire che quella canzone doveva proprio esistere. Questa è l’utopia: nel brano La vita veramente, che dà il titolo al disco, è successo così: ero in macchina e ho cantato la prima strofa insieme alla melodia così, dal nulla. Sono davvero arrivate contemporaneamente.

So che è la domanda più tosta che si possa fare a un cantautore e so anche che la risposta è, canonicamente, “non saprei scegliere, sono tutti come figli”, ma te la rivolgo ugualmente: qual è il pezzo che senti più vicina alla parte più profonda di te, più pienamente tua?
Direi che La vita veramente è il pezzo che mi ha dato la forza di credere in quello che facevo, perché è stato il primo pezzo che mi è davvero piaciuto una volta inciso; però anche per Una sera è accaduto lo stesso, e allora sì, è davvero complicato! (ride) Ma è questo il motivo per il quale sono contento di questo album: perché ogni traccia dell’album contiene una sfaccettatura del mio carattere, un lato della mia personalità. Solo il disco intero sono io, ogni canzone è una parte di me. 

L’incertezza nel rispondere è quindi la dimostrazione che sei riuscito a ottenere ciò che desideravi…
Esatto: il fallimento della mia risposta è il risultato della vittoria  costituita dal raggiungimento di una completezza per quanto riguarda la rappresentazione di me stesso attraverso ciò che ho scritto. Almeno dal mio punto di vista: poi, non spetta a me dire come sono le mie canzoni.

Venendo ai temi, tutte le canzoni contenute in questo album mi hanno colpita, ma una l’ha fatto più delle altre: Borghese in borghese dà l’idea di un giovane uomo che sembra avere già chiaro chi è e che, né troppo autocritico, né troppo benevolo nei confronti di se stesso, abbia accettato la propria natura… naturalmente imperfetta. Quanto c’è di te in questo descriversi e quanto del tuo osservare l’umanità nel suo complesso?
Questa domanda è molto interessante: di base, in questo specifico pezzo parlo di me, ma di un me che si parla addosso in un modo estremamente ironico e provocatorio nei confronti di se stesso; è quasi uno sfogo per trovarmi uno spazio nel mondo. La definizione che mi do, borghese in borghese, è una battuta per dire “ok, facciamo che io sono questo, sennò non so cosa sono”. Quindi oggi, in questa canzone, mi prendo la libertà di parlare così, perché di fatto la canzone è un recinto protetto nel quale io posso raccontare me o qualcos’altro o qualcosa che riguarda qualcun altro fingendo che riguardi me, ma che resta tale per sempre, mentre io nel frattempo cambio, mi evolvo, cresco, cambio idea. Colgo dunque l’occasione per dire una serie di cose di ironicamente estreme per sfogarmi con me stesso sull’argomento “chi sono io?”.

E la risposta è quindi ancora in via di definizione?
Sì: in realtà, il difetto è che mi piace tutto, quindi sono molto in difficoltà quando si tratta di scelte. Anche al ristorante non so scegliere cosa mangiare e preferisco che qualcun altro scelga per me (ride); però adesso, dal momento che mi è stata data l’occasione di fare un disco, l’ho colta per sperimentare tante cose diverse. Come dicevi prima, i brani sono anche stilisticamente molto differenti tra loro e questa è per me la cosa più bella che io possa fare: sicuramente oggi ti dico che non riuscirei assolutamente a fare sempre lo stesso genere musicale. Magari cambierò idea più avanti, però mi piacerebbe in ogni album continuare a fare esperimenti, riportare tutto ciò che mi piace e metterlo insieme combinandolo di volta in volta in un modo inedito.

Tu sei romano: chi ascolta i cantautori, storici e contemporanei, è abituato a veder ritratta la tua città o come la caput mundi che toglie il fiato con i suoi monumenti e i suoi scorci,o come la periferia spietata che imprigiona, ma forgia. Nei testi che scrivi, Roma non è protagonista, ma sembra essere sempre presente come spettatrice: in che misura ti ispira ed entra tra le pieghe di testi e melodia?
Premetto che sono innamorato della mia città e la considero un luogo in cui nascerà sempre tantissima poesia: a Roma se passeggi c’è poesia ovunque nell’aria, puoi respirarla, e da questo punto di vista è preziosa, evocativa e magica. Allo stesso tempo, però, so che se fossi nato a Torino, non avrei avuto problemi ad ambientare lì i miei pezzi, quindi in effetti Roma non ne è la protagonista. Poi, la periferia dei miei pezzi è un luogo che non è mai stato menzionato né al cinema, né in nessun’altra produzione artistica, per cui mi interessava trattarla perché poveraccia, nessuno l’ha mai considerata. Perché non è tragica, è assolutamente normale, e allora mi son detto “se nessuno ne ha mai parlato, ne parlo io” (ride).

Da cantautore emergente, qual è la tua opinione sugli spazi e le opportunità che oggi si offrono a chi vuol raccontare un mondo un modo diversi da quelli che ultimamente sembrano incontrare maggiormente i gusti del grande pubblico almeno dal punto di vista commerciale?
Per quanto mi riguarda, ascolto tantissime cose che mi piacciono e che nascono oggi, quindi credo che sia l’epoca migliore per fare musica. E io mi ritengo molto fortunato nel poterla fare proprio in questi anni, perché c’è stata secondo me una esplosione culturalmente importantissima. E il periodo giusto per fare musica come vuoi: mi sento estremamente libero e compreso e credo che il pubblico sia molto aperto, pronto a non schierarsi e ad apprezzare tante cose diverse, per me la cosa più bella. Anche relazionandomi con il mio manager e la mia etichetta, sento un’aria veramente positiva: c’è ottimismo e si crede nella musica contemporanea, si spera di farne sempre di più.

I sentieri, dunque, che ti piacerebbe battere in futuro? Hai di fronte a te un orizzonte ben disegnato o lascerai che sia la vita a ispirarti e quindi a indicarti una strada anche dal punto di vista creativo?
Assolutamente la seconda, senza dubbio: pianificare è un limite, per me. La musica e le parole arrivano quando arrivano, poi magari per un anno non faccio niente… tutto è possibile, ovviamente. Però sono sicuro che saranno la vita e la musica a ispirarmi le parole. E auguro a me stesso la maggior varietà possibile.

A proposito di varietà, in conclusione, ci sono temi che ti sembra vengano trattati dal cantautorato contemporaneo  — indipendentemente dal suo genere — in maniera troppo stereotipata, superficiale o insistita?
Sono molto affascinato in generale dalla scrittura, perché da essa si evince come e cosa pensano, ed è bello che si sia tutti estremamente diversi. In questo disco per esempio, io parlo molto di me ed è l’occasione per far conoscere a chi mi ascolta cosa mi passa per la testa, così come ascoltando altri artisti a me capita di dire “ah, interessante, chissà io degli stessi argomenti come ne parlerei”. Mi piace guardare alla cosa secondo quest’ottica.

Questa è la pagina Facebook ufficiale di Fulminacci, attraverso la quale è possibile interagire direttamente con lui.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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