L’uomo fedele

Abel, che amò Marianne, che scelse Paul, che finì reclamato dalla sorella di Paul, che...

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L’uomo fedele
di Louis Garrel
con Louis Garrel, Laetitia Casta, Eve Rose Depp, Joseph Engels
Voto: leggero e profondo

Inizio folgorante. Marianne dice ad Abel “sono incinta”. Abel è commosso. Marianne dice “non è tuo, ma del tuo amico Paul”. I cui genitori sono conservatori, per cui lo sposa tra 12 giorni. Abel esce di casa e dalla sua vita. E cade dalle scale. Il mood? Buster Keaton. O Antoine Doinel. E comunque il titolo è ironico e filosofico. Qua nessuno è fedele.
Otto anni dopo Abel va al funerale di Paul per rivedere Marianne, che ha un figlio, Joseph , per cui la mamma ha avvelenato il papà. E il medico non se ne è accorto? Forse il medico era l’amante della mamma. Eve, la sorella di Paul, da ragazzina innamorata di Abel è diventata donna. E rivendica Abel. Che si è rimesso con Marianne. È guerra. Marianne concede Abel a Eve e…
Tutto questo in una Parigi invisibile in cui sappiamo solo che Abel fa il giornalista (lo vediamo intervistare un allevatore di maiali normanni seccato dai maiali spagnoli) e Marianne lavora per le comunicazioni di un politico. Il passo è lieve, le parole accurate, l’ironia sottile, la comicità nell’aria ma mai definita: si usa la voce fuori campo di ciascuno, come ai tempi di Truffaut. Da qualche parte spuntano Freud e Agatha Christie, un cenno e se ne vanno. Non si sa chi ha citato Allen, ma non c’entra niente: non ci sono battute risolutive, anzi spesso ci sono punti interrogativi nell’aria: Garrel, figlio del Philippe Garrel della post Nouvelle Vague, sessantottino per il Bertolucci di Dreamers, sessantottino per suo padre in Le amants règulieres, sposato nella vita alla sua Marianne, ha detto esplicitamente di rifarsi alle  geometrie semplici e tese della Nouvelle Vague di Rohmer. Triangoli amorosi, quadrilateri amorosi. È il suo secondo film da regista, dopo Deux Amis, e per la seconda volta ha scelto il personaggio di Abel. Il suo cinema sembra una citazione postmoderna, fatta invocando l’ironia e il DNA di un cinema analogico nell’epoca del digitale. Nessun effetto speciale a parte l’innamoramento. Sceneggiatura a quattro mani, Garrel con Jean- Claude Carrière (quello che lavorava con Buñuel…). Voilà.

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