Gabry Ponte: “Il calabrone” con Bennato e un nuovo album alla riscoperta della musica italiana

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Gabry Ponte

Vent’anni fa scalava le classifiche assieme agli Eiffel 65 con un successo che resiste ancora nel tempo, Blue. Ne sono seguiti moltissimi altri anche nella sua lunga carriera solista che lo ha reso, alla soglia dei 46 anni (li compirà il 20 aprile), il dj producer italiano più conosciuto al mondo.

Gabry Ponte, però, non si adagia sugli allori di una carriera costellata di meritati successi, ma il 29 marzo ha tirato fuori un nuovo brano Il Calabrone  in collaborazione con Edoardo Bennato e il giovane Thomas, solo l’antipasto di un nuovo disco, pieno di featuring, in lavorazione (che dovrebbe uscire entro la fine del 2019) e di tante serate in giro per lo stivale.

Abbiamo avuto il “privilegio raro” di intervistarlo e farci raccontare la “svolta” pop del suo nuovo album e la sua concezione musicale da veterano (anche se a vederlo sembra quasi intenzionato a strappare il titolo di “eterno ragazzo” a Gianni Morandi) della musica dance internazionale.

Ormai possiamo dire con certezza che sei davvero una mano di Mida nella discografia italiana. Da un paio di settimane è uscita questa nuova collaborazione con Edoardo Bennato e con Thomas. Da una parte un grande artista che ha fatto la storia della musica leggera in Italia, dall’altra una nuova leva che comincia a muovere i passi nella direzione del successo con te che rappresenti l’anello di congiunzione tra passato e presente. Com’è nato tutto?

Il disco a cui sto lavorando ha come comune denominatore quello di andare a ripescare un po’ nella nostra tradizione musicale più classica che vedo riesce a sposarsi benissimo anche con i gusti delle nuove generazioni, che grazie ad internet riescono a fruire di un sacco di musica che è distante dal loro tempo. È un disco decisamente più pop. Bennato è uno dei cantautori che io ho ascoltato di più sin da quando ero piccolo e cui sono più affezionato. È stato uno dei primi a cui ho proposto una collaborazione per questo disco. Avevo già avuto modo di testare l’efficacia di commistioni di questo tipo, quando ho avuto l’occasione di lavorare con Little Tony (Figli di Pitagora, 2004 ndr). A Bennato il pezzo è piaciuto subito e ha accettato di partecipare. Thomas è arrivato dopo: stavo cercando anche un artista più giovane per creare un’ulteriore contaminazione in questo progetto e lui mi piace molto dal punto di vista vocale. È stato entusiasta di partecipare.

Tra l’altro Thomas è venuto fuori grazie alla vetrina televisiva offerta dal talent Amici, cui tu hai collaborato come giudice. Cosa ne pensi di questi nuovi percorsi che sembrano quasi tagliare quella famosa “gavetta” che un tempo era l’unica strada percorribile da un artista che voleva rendere la musica un mestiere?

Io non credo che si tagli la gavetta, la si posiziona in un momento diverso. Per certi versi è molto più complicato per gli artisti che escono dai talent, perché quando devi fare un certo tipo di percorso senza un riflettore è tutto estremamente più semplice. Il talent ti pone subito in una posizione in cui hai un’attenzione mediatica imponente, questo è stressante, si rischia di snaturare la propria attitudine per rincorrere qualcosa che poi ti porta necessariamente a fallire. Io sono totalmente favorevole ai talent nella misura in cui permettono ai giovani artisti di farsi conoscere, ma sono anche consapevole che sia necessaria una gestione migliore del post talent, soprattutto gli artisti più giovani hanno bisogno di avere accanto dei manager o delle persone che siano capaci di guidarli nel migliore dei modi.

Parliamo della musica dance: avendo una visione privilegiata, interna e duratura nel tempo in cosa è cambiato il mondo dance, anche grazie alle nuove risorse tecnologiche, e come ti sembrano e che consigli daresti alle nuove leve che vorrebbero rendere la loro passione un vero lavoro.

Sì, beh la tecnologia ha aiutato, basta un telefono per riuscire a fare musica. Non credi sia né un bene né un male. Non voglio fare il “bigotto”, la tecnologia è una risorsa importante. È chiaro però che sono processi creativi differenti.
Un pro è che riesci a snellire il processo creativo tagliando tutta una serie di cose che prima erano necessarie e adesso sono bypassabili.
Un contro è che anche se c’è più networking, si è più in contatto, paradossalmente c’è meno lavoro di team. Una volta dovevi metterti in studio a lavorare con altri e il confronto con altre teste ti permetteva di tirare fuori cose che da solo magari non avresti potuto mettere giù. Si era molto più portati ad ascoltare e ad andare in una direzione che non fosse necessariamente la propria, come poi è successo anche a me con gli Eiffel 65. Purtroppo oggi, non essendoci più una oggettiva necessità di confronto, c’è il pericolo di chiudersi e questo è sicuramente un risvolto negativo dal punto di vista artistico.

Ma internet non ha anche il pregio di “unire” artisticamente persone geograficamente lontane? Ricordo che tu stesso avevi dichiarato di non aver conosciuto fisicamente Pitbull, con cui hai collaborato qualche anno fa (Beat on My Drum, 2012).

Sì, però in quel caso la collaborazione non è creativa. Io aggiungo delle cose, lui ne mette altre. Ognuno di noi lavora da solo.

Certo. La collaborazione è, evidentemente, importantissima nel tuo lavoro, come anche la contaminazione. Cosa ne pensi della proposta della Lega di mantenere quote di musica italiana fisse in radio?

Io credo che le radio debbano essere libere dal punto di vista artistico di decidere cosa programmare. La musica italiana è una musica in gran forma e le radio hanno davvero la possibilità di scegliere tra moltissime proposte interessanti. Ci sono stati dei periodi in cui non era così. Negli ultimi anni, anche grazie a piattaforme come Spotify, ha riscoperto una nuova giovinezza, perché questa libertà di ascolto ha permesso di scoprire un sacco di artisti che magari non sarebbero stati notati. Le radio sono intrattenimento, è giusto che abbiano una direzione artistica che sia libera da imposizioni. Nel momento in cui l’editore non ritiene che ci sia un quantitativo sufficiente di musica italiana buona per riempire il palinsesto, è giusto che abbia la libertà di metterci dentro anche della bella musica che arriva dall’estero. Inoltre imponendo un certo tipo di programmazione si va fortemente a svantaggio di un certo tipo di radio settoriali, penso a Virgin Radio, che è una radio particolarmente targhettizzata e che ha proprio in quello la sua forza.

Hai ottenuto un successo internazionale, come dicevamo. Nel 2014 sei entrato nella classifica dei 100 dj più ascoltati a livello internazionale e sei il più noto a livello italiano. Chi sono i tuoi colleghi “famosi” che stimi di più? E chi invece credi sia da tenere d’occhio?

A livello di dj stimo molto Benny Benassi, che conosco da tantissimi anni, ci siamo incrociati più volte, essendo entrambi italiani. Lui è un grande dj specialmente per quanto riguarda il set vero e proprio. Oggi c’è da fare una netta distinzione tra quello che è il dj e il producer, perché molto spesso le due figure non coincidono. Lui è veramente un bravo dj, nelle sue serate crea un’atmosfera davvero trascinante e poi è riuscito a trovare un team di produzione che gli ha permesso di fare successi internazionali come Satisfaction che in pochi hanno fatto dall’Italia.
Poi un produttore che secondo me è sulla rampa di lancio e avrà un ottimo successo, anche se ha già fatto delle cose importanti, è Simon de Jano: mi piace molto come produce, lui è anche un musicista oltre ad essere un dj e un produttore, quindi una figura molto completa, un grande talento.
Ce ne sono molti in realtà, loro sono i primi che mi vengono in mente, ma ci sono tanti ragazzi di talento e io ascolto molti giovani, perché gestendo anche un’etichetta (Dance and Love) sono molto attento a tutti i nuovi talenti per intercettarli.

Credo sia il momento giusto per la domanda da fan, quella che non vorresti sentire, ma che ti farò comunque: qual è la canzone che ti richiedono di più nelle serate e quale quella a cui sei più legato?

Devo ammettere che non c’è una canzone più richiesta, anzi mi fa molto piacere che me ne chiedano veramente diverse, probabilmente in relazione alla loro età al punto della mia discografia in cui hanno iniziato a conoscermi.
Invece io a livello affettivo forse ti direi che il pezzo a cui sono più legato è Geordie, un brano che i miei genitori mi facevano sentire sempre quando ero piccolo e quindi tocca proprio delle corde molto personali. Ha una magia particolare.

Cosa fai quando non ci fai ballare?

Ballo io! [ride] Mi piace molto praticare sport, mi serve come valvola di sfogo, mi piace correre, fare ginnastica… E poi mi piace andare al cinema, magari a guardare il film di fantascienza quello con tanti effetti speciali che al cinema rende meglio. Poi guardo di tutto, ma magari il film su Steve Jobs me lo guardo a casa sul divano.

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Claudia D'Agnone
Nata a Foggia in un’estate di notti magiche in cui si inseguivano goal, a 19 anni parte prima alla volta di Roma per poi approdare a Milano. Ha iniziato a 20 anni a collaborare con riviste cartacee o web scrivendo principalmente di musica e spettacolo. Parla tanto, canta, suona (male), insomma pratica qualunque attività fastidiosa vi venga in mente. Per evitare di snervare eccessivamente chi le è vicino si è “sfogata” al microfono collaborando con alcune radio web e locali. Medaglia olimpica di stage non retribuiti.

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