Tedeschi Trucks Band, torride emozioni sull’asse Milano-Trieste

La coppia più affiatata e talentuosa del panorama r’n’b ha regalato conferme e sorprese, improvvisazioni sopraffine e rivisitazioni geniali. Accompagnati dai consueti e fedeli dieci compagni di viaggio, i coniugi di Jacksonville hanno ribadito la loro unicità umana e la loro complessità artistica spaziando per due ore e venti tra morbide ballate e impetuose cavalcate chitarristiche che hanno esaltato la voce di Susan e la sei corde di Derek

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La Tedeschi Trucks Band al Politeama Rossetti (foto Pietro Rizzato)

La Tedeschi Trucks Band, lo garantiscono gli stessi componenti, è molto più di una band: è, soprattutto, una grande e assai unita famiglia. Ovviamente, tutti suonano da Dio e calcano il palco con passione, umiltà e un’esperienza ormai mostruosa. Ma, anche e soprattutto, nel loro caso sono gli aspetti umani e comunicativi a fare la differenza rispetto tanti (troppi) gruppi di professionali mercenari che arrivano in città a raccogliere il generoso obolo con concerti rigidi e freddi, sempre uguali e quasi annoiati: virgola dopo virgola, nota dopo nota. Qualche sorriso di circostanza, magari una frase stentata in idioma locale e una semplice esecuzione di prammatica: tutti simili a fotocopiatrici, talvolta persino inceppate. Tuttavia, lo confermiamo tirando ancora una volta un sospiro di sollievo, nel caso specifico non sono certamente più questi i parametri in grado di fare la differenza e di appassionare un pubblico che cerca di essere coinvolto (ma non cerca effimera visibilità), andando oltre presenzialismi da grande evento e selfie traballanti da fan.

I dodici musicisti della Tedeschi Trucks Band al Politeama Rossetti (foto Pietro Rizzato)

La Tedeschi Trucks Band è una famiglia e, come tale, affronta i lutti personali e le inevitabili tragedie della vita con l’atteggiamento genuino e la forza della musica a fare da compagna insostituibile. Altrimenti, come avrebbero potuto Susan, Derek e compagni superare indenni la scomparsa, nel giro di pochi mesi soltanto, di figure a loro (e anche a molti di noi) assai care come quella di Butch Trucks (zio e pigmalione del biondo chitarrista con i lineamenti da eterno bimbo, fondatore dell’Allman Brothers Band della quale lo stesso nipote avrebbe fatto gloriosamente parte), nonché dei mentori Leon Russell e Colonel Bruce Hampton. Senza dimenticare, ovviamente, il patriarca Gregg Allman in persona. E che dire, infine, dell’improvvisa scomparsa del tastierista, flautista e polistrumentista Kofi Burbridge (avvenuta il 15 febbraio, ironia del destino proprio il giorno della pubblicazione del nuovo album Signs), stroncato a soli 57 anni da un problema cardiaco. La classica e ingiusta beffa, in un panorama musicale caratterizzato da eterni viziosi e sciagurati autolesionisti, nei confronti di un ancor giovane musicista inserito in un team che fa della sobrietà e dell’equilibrio uno dei valori principali.

Susan Tedeschi e Derek Trucks al Politeama Rossetti (foto Pietro Rizzato)

Eppure, ieri sera in terra giuliana come in precedenza in casa meneghina, non si sono visti né rabbia né, tantomeno, sofferenza negli show della TTB con il palco a rivestire, innegabilmente, un ruolo catartico. Lo hanno dimostrato mercoledì sera al Teatro degli Arcimboldi di Milano e lo hanno ribadito, soltanto 24 ore più tardi, anche tra i velluti, i palchetti e la suggestiva volta stellata del Politeama Rossetti di Trieste. Due cornici splendide e dall’acustica esemplare, degno premio agli artisti in scena (che avevano esplicitamente richiesto location di tale livello) ma, soprattutto, a un pubblico in grado di godere pienamente, comodamente e amabilmente di esibizioni prive di trucchi e specchietti per le allodole (nessun corollario tecnologico, nessuna teatralità, neppure uno schermo gigante, giochi di luce quanto basta: solo i musicisti, i loro strumenti e una struttura da brivido). Una mini incursione italiana da due sole tappe, come sempre targata Barley Arts (coadiuvata nel Friuli Venezia Giulia dall’Azalea Promotion), inserita proprio nel cuore di un tour europeo da una quindicina di date in 25 giorni per questa band impegnata in una sorta di Never Ending Tour personale. Sempre affettuosamente accompagnata da quella Swamp Family che, all’insegna della condivisione e dell’eliminazione del troppo spesso stucchevole ‘muro’ tra artista e pubblico, contraddistingue il seguito internazionale dei Nostri. Reduci dal Wheels of Soul Tour 2018 e dal tradizionale Beacon Run che, da ormai otto anni, similmente ai progenitori della ABB li trasforma in resident band con sei date ottobrine al fascinoso Beacon Theatre di NYC (collocato ai margini di Central Park, a poche centinaia di metri soltanto dal famigerato Dakota Building e dal Strawberry Fields Memorial), il periplo continentale si era aperto il 2 aprile a Parigi dopo un mese di pausa casalinga ristoratrice. Quindi, un suggestivo viaggio a zig zag attraverso Olanda, Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, ancora Danimarca e Germania. L’esordio tricolore di Milano era arrivato invece dopo un giorno di relax, seguito alle date tedesche di Amburgo e Bochum. Ormai salutato il capoluogo giuliano e approfittando di un altro day off deputato al trasferimento, questi midnight riders torneranno in scena domani sera a Zurigo, per toccare ancora Belgio e Olanda, chiudendo infine il 27 aprile con due concerti al London Palladium. Quindi il rientro in patria e un mini break per rifiatare, prima di tornare on the road a Oakland il 10 maggio.

Susan Tedeschi (foto Pietro Rizzato)

Ritmi frenetici e implacabili che, tuttavia, non si avvertono quando la TTB esce dal backstage. La passione, la sincerità, il patrimonio storico, l’educazione e la generosità sono quelle di sempre per una setlist che, come facilmente preventivabile, regala sorprese su sorprese e cambiamenti quasi radicali sera dopo sera. Una band che gira a memoria, ma va comunque a braccio: con ampio spazio concesso a ‘tutti’, ma proprio a ‘tutti’, i dieci componenti con tanto di doppio batterista (Tyler Greenwell e J.J. Johnson) e continuo viavai tra sezione fiati (il trombone della simpatica Elizabeth Lea, il sax talvolta cacofonico di Kebbi Williams e la tromba di Ephrain Owens) e trio di coristi (Alecia Chakour, Mike Mattison e Mark Rivers). Persino il principio dell’oculata promozione, per loro, è un concetto sfuggente e secondario: i brani tratti dal recente Sings (inciso nello studio di casa, lo Swamp Raga con Trucks stesso a condividere il ruolo di produttore e di tecnico del suono), infatti, vanno di norma da uno a massimo quattro con tre citazioni al teatro degli Arcimboldi (Signs, High Times, When Will I Begin e I’m Gonna Be There) e altrettante al Rossetti. Il resto, del tutto inaspettato spesso anche per gli stessi musicisti di accompagnamento, arriva dall’ampia discografia della coppia più bella, affiatata e talentuosa del rock-blues: sei album insieme, sette per la solista Susan e ben tredici per l’ex bimbetto prodigio (dieci a suo nome e tre con l’Allman Brothers Band nel primo lustro del nuovo millennio), oltre a una ventina di ospitate e partecipazioni, a partire dal 1994 e ancora 15enne, al fianco di mostri sacri o di outsider come Tinsley Ellis, Charlie Musselwhite, Junior Wells, Gregg Allman, Gov’t Mule, Widespread Panic, Buddy Guy, Elvin Bishop, Herbie Hancock ed Eric Clapton.

La Tedeschi Trucks Band al Politeama Rossetti (foto Pietro Rizzato)

Certo, ormai Derek Trucks non è più solo quel piccolo prodigio della sei corde che lo aveva portato alla ribalta degli applausi già a sei anni, mentre Susan Tedeschi non è più solo quell’affascinante e ruvida blues woman dalle tinte urbane che aveva regalato profonde emozioni con una voce da brivido e composizioni ispirate. Una volta messa su famiglia, nel 2011, i due progetti personali sono diventati uno soltanto e, attingendo da entrambe le precedenti band, grazie a un invidiabile equilibrio interno e a una straordinaria amalgama esecutiva, i coniugi più amabili e schivi del r’n’r contaminato da mille influenze continuano a sorprendere. Unici e irripetibili: praticamente, due gruppi in uno. Si va ovviamente dal blues al r’n’r, dal southern di Jacksonville, Florida (ma, ovviamente, molto meno crudo e potente rispetto l’impeto di Lynyrd Skynyrd, Molly Hatchet, Blackfoot e 38 Special) fino allo spirito jam dei fratelli maggiori Gov’t Mule (lo stesso Warren Hynes ha spesso collaborato con loro) e del nipotino emergente Markus King.

Susan Tedeschi e Derek Trucks Band al Politeama Rossetti (foto Pietro Rizzato)

Il talento vocale e la maestria strumentale della bostoniana Susan, zazzera bionda e occhiali da maestrina, non si discutono. Di nove anni più giovane, Derek si conferma alquanto schivo e, ben lontano dalla figura stereotipata e abusata del guitar hero, si dedica con concentrata ma elastica precisione alla sua chitarra dal suono purissimo e mai artificioso: la sua Gibson SG del 1961, che non cambierà mai per tutto l’arco della serata, viene coccolata e pizzicata senza utilizzare il plettro o anelli per le dita con una tecnica personale che si esalta ulteriormente nelle parentesi slide. In sala, frotte di chitarristi di ogni età lo studiano con l’attenzione di un medico legale impegnato in un’autopsia. Da parte sua, neppure una parola in tutta la sera e il consueto atteggiamento refrattario: sempre posizionato di traverso, spesso addirittura semi nascosto ai piedi della pedana dei due batteristi, si contano sulle dita di una sola mano le volte in cui è stato possibile vederlo in volto (a voler essere generosi). Lei in stivali da rodeo e vestitino corto (moooolto corto) a fiorellini, cascata di capelli biondi bloccati a lato da una forcina vezzosa e occhiali con montatura scura da professoressa conturbante in grado di far girare la testa anche al più testardo dei ripetenti. Nessuna moina e un unico vezzo: la tazza dalla quale sorseggiare di tanto in tanto dopo gli sforzi vocali più intensi. Lui, altissimo, solita coda di cavallo e barba da beatnick con anonima camicia scura: a prima vista, parrebbe semplicemente il chitarrista gregario della band della moglie, sempre sicura e vigorosa dietro l’unico microfono centrale. Non tutti gli artisti vogliono l’isteria davanti a loro (spesso fa comodo e ancor più spesso distrae dalla qualità del prodotto); la Tedeschi Trucks Band chiede e ottiene solo concentrazione e rispetto, ripagando con generosità e freschezza.

A Trieste sono saltate fuori due ore e 18’ di show (set unico come a Milano e non suddiviso in due sezioni come accaduto in altre piazze) per confermare come la TTB band, dal vivo, moltiplichi senza discussione espressività, fantasia e duttilità solo parzialmente espresse nella freddezza di uno studio (vedi gli eccellenti live Everybody’s Talkin’ del 2012 o il più recente Live front the Fox Oakland, Grammy nel 2018, senza dimenticare tutti gli instant live più o meno pirata, spesso fatti circolare con il consenso della band nel pieno spirito della condivisione). Una sorta di comune ambulante, consacrata alla valorizzazione dell’improvvisazione e dell’imprevedibilità, alternando brani firmati da entrambi i coniugi a rivisitazioni personali della produzione di amici e ispiratori, transitando attraverso territori che variano dal soul alla Sam Cooke al gospel moderno, dal southern rock al r’n’b, dal blues più tradizionale alla swamp music e persino a echi di brass band di New Orleans con massiccio e saggio utilizzo del tasti bianchi e neri del Fender Rhodes. Un avvio tipicamente Macon style e, di seguito, ballate ai tempi medi con vocalità tra Carol King e Lucinda Williams alternate a blues da juke joint tra Albert King e Buddy Guy. Same sarà quasi interminabile e il main set si avvia alla conclusione con una Sweet Inspiration di Spooner Oldham introdotta da un quasi Hammond ecclesiastico con cori da brivido. I due bis sono una rocciosa, essenziale e rivisitata versione di Statesboro Blues di Blind Willie McTell (classicone del 1928, trasformato in pietra miliare da Duane Allman e soci) per chiudere con il soul collettivo al calor bianco di Let’s Go Get Stoned dei Coasters con cori e fiati nuovamente a pieno regime.

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

1 COMMENTO

  1. Bel articolo , condivido parola X parola.
    Nel dubbio ho visto entrambe le date italiane e Dereck attualmente è insuperabile.

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