Un viaggio nel prog con Pino Sinnone (batterista dei Trip)

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Pino Sinnone

Pino Sinnone è un batterista torinese che militò in una band pazzesca dal nome lisergico, che durante la propria attività ha sfornato album rimasti nella storia del Progressive italiano. Si tratta di The Trip, una band nata da seme italiano ma sviluppatasi alla maniera inglese.

Nata da un’idea di Riki Maiocchi (già Camaleonti), arrivato in terra d’Alcione e volenteroso di creare una band psichedelica. Con Ian Broad, primo batterista, mette su il progetto. Lo stesso Broad arruola un giovane Ritche Blackmore… lo ‘psicopatico’ del rock, già session man in vari studios londinesi. Gli altri elementi sono Arvid ‘Wegg’ Anderson al basso e Billy Gray alla chitarra, che ha già collaborato con Eric Clapton.

Durante la sua permanenza a Londra, Maiocchi riuscì a unire quelli che allora si facevano chiamare The Trips, e come ‘Maiocchi & The Trips’ scesero in Italia per una breve tournée.

Dopo le date italiane arriva la scossa di assestamento che vede Maiocchi, come anche il batterista Ian Broad e il futuro Deep Purple Blackmore, andare via lasciando posto a nuovi membri, questa volta italianissimi. Arrivarono infatti il mago Joe Vescovi alle tastiere e un poderoso Pino Sinnone alla batteria… nascono ufficialmente The Trip… per 2/4 inglesi (Billy Gray e Arvid Andersen) e 2/4 italiani.

Pino Sinnone

Ciao Pino. Secondo te cosa significa essere musicista oggi?
Oggigiorno è molto difficile socializzare con i musicisti perché ognuno pensa solo egoisticamente a se stesso, non è come ai miei tempi che un gruppo era formato prima di tutto da amici e poi da musicisti. Quando cercavo musicisti per iniziare la nuova avventura, la prima cosa che mi chiedevano era quanto era il cachet e quanti concerti avevamo, al che davo loro una stretta di mano dicendo ciao, non sei adatto al progetto… si suona per passione e poi tutto arriva.

Come hai iniziato a suonare la batteria?
Da piccolo andavo tutte le domeniche all’oratorio, lì si esibiva sempre una banda musicale.  La grancassa e il rullante mi entravano dentro dandomi delle vibrazioni, così ho scoperto la mia passione per il ritmo.

Suoni altri strumenti?
Purtroppo no, ma chiaramente mi piacerebbe e ora che sono grande vorrei avvicinarmi alla chitarra per poi magari passare al basso, però solo per diletto.

 Joe Vescovi con le sue tastiere fece miracoli, non avendo sintetizzatori all’epoca… c’è un sound davvero pieno nell’album, come ci riusciste?
Vescovi aveva uno strumento completo, l’Hammond. Quest’organo aveva un sacco di registri, Joe provava tutto il giorno per capire sempre meglio le varie sonorità. Con fantasia riusciva a fare una miscellanea di suoni con i tasti e i registri Drawbar (unicità dell’Hammond – NdA), era sufficiente studiare le varie sonorità, e lui ci riusciva bene.

I vostri pezzi avevano titoli in italiano, ma testi in inglese. Perché prendeste tale decisone?
Non fu una decisione, la nostra intenzione era di cantare sempre in inglese, dato che il gruppo è nato a Londra, però trovandoci in Italia e non avendo la minima idea che i nostri dischi sarebbero finiti per essere venduti a livello internazionale decidemmo semplicemente di mettere titoli in italiano. Ci fu proposto di partecipare al Festivalbar richiedendo però una canzone in italiano. Noi avevamo un brano (mai inciso su disco) con testo inglese, ‘Take me’ ossia ‘Prendimi’, ebbi l’ispirazione di intitolarlo ‘Una pietra colorata’. Poi una casa cinematografica ci contattò per farci fare un film ma, anche loro richiedevano una canzone in italiano e nacque quindi ‘Fantasia’.

Questa musica impressionistica, come scriveste sul retro di ‘The Trip’, era ancora psichedelica in quell’album… Poi viraste con ‘Caronte’ verso il Prog Rock. Come mai?
Joe era un letterato, amante della mitologia e del misticismo, infatti i titoli del primo album ‘Visioni Dell’aldilà’ e ‘Riflessioni’ erano ispirati appunto dal suo sapere: si ispirava ad esempio ai quadri del pittore Bosch. Sono stati i giornalisti a definire la nostra musica ‘impressionistica’.

Come sei arrivato alla tua notevole tecnica, quali studi hai fatto?
Sono un autodidatta, non sono mai andato a scuola di batteria. Solo qualche consiglio di altri batteristi.

Raccontami la tua carriera. Iniziaste con un pezzo sulla compilation Piper 2000 del 1969. Hai mai avuto voglia di registrare un album solista o ti piace ricoprire solo il ruolo di batterista?
A distanza di tempo devo dire che, all’epoca, né io né gli altri avevamo idea di dove saremmo andati a parare, nessuno pensava che avremmo ottenuto un riconoscimento internazionale. Suonavamo dappertutto, l’accoglienza dei fan era meravigliosa, iniziavamo a capire che qualcosa per noi sarebbe successo. Vivevamo alla giornata senza fare programmi. Il riconoscimento internazionale fu davvero una iniezione di adrenalina.

‘Terzo Canale’, cui partecipaste, è un piacevole film che rientra nelle pellicole comunemente chiamate ‘Musicarelli’. Dovevano uscirne altri su quel filone, come mai non se ne fece più niente?
Nel film compaiono come attori un gruppo francese, i Les Scharlots, e i titoli erano ‘5 matti alla corrida’, ‘5 matti al supermercato’ e via elencando. Avremmo dovuto farne una decina, la casa cinematografica ci aveva proposto di fare il primo senza compenso, accettammo a patto che dal secondo in poi ci avrebbero riconosciuto un cachet, però, non ci trovammo d’accordo economicamente e non ci fu più nessun seguito.

Pino Sinnone La batteria per Pino Sinnone cos’è?
Per me la batteria è l’incarnazione della donna perfetta (se cosi si può dire). Mi segue ovunque io vada, è la mia complice nelle esibizioni. La monto quando voglio senza vergognarmi anche davanti a molte persone e, qualunque cosa io voglia fare, non dice mai di no.

Con quali batterie hai suonato negli anni?
Iniziai a battere il ritmo sulle classiche pentole e casseruole, facendo venire mal di testa alla mia povera mamma che mi sopportava. La mia prima, quando suonavo all’oratorio, era una batteria artigianale di una ditta di Torino, “Amat”. Ebbi diverse batterie in seguito, la Sonor, Rogers, Slingerland, Yamaha, Ludwig. Ma in tutte le batterie usavo sempre il rullante della Ludwig.

Che batteria usi nei due album incisi come Trip?
Nel Primo album la Rogers, in Caronte una batteria che si trovava in studio RCA di cui non ricordo la marca.

Qual è stata la chiave di volta della tua carriera?
Credo la passione, la modestia vera, l’umiltà e sopra tutto impegno con serietà.

 L’episodio da porre sul piedistallo?
Il concerto alle Terme di Caracalla, tre giorni di musica con i più grandi, gli Osanna, i Pooh, i New Trolls, la PFM ecc…

 Le tue fonti d’ispirazione musicale quali sono state?
Da ragazzino ascoltavo Elvis Presley, mi colpiva il modo di suonare del suo batterista di cui però non  conoscevo il nome. L’influenza maggiore fu Gene Krupa, del quale comprai il metodo senza neppure conoscere la musica e lo imparai come autodidatta. Sono un istintivo e suono quello che al momento mi passa per la testa. Probabilmente sarò stato influenzato, se pur indirettamente, dalle musiche di Beatles, Rolling Stones, Elvis Presley ecc… comunque gruppi della mia adolescenza. Poi, quando ho iniziato a suonare con i Trip, m’ispiravo a Genesis, Pink Floyd, Emerson Lake & Palmer.

Oltre ai Trip con chi hai suonato?
Non ho suonato con molti gruppi. Il mio primo gruppo fu all’oratorio, ci chiamavamo i Pirati, con amici del borgo. Decidemmo di formare un nuovo gruppo cambiando alcuni elementi e ci chiamammo The Asylum’s Group, iniziando a suonare in locali di Torino, facevamo il genere Beat/Rock inglese. Il gruppo più famoso di Torino, conosciuti anche in Italia, sono stati Le Teste Dure, avevano bisogno di un batterista con le mie caratteristiche, lasciai il mio gruppo e andai con loro. Con tutti i gruppi suonavamo in cantina, non c’erano ancora le sale prove che ci sono oggi. Chiaramente tutti insieme sognavamo di andare a suonare oltre manica, ma rimase solo un sogno. Questo successe per fortuna quando andai a suonare con i Trip.

Come mai lasciasti la band?
Era il primo gennaio del 1972, tornavamo da un concerto a un veglione di capodanno. Arrivati alla pensione dove alloggiavamo, ci accingemmo a portare i bagagli dentro lasciando il furgone carico di strumenti in strada, al ritorno non lo trovammo più, era stato rubato.
Eravamo disperati, proposi ai ragazzi di fare un genere più commerciale in modo da poter vendere più dischi per rifarci economicamente, ma loro si rifiutarono e allora, spinto da troppa impulsività, decisi di abbandonare non solo il gruppo ma la musica.
Tanti anni dopo mi trovavo al capezzale di Joe Vescovi (morì 5 giorni dopo, esattamente il 28 novembre 2014) chiaramente lui non sapeva di morire, ma mi disse che essendo malato non avrebbe più potuto suonare e allora mi affidò il compito di portare avanti la musica dei Trip. Cosi feci debuttare i nuovi Trip nel settembre del 2015, un progetto che tutt’ora porto avanti. Ho in programma di comporre insieme ai nuovi amici un nuovo album e spero di poterlo fare uscire a fine anno.

Cosa ami suonare oltre al Rock Progressivo?
Se ne avessi ancora la possibilità, tornerei a suonare il Beat/Rock, che poi fu quello che mi fece da scuola.

Se non attratto dalla batteria, quale altro strumento avresti voluto suonare?
Probabilmente il sax o il basso.

Parlaci di quei meravigliosi anni in cui veniva pubblicata ogni tipo di sperimentazione musicale.
Girando l’Italia in lungo e in largo, ebbi l’occasione e la fortuna di conoscere bravissimi musicisti, magari non famosi, ma veri mostri di bravura. Sono trascorsi quasi 50 anni e mi è difficile ricordare i nomi di questi musicisti, anche perché erano conoscenze occasionali. Ci trovavamo a volte insieme nei locali a fare delle Jam Session.

Sei mai stato attratto dai pads elettronici?
No mai, ma adesso li devo usare per esercitarmi senza fare rumore visto che abito in condominio.

Che rapporto hai con i bassisti…
Non ho un rapporto particolare, ma quando suoniamo insieme c’è un certo feeling.

Dove arriverà la musica secondo te?
Difficile dirlo, è più facile dire che la musica non avrà fine, che piacciano o che non piacciano i futuri generi.

Qui di seguito lo schema del Kit corrente:

Pino Sinnone

Batteria: Mapex Saturn V MH Exotic colorazione Water Maple Burl.

1: Grancassa 22”x18”.
6: Rullante Mapex Armory 8 Ply. Colore: Walnut Stain over Figured Wood with Piston Strainer Vertical. Throw-Off
2: Tom 10”x8”.
3: Tom 12”x9”.
4: Timpano 14”x14”.
5: Timpano 16”x16”.
7 – 8: DD Percussions Pro Wooden Bongos 7,5” and 8,5”.

Piatti:

A: Hi-Hat UFIP 13” Class Earcreated Series.
B: Crash 16” Paiste 2000-Thin Crash.
C: Crash 18” Zildjian S Series Trash (Forato).
D: Ride 20” Zildjian K Series Custom Medium Ride.
E: Ride 22” Paiste 2000 Power Ride.

Altro:

M: Campana da riconversione a strumento da campana acustica elettromeccanica.

Pedale: Doppio DW7000.

Hardware: Mapex.

Pelli: Remo.

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