Francesca Gaza debutta con “Lilac For People”, il disco che piace anche a Paolo Fresu

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Francesca Gaza

Non è certo comune trovare una ragazza di 24 anni che compone canzoni per un ottetto. E’ il caso di Francesca Gaza, che da poco ha pubblicato il suo primo disco, Lilac For People. La produzione artistica è di Andrea Lombardini, i musicisti sono Jacopo Fagioli (tromba, flicorno), Francesco Panconesi (sax tenore), Federico D’Angelo (sax baritono, clarinetto basso), Lorenzo Pellegrini (chitarra), Luca Sguera (tastiere, elettronica), Alessandro Mazzieri (basso, elettronica) e Mattia Galeotti (batteria). Abbiamo deciso di intervistare Francesca per presentare il suo disco e farci raccontare la sua storia.

Francesca Gaza

Perché hai scelto di intitolare il tuo disco Lilac For People?
Lilac è il titolo di un brano del disco e il significato del testo è entrato a far parte del concetto che attribuisco a questo disco ovvero Lilac for People inteso come un fiore (il lillà in questo caso) da dare alle persone.

Nella tua musica mescoli jazz, pop ed elettronica. Da cosa nasce questo suono così particolare?
Credo che una delle urgenze di un’artista sia riflettere il tempo in cui vive, creare una sorta di specchio della contemporaneità. Essendo nata nel ’95, e avendo quindi vissuto pienamente la globalizzazione anche da un punto di vista di accessibilità alla musica, ho fin da piccola ascoltato tantissima artisti provenienti da diversi paesi: i Beatles, Joni Mitchell, Francesco de Gregori, Tchaikovsky, Schubert, musica gitana, musica elettronica, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, eccetera. Mi è venuto quindi molto spontaneo mischiare i diversi stili che sento più vicini a me e farne una espressione personale. Tuttavia nel processo creativo non etichetto quello che andrò a fare. Prima scrivo e poi, se ce ne è bisogno, cerco di dare una definizione a quello che ho fatto, non viceversa.

Come singoli hai scelto Lilac e Almond Tree. Sono le canzoni più rappresentative del disco o la scelta ha altri motivi?
Sono particolarmente legata a Lilac, la quale è stata la primissima canzone che ho scritto e arrangiato per il mio ottetto. In questo senso è molto diversa da Almond Tree, un brano invece più recente in cui vedo un’evoluzione stilistica e artistica. Entrambe comunque mi rispecchiano e sono legata profondamente al loro significato.

Quando e come è nato il tuo amore per la musica?
Ho iniziato a suonare il pianoforte a sei anni. Comunque è stato a dieci anni che mi sono veramente innamorata della musica. Ricordo di essere andata a sentire per la prima volta una Big Band dal vivo e di esserne rimasta colpita profondamente. Ho pensato che quello che stavo sentendo mi emozionava talmente tanto, che non mi bastava ascoltarlo, ma che volevo contribuire a questo mondo di suoni e farne parte. Quello è stato un momento cruciale per la mia passione per la musica.

C’è qualche artista in particolare a cui ti ispiri?
Mi piacciono molti artisti di vari generi. Laura Mvula, una cantante e compositrice britannica mi ha decisamente segnato per la profondità dei suoi pezzi in cui l’armonia molto spesso classicheggiante, si affianca a melodie un po’ naiv e allo stesso tempo incredibilmente pazze e bizzarre, il tutto arrangiato divinamente. Non bada ai paletti dei generi, cosa che cerco di fare anche io. Un’altra figura cruciale dei miei ascolti è Becca Stevens, una cantautrice americana che viene dal jazz e dalla country music e con cui ho avuto la fortuna di studiare per un periodo. Kenny Wheeler infine è stato il musicista che mi ha portato verso la composizione. È stato un compositore canadese, londinese di adozione che ha dato un’impronta cruciale al jazz nordeuropeo. È decisamente una delle mie influenze più forti.

Quanto contano i testi nelle tue composizioni?
Adoro la poesia. I testi sono una parte molto importante per me, ma anche quella più difficile. La parola evoca un’immagine ben precisa nella testa dell’ascoltatore, mentre se la parola è assente l’interpretazione della musica diventa più soggettiva con immagini, colori, paesaggi diversi per ogni individuo. Per un lungo periodo ho cantato molto su vocali senza usare parole. In questo disco però la dimensione testuale è nata quasi sempre contemporaneamente alla musica, per cui separarla sarebbe stata una forzatura. I testi aggiungono quindi un significato inequivocabile alla mia musica. Tuttavia ci sono dei pezzi come Purity o Teach to Sing in cui il testo si basa su metafore e lascia quindi più margine d’interpretazione all’ascoltatore, mentre su pezzi come I have heard o Lilac racconto una storia ben precisa.

C’è spazio, secondo te, in Italia per la musica che proponi?
Spero di sì! Adoro l’Italia, credo sia un paese molto ricco di menti creative, farne parte e apportare il mio contributo alla scena italiana è un mio grande desiderio.

Paolo Fresu ha definito il tuo disco «uno dei lavori discografici più belli di questo momento». Che effetto ti ha fatto leggere questa frase?
Ogni volta che leggo questa frase mi vengono i brividi. Sono cresciuta ascoltando i dischi di Fresu, è quindi un grande onore per me e per il mio gruppo ricevere un tale apprezzamento. Siamo tutti enormemente grati per il suo impegno e la sua attenzione verso la scena giovanile italiana.

Hai dei concerti in previsione?
Certo! Da fine giugno saremo in Tour nell’Italia del nord, Svizzera e Germania, mentre a luglio e agosto proseguiremo per tutta l’Italia. A breve annunceremo le date.

Il video di Almond Tree:

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.

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