Mark Knopfler live a Milano: l’ultimo scherzetto di un “vecchio ragazzo”

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Mark Knopfler

Il signor Mark Freuder Knopfler compirà i suoi primi 70 anni il prossimo 12 agosto. Nella vita, come sapranno anche i sassi, è entrato nel pantheon del rock fondando i Dire Straits (gruppo che ha sciolto nell’autunno del 1992), ma poi ha preferito dedicarsi ad altre cose. Ad altre musiche più intriganti del rock da classifica. Quelle da film le componeva già ai tempi del gruppo di Sultans of Swing (e ieri sera ne ha pure eseguita una suggellando, di fatto, una serata da favola), mentre tutto il resto del suo “enciclopedismo” musicale è contenuto nei nove album solisti (tre più degli stessi Dire Straits) disseminati tra la metà degli anni ’90 e il novembre scorso quando è uscito il comunque notevole Down The Road Wherever.

Knopfler resta, all’alba del suo settimo decennio di vita, un uomo modesto e realizzato. Uno a cui piace fare le cose a modo suo. Forse in maniera artigianale, ma senza gli isterismi di un’epoca social sospesa tra l’ultimissimo post, la foto più accattivante e la più accecante nostalgia. Una volta il buon Mark rispose un po’ stupito ad un giornalista che gli chiedeva perché non avesse mai pensato di rimettere assieme i Dire Straits. Ed affogare di conseguenza nei dollari o negli euro che una reunion così proficua gli avrebbe garantito. «Rifondare la band? In realtà non ci siamo mai sciolti. A certi matrimoni, in cui siamo tutti quanti invitati, teniamo degli strepitosi concerti privati…». Ecco, “Knop” è fatto così. Un sarcastico che scrolla le spalle ingollandosi uno scotch di quelli buoni. Uno che per campare scrive canzoni che, partendo da un’onnipresente base celtica, vanno a zonzo per tutti gli Stati Uniti. Fondendosi col blues, il country, il jazz, il rockabilly, il folk, il primissimo rock’n’roll, il Cajun e via dicendo. E poi, ovviamente, tutta questa roba la suona pure dal vivo. Oh, se la suona!

Mark Knopfler

A Milano, ad esempio, si è portato dietro il suo solito ensamble allo stato dell’arte composto dai due vecchi Dire Straits Guy Fletcher (tastiere) e Danny Cummings (percussioni) più l’attempato Richard Bennett (chitarra), Glenn Worf (basso), Ian Thomas (batteria), il re dei turnisti californiani Jim Cox (piano), Mike McGoldrick (flauto) e John McCusker (violino). Non contento di tanto ben di dio, Mark si è sentito in dovere di aggiungere i fiati di Graeme Blebins (sax) e Tom Walsh (tromba) e da lì si è potuto cominciare alle 21 spaccate. Why Aye Man, che stava sul ruspante The Ragpicker’s Dream del 2002, è l’inizio della festa e l’approdo degli “straccioni” (il “Ragpicker” del titolo) in territorio americano visto che la canzone è una chiara melodia popolare fusa coi dettami della musica a stelle e strisce.

Knopfler, che di suo resta un geordie (gli abitanti del Nord Est inglese che risentono dell’influenza scozzese), ha sempre avuto un debole per questi calorosi accostamenti “roots” e nel corso del suo show ne farà spesso tesoro fino a spingersi addirittura alla musica da barrio nella frizzante Postcards from Paraguay che ha una vistosa coda latin jazz. La notevole Corned Beef City, a sua volta, possiede un tiro rock primordiale alla Carl Perkins (bellissime le coreografie dei musicisti) così come l’energia è di casa anche dalle parti di My Beacon Roll (uno dei pezzi forti di Down The Road Wherever) e dello shuffle, a cavallo tra chitarra blues e violino irlandese, di Speedway at Nazareth. Tutto molto riuscito.

Un pochino più di maniera e rilassate risultano essere Done with Bonaparte e la malinconica Heart Full of Holes mentre quasi minimale appare Matchstick Man introdotta da un lungo discorso dove Mark racconta di un suo estenuante viaggio andata/ritorno in autostop («Hey, come si dice hitchhiking in italiano?») dalla natia Newcastle fino alla Grecia con tanto di tappa intermedia in quel di Brindisi per pigliare il traghetto. «Poi sono tornato, era il giorno di Natale e non c’era anima viva in giro. Meno male che mi ha dato uno strappo un camionista!», spiega tra una risata e l’altra. Alla voce “splendida”, invece, inseriremmo Sailing To Philadelphia (uno degli highlight della sua fase solista) che, sebbene orfana della seconda voce di James Taylor e stiracchiata dietro vocals alla Bob Dylan, resta incantevole ed evocativa perfino in questo suo arrangiamento reggae.

Insidioso capitolo-Dire Straits. Ok, lo abbiamo tenuto per ultimo visto che le canzoni del celebre gruppo britannico stavolta erano ben sette in scaletta (su sedici in totale) e lungi da noi accusare lo stesso Knopfler di revivalismo visto che il tipo è sempre stato attratto dalle migliori musiche del mondo. Musiche che, come ben saprete, hanno i loro begli anni di vita sul groppone e non sono verdi come la trap o l’IDM, quindi “Mark” e “revival” è quasi d’obbligo che convivano nella stessa frase.

Pollice alzato per i brani d’atmosfera (la romantica Romeo and Juliet suonata come nel tour mondiale del 1991/1992, una coinvolgente Once Upon A Time In the West più il bis sempre commovente di Brothers in Arms), applausi convinti per lo strumentale She’s Gone che scivola nella fusion anni ’80 di Your Latest Trick, ma più nì che sì per quel che riguarda sia On Every Street che soprattutto Money For Nothing, la grande attesa della serata. Anzi, la grande indagata col pubblico che si alza tutto in piedi e raggiunge Mark sotto al palco per immortalare il momento coadiuvato da centinaia di smartphone (ebbene sì, il concerto aveva i posti a sedere nel parterre)

Mark Knopfler

Qua duole ammetterlo ma le dita del geordie fanno ormai fatica a reggere il peso di certi assoli torrenziali (soprattutto il picking incessante di On Every Street) e la stessa MK Band lo senti che vorrebbe lasciarsi andare, accellerare il ritmo, ma fortunatamente va dietro al suo leader con gran compostezza. Meglio la chiusura dell’altro strumentale (quella Going Home che era il tema del film scozzese Local Hero uscito nel 1983) dove la soundtrack esplode in maniera azzeccata dentro una sorta di jam che potrebbe andare avanti per un bel po’. E invece finisce e Knopfler – che nel corso dello show si era acutamente definito «un giovane ragazzo che col tempo è diventato un vecchio ragazzo», salvo poi aggiungere «sapete, è la vita» – saluta i diecimila di Assago e timidamente se ne va. Timbrando una performance di classe, ma lasciandoci con un piccolo thrilling.

Usciti i musicisti, infatti, qualche tecnico sale sullo stage, maneggia con cavi e microfoni e sembra che qualcosa debba ancora succedere. «Tornano, tornano!», urla qualche inguaribile ottimista. Il pensiero corre subito a quanto successo il 30 aprile scorso a Lisbona quando, in scaletta, è comparsa addirittura una certa Telegraph Road epoca Love Over Gold (ma in quel caso mancava Brothers in Arms). Wow, Mark la replicherà anche a Milano? Falso allarme: si accendono le luci generali del Forum e lo show, stavolta, è davvero finito. Con Knopfler che starà sorridendo da dietro le quinte, probabilmente alle prese con una bella tisana addizionata al malto. Sapete, è la vita…

La scaletta di Mark Knopfler [email protected] Forum (Assago), 10 maggio 2019:

1) Why Aye Man
2) Corned Beef City
3) Sailing To Philadelphia
4) Once Upon A Time In the West
5) Romeo And Juliet
6) My Becon Roll
7) Matchstick Man
8) Done With Bonaparte
9) Heart Full of Holes
10) She’s Gone/Your Latest Trick
11) Postcards From Paraguay
12) On Every Street
13) Speedway at Nazareth

Bis:
14) Money for Nothing
15) Brothers in Arms
16) Going Home: Theme from “Local Hero”

Mark Knopfler

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