Ylenia Lucisano, musica allo specchio (intervista)

La giovane cantautrice calabrese pubblica il suo secondo album, "Punta da un chiodo in un campo di papaveri", e si racconta senza filtri: gli errori, i traguardi, la libertà, l'amicizia con il "Principe" De Gregori.

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È uscito ieri, a cinque anni di distanza dal primo album Piccolo Universo, Punta da un chiodo in un campo di papaveri, secondo lavoro discografico di Ylenia Lucisano, cantautrice calabrese classe 1989. Anticipato dal singolo Non mi pento (in rotazione dal 3 maggio), con il quale Ylenia si è esibita sul palco di Piazza San Giovanni in occasione del Concertone del Primo Maggio, il disco contiene 11 tracce alla realizzazione delle quali, oltre alla Lucisano, hanno lavorato — tra gli altri — Pasquale “Paz” Defina, Vincenzo “Cinaski” Costantino e Renato Caruso. La produzione è stata affidata a Taketo Gohara.

Il videoclip di Non mi pento porta la firma di Alessandro Murdaca, già collaboratore di Ghali, Tedua e Sfera Ebbasta. Queste le parole dell’artista a proposito del significato del brano: «Evitiamo di commettere errori per non provare rimorsi, ma il senso di colpa immobilizza i sensi, ci esclude ogni possibilità di evoluzione per poi farci pentire di esserci lasciati sfuggire la felicità».

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Punta da un chiodo in un campo di papaveri è  una raccolta di confessioni e riflessioni intima e sincera, che conferma una notevole maturità non solo compositiva ed espressiva — tra le righe del pentagramma e quelle del quaderno si nascondono influenze ricche e colte che non sfuggiranno a orecchie allenate al cantautorato più fine —, ma anche emotiva: la Lucisano non fa alcun mistero delle sue fragilità e delle sue ombre, ma ne alleggerisce le sfumature grigie colorandole di determinazione e insieme leggerezza, e sedendole a viaggiare su sonorità eleganti e accattivanti. Un lavoro senz’altro degno di nota, che attira l’attenzione e alimenta le attese per un futuro che promette di sorprendere.

Ylenia Lucisano presenterà per la prima volta il nuovo disco live con uno showcase in programma mercoledì 12 giugno, alle ore 18.30, presso il Mondadori Megastore in Piazza Duomo a Milano.

Abbiamo intervistato la cantautrice durante la concitata fase promozionale e il risultato è stato una chiacchierata molto ricca di spunti che ci auguriamo possa rappresentare un ritratto piuttosto fedele dello spirito e della visione di una giovane artista che ha tutte le carte in regola per edificare un progetto dalle fondamenta ben solide e dalle rifiniture raffinate e personali.

 LA NOSTRA INTERVISTA

In uno dei brani del tuo nuovo album, Canzoni e pane, nel quale racconti dei primi passi mossi in questo universo professionale, definisci le tue ambizioni artistiche “un sogno rassegnato”: a che punto è, oggi, quel sogno? Che forma ha preso?
Oggi quel sogno si è trasformato in realtà, ma allora mi appariva non un sogno irraggiungibile, ma un sogno che non sapevo come raggiungere. Adesso ho acquistato più consapevolezza e insieme più incoscienza nell’affrontare il mondo della musica. E mi impegno fortemente perché diventi sempre più solidamente il mio mondo.

Cosa ha fatto scattare in te il desiderio di fare di un sogno una professione?
Non c’è stato un episodio in particolare: man mano che iniziavo a scrivere e a esibirmi sui palchi —  ho avuto anche la possibilità di conoscere artisti e autori  —, ho realizzato che in questo mondo mi trovo bene, che quando si parla di Musica, c’è condivisione, si crea, io mi sento a casa, sto bene, riesco a esprimere la vera me stessa. 

Ne Il destino delle cose inutili parli di cose da lasciare andare e da conservare: se ti chiedessi cosa hai lasciato andare di proposito perché ti fosse più chiaro dove dirigerti, cosa citeresti?
Senz’altro il pessimismo: quando si tratta di far dei lavori come questo in cui tutto è un punto interrogativo e il 90% delle cose va male perché dipende dalla combinazione di fortuna ed esperienza, è inevitabile che subentri un po’ di negatività. Ma questa è un’attitudine che ci fa perdere tempo e ci mette addosso una sensazione di disagio che finiamo per trasmettere anche a chi ci sta intorno. Ecco perché ho voluto liberarmene. Ho messo anche da parte il dover per forza imporre la mia idea alle persone con le quali lavoro: mi sono aperta all’ascolto, al trovare insieme soluzione condivise, al creare un team sereno. Al di là di questi due aspetti, credo che tutto ciò che arriva vada preso con positività, cercando di imparare dalle cadute.

Ne La sintesi, invece, mi ha colpito il modo nel quale descrivi la malinconia: non le dai esclusivamente una connotazione negativa, ma anzi la rappresenti come il sentimento conseguente alla realizzazione che tanti piccoli dettagli fondamentali troppo spesso sfuggono a occhi e orecchie distratti e superficiali. Qual è effettivamente la tua visione in merito?
Sono sempre stata una persona malinconica e questo mio modo di essere è stato spesso confuso con la tristezza: in realtà, si tratta proprio, come dicevi tu, di una maggiore sensibilità nei confronti dell’invisibile, di situazioni che nel caos quotidiano finiscono per sparire. Questa modalità di approccio alla realtà mi ha aiutato anche a trovare ispirazioni per la scrittura, a pensare col cuore: le mie canzoni nascono effettivamente da momenti di malinconia, in cui diminuisce il mio stato di coscienza. Quasi in uno stato di illogicità. Quindi alla malinconia mi aggrappo quando le cose non vanno come vorrei: in essa riesco a trovare un modo per respirare e vedere le cose in maniera diversa.

Uno dei versi più interessanti di Non mi pento, il primo singolo del nuovo album, è chi giudica non ha capito che la vita è l’unica occasione per sbagliare: non posso non chiederti quale errore ritieni sia stato se non essenziale, almeno importante nel tuo percorso professionale.
Credo tutti gli errori commessi lo siano stati e lo siano, tutte le persone che ho ferito, tutte le volte in cui mi sono fatta male. Il non provare sensi di colpa non vuol dire che io abbia perseverato nell’errare o che mi piaccia farlo: semplicemente, mi hanno dato modo di non piangermi addosso, di metabolizzarli per poi accoglierli come esperienze che vissute senza rimproverarsi aiutano a diventare persone migliori. Pentirsi sì, allora, ma in maniera costruttiva.

Sempre a proposito di Non mi pento, il modo nel quale ti rappresenti dà l’idea che tu voglia andare ben oltre il concetto di errore in sé, e che voglia esprimere il desiderio d’essere libera, oltre ogni stereotipo di impeccabile perfezione entro il quale noi donne siamo costantemente costrette, desiderio di libertà che poi torni ad affermare anche nell’ultimo verso di Ti sembra normale?, quando dici magari lasciare a ognuno fare quello che gli pare.
Sono proprio così: io vivo nella mia imperfezione e ne faccio un punto di forza. Questo concetto che hai trovato nei due brani, unendoli, mi piace tantissimo: quando scrivo una canzone, il significato diventa di chi lo ascolta e sì, c’è proprio un senso di ribellione positiva. Non dobbiamo essere schiavi delle mode, di ciò che gli altri vogliono imporci… soprattutto noi donne: il che non vuol dire che dobbiamo trascurarci, ma semplicemente che dobbiamo essere belle solo per noi stesse, migliorare per noi stesse e mai per compiacere qualcun altro.

In merito a questo argomento, sei stata una delle pochissime artiste a calcare il palco del Concertone e sarai senz’altro a conoscenza della querelle nata a proposito alla ridottissima presenza della componente rosa: qual è, secondo te, il più grande ostacolo alla affermazione di nuovi nomi femminili nel campo della musica? Semplicemente un fattore culturale?
Intanto, io credo che gli ostacoli spesso ce li poniamo noi stessi: la carenza femminile purtroppo si riscontra in tutti i settori, però quando una donna c’è in un settore si distingue, si fa notare e fa più strada rispetto a un uomo. Il fatto che ce ne siano poche nel mondo della musica, nel nostro Paese, ritengo sia sì una questione di mentalità, ma nostra, di noi donne: siamo più riflessive, prima di buttarci in un progetto ci pensiamo mille volte, non ci sentiamo mai sufficientemente pronte, facciamo un lavoro su noi stesse più lungo perché ci teniamo di più ad apparire nel modo giusto, mentre gli uomini per carattere hanno un modo un po’ più istintivo di affrontare le situazioni. Non credo che il caso del Primo Maggio sia un problema di maschilismo, come è stato detto.

Quindi tu sposti il focus dal pubblico che viene di frequente accusato di non essere culturalmente educato a riconoscere il valore delle donne (anche nella Musica) alle donne stesse, che magari preferiscono prendersi più tempo per costruire nel dettaglio i proprio progetti? 
Esatto: le donne guardano più in prospettiva. A parte le due o tre artiste pop che vanno per la maggiore in Italia e che sono comunque venute fuori da percorsi diversi, le cantautrici propriamente dette sono molto più introverse e fanno molta più fatica. Personalmente, sono convinta che rispetto a una occasione le opportunità per un uomo e una donna siano le medesime; anzi, ritengo che la sensibilità femminile arrivi molto di più, mentre l’uomo risulta spesso più freddo e questa freddezza nel mondo della Musica paradossalmente aiuta. La donna, in sintesi, si fa molti più problemi ed è una questione di retaggi mentali, ma quando si afferma, è impossibile fermarla. Siamo poche, ma ci siamo e ci facciamo sentire.

Rispetto al primo album, le sonorità di questo nuovo disco sono marcatamente differenti: come descriveresti questa evoluzione e quali ascolti ti hanno maggiormente ispirata?
Sono trascorsi  cinque anni e cinque anni, quando si è nella fascia di età tra i 20 e i 30, hanno un peso particolare: ogni stimolo che è arrivato mi ha aiutata a crescere e io ne ho avuti proprio tanti, così come tante sono state le esperienze e le conoscenze. Essendo molto ricettiva, sono riuscita a trasformare questi stimoli in uno strumento che mi aiutasse anche a evolvere personalmente: proprio perché noi donne sembriamo non piacerci mai, questa scontentezza che mi porto dietro mi ha aiutata a migliorarmi ogni giorno. E, più di tutto, mi ha aiutata lo studio: al di là delle parole e della forza di volontà, nei progetti è fondamentale metterci la testa. Così, ho lavorato molto sia sulla tecnica vocale che sugli arrangiamenti e la produzione, grazie anche all’aiuto di  grandi professionisti, come Taketo Gohara ; mi sono avvicinata, poi, a stili musicali diversi, lasciandomi ispirare da artisti quali George Cash, Ani DiFranco, Fiona Apple, esponenti del panorama pop internazionale, del tutto nuovo per me che sono cresciuta con il cantautorato classico italiano. Mi sono messa molto in gioco.

Tornando al primo album, ho notato che ricorre spesso il suono del carillon: da dove nasce questa scelta? Cosa intendevi trasmettere all’ascoltatore?
Mi verrebbe da dire che è un caso, ma in realtà nulla è per caso; ora che ci penso  — che mi ci fai pensare tu —, io sono bambina dentro e il carillon è un suono che riporta all’infanzia: molto spesso, quando canto e scrivo, voglio tornare in quel mondo, perché da bambini non abbiamo muri davanti, né schemi, né filtri, e cantare e scrivere senza filtri significa arrivare molto più direttamente e velocemente al cuore di chi ascolta. Tirare fuori questo lato aiuta tutti noi a ritrovare una dimensione di pace.

Un’altra immagine che ricorre nei tuoi testi è quella dello specchio, al quale nel primo album hai dedicato un’intera canzone, intitolata appunto Davanti allo specchio: cosa rappresenta per te? Oggi che riflesso ti restituisce?
Credo che ognuno di noi abbia i propri complessi e di fronte allo specchio non possiamo nasconderli; si tratta di una specie di confessionale e molto spesso io che non sono credente lo uso proprio con questa finalità, per regolare i conti con me stessa: mi metto lì davanti e parlo con Ylenia. Ho cercato di fare amicizia con la mia immagine sia dal punto di vista estetico che spirituale. Sai, di solito ci specchiamo distrattamente, per pettinarci, truccarci o capire come ci sta un vestito: sarebbe bello, invece, fermarsi più frequentemente a parlare con noi stessi guardandoci, leggendo le nostre stesse espressioni soprattutto quando ci diciamo cose che normalmente non ci diremmo mai. Io, per esempio, faccio fatica a riascoltarmi e a rivedermi, e facevo fatica anche a specchiarmi: riuscire a trovare degli attimi in cui comunicare con franchezza con me stessa ha rappresentato un incentivo a superare questa sorta di paura.

Nel pezzo Ti odio e ti amo ho ritrovato dei richiami alle sonorità e alle modalità narrative di Francesco De Gregori: so che sei stata opening act di alcuni suoi live e perciò vorrei chiederti cosa ti ha lasciato quella esperienza e, soprattutto, cosa ti ha insegnato il rapportarti con un Maestro della sua caratura.
Quello con De Gregori io lo definisco incontro mistico, che si è ripetuto in più di una occasione anche privatamente: ho avuto la fortuna di vedermi concessa la possibilità di fargli ascoltare in anteprima l’album direttamente a casa sua, nel suo salone, con le sue armoniche a bocca, il suo piano, il suo stereo. Infatti il disco è dedicato a lui, che è sempre stato la mia fonte d’ispirazione primaria non solo nel modo di far Musica, ma anche nel modo di affrontare la sua carriera, con un menefreghismo sano, una libertà che non ha mai dato alcun peso a preconcetti né giudizi:”Io sono così: o mi amate, o mi odiate”. Certo, un conto era far Musica così negli anni Settanta e altro è potersi concedere oggi questo genere di autonomia: però io ci provo e ancora adesso, quando ho bisogno di consigli, Francesco è lì che mi stimola anche solo con due parole, come nel suo stile.

Nel tuo primo album non manca una intensa componente folk, con canzoni in dialetto e suoni che richiamano echi di terre lontane e vicine insieme: cosa ritieni che il dialetto possa apportare in più, in termini d’emotività, rispetto all’italiano? Pensi di riproporre in futuro queste sonorità, che mancano del disco appena uscito?
Ti confesso che tornare a quei suoni è un mio obiettivo. Non ho voluto farlo in questo album perché volevo focalizzarmi su un aspetto particolare del mio modo di essere e inserire il dialetto avrebbe creato ulteriore confusione. Nei miei live, però, cantare in dialetto è fondamentale: fa parte di me e aggiunge tantissimo, perché alcuni concetti non riuscirei mai a esprimerli in italiano; soprattutto, quelli che derivano da ricordi legati all’infanzia e all’adolescenza trascorse in Calabria. Sono sensazioni che possono essere rese e condivise solo in quel modo. Il folk è un altro ramo dal quale non posso separarmi.

Un’ultima domanda: cosa ti auguri di riuscire a costruire nei prossimi tempi?
Mi auguro di riuscire a rafforzare le basi facendo un lavoro di qualità che arrivi al pubblico progressivamente: non sono il genere di artista che fa il botto in una stagione e mi fa piacere avere imboccato una strada come quelle di una volta, lunga e accidentata ma che permette a chi mi ascolta di affezionarsi prima e di innamorarsi poi, con gradualità. Mi aspetto di fare tanti live, perché in fin dei conti è quella la finalità ultima del nostro creare: raccontare in modo diretto sensazioni e pensieri. L’obiettivo principale, di fatto, è quello di aumentare il mio pubblico: detto con franchezza, ci si può impegnare quanto si vuole a realizzare un prodotto artistico di qualità, ma se non si riesce a condividerlo con quante più persone possibile, vien meno anche la voglia. Non intendo bruciare le tappe né scendere a compromessi, ma vorrei che chi mi segue crescesse con me e mi accompagnasse con affetto e convinzione lungo tutto il mio percorso. 

Questa è la pagina Facebook ufficiale dell’artista, attraverso la quale è possibile comunicare direttamente con Ylenia.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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