Fast Animals and Slow Kids: “Siamo diventati più liberi”

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Il modo di fare e fruire la musica, oggi, è totalmente cambiato. Non è una frase di circostanza per andare a scavare in sterili nostalgie, ma semplicemente un dato di fatto. Tutto è più vicino e a portata di mano, ma spesso anche più emotivamente lontano. Farsi spazio in un mondo in cui basta avere una connessione internet per far sapere a tutti chi sei può essere estremamente difficile, soprattutto se ci credi davvero e sei legato ad un’idea di verità e produzione della musica senza fronzoli e mezze misure. Lo sanno molto bene i Fast Animals and Slow Kids, band pop rock di Perugia che ha macinato tanta strada, tanti concerti e ben 5 album in studio per arrivare, ad esempio, sul palco del Concertone del Primo Maggio (“Non lo credevamo possibile dopo 10 anni di concerti”). Undici anni in giro sempre insieme, animati dalla voglia di trasmettere qualcosa di autentico, esattamente come il loro ultimo album Animali notturni, uscito venerdì 10 maggio per Warner. Un disco sincero e diretto, con testi per niente e tante, tante chitarre. L’album che potremmo definire della svolta, in cui i Fask si liberano del passato e sentono di poter essere esattamente quelli che sono. Prodotto dal guru della musica indie e non solo Matteo CantaluppiAnimali notturni arriva dritto a chi ascolta, parlando di paure lasciate alle spalle e nuovi inizi. Ce lo racconta il loro cantante e autore, Aimone Romizi, particolamente fiero del lavoro svolto con i suoi compagni di viaggio di una vita.

Com’è nato il vostro progetto e da dove arriva questo nome così particolare?

Il gruppo nasce davvero nella maniera più classica possibile. Siamo tutti amici dalle superiori e suonavamo tutti in band fuori dalla scuola, anche se non andavamo in classe insieme. Io per esempio ero il batterista di una band in cui il mio bassista era chitarrista, era tutto mischiato. Poi però queste band non andavamo molto bene e soprattutto volevamo una band con solo amici, in cui non pensare a niente, vedersi in sala prove, stappare una birra e divertirsi. Quindi siamo andati in sala prove e abbiamo scelto gli strumenti da suonare. Quindi io da batterista sono diventato cantante, il bassista chitarrista, tutto così (ride n.d.r). Quindi l’unica band nata per gioco è diventata la band della nostra vita. Con le altre ci credevamo e suonavamo tantissimo, con questa uguale, ma senza pretendere niente. Il nome fa capire tutto questo, perché veramente un nome del cazzo te lo dico (ride n.d.r), scelto a caso perché guardavamo i Griffin, ci ha fatto ridere uno sketch in cui il protagonista doveva tornare a casa per guardare il suo reality show preferito che era “Animali veloci e bambini lenti”, e quindi ci ha fatto ridere perché eravamo degli imbecilli. Non avevamo nessun tipo di pretesa, non abbiamo pensato minimamente fosse un nome lunghissimo e difficile. La cosa positiva è che dopo l’acronimo è stato facile, Fask, e ci ha davvero salvato.

A proposito del vostro stile, se volessimo andare a generalizzare si direbbe pop rock indie. Premesso che non amo le etichette, faccio riferimento a questo perché credo che con questo album ci sia stato un salto di qualità, il giro di boa. 

L’impressione è giusta, questo album è davvero il giro di boa. Non tanto perché è il quinto, quanto per come lo abbiamo registrato, per come ci siamo approcciati alla registrazione. Un album in cui per la prima volta abbiamo preso un produttore nuovo, abbiamo fatto tutta una serie di percorsi per ottenere il suono che volevamo. Quindi è stato più prodotto, nel senso che abbiamo utilizzato un metodo di produzione nuovo, quindi lo ha reso tale. Un disco di svolta, più in termini sonori. Sono più robe tecniche che connesse alle canzoni, che magari in realtà sono arrivate in maniere “molto fisiologica”. Tendiamo sempre a non farci troppi problemi. Il punto di base per noi per una canzone è quello di riascoltarlo e chiderci: “Noi una canzone così l’ascolteremmo?”.  Se la risposta è sì, andiamo avanti, perché vuol dire che la canzone ci piace. Così abbiamo impostato il disco, abbiamo scritto tantissime canzoni- circa 20, cosa mai capitata- in modo poi da scegliere quali mettere dentro. Questo disco quindi è un p0′ un giro di boa perché abbiamo sperimentato tante cose in più, dal produttore al numero di canzoni scritte, alle tematiche. Abbiamo utilizzato parole come amore, molto difficili da usare perché in un attimo sei Paola e Chiara, se le utilizzi male. Devi stare molto attento nel modo in cui le posizioni. Abbbiamo fatto questo lavoro di analisi e possiamo dire che siamo abbastanza soddisfatti del disco. Per quanto riguarda le etichette insomma, io non so tecnicamente cosa significhi “indie”. Quando abbiamo iniziato 10 anni fa , pensavo significasse indipendente, ovvero che la tua era una piccola etichetta, prodotta da te. Ma adesso anche le piccole etichette fanno parte delle major, noi stessi siamo passati in major, quindi questo discorso di “indipendente” è un pochino saltato. Se intendi indie come genere musicale, vuol dire e non vuol dire niente. Secondo me siamo una band rock che fa musica che gli piace.

Anche a livello di testi, infatti, non c’è alcun segno di “scivoloni pop” e banalità varie. Però le vostre sonorità sono molto “aperte”.

Ti ringrazio tanto. Il punto di questo album era proprio questo. Ci siamo affidati a un produttore appositamente per ottenere un suono che fosse limpido, ben capibile.

In Animali notturni c’è una frase che mi ha colpito molto: “Se la vita è un lampo/ io non l’ho visto”. Nella canzone si parla molto di rimpianti, di ciò che si è perso. Sei riuscito a far pace con dei rimpianti, se ci sono, nel tuo passato, e come li hai affrontati?

Non puoi fare niente per cambiarlo, il passato, quindi alcuni rimpianti rimangono lì, e rimarranno lì per sempre. Ci puoi fare i conti, puoi analizzare, scavare sulla motivazioni che ti hanno portato a rimpiangere quella cosa per evitare di rimpiangere qualcos’ altro. Quindi l’unico modo con cui mi sono relazionato con questi rimpianti, é ragionandoci, prendendoli come insegnamenti, cambiando atteggiamento, in modno da non rimpiangere più niente. Animali notturni è una canzone un po’ malinconica, che prende atto, un po’ come tutte le canzoni di questo disco e in generale quelle dei Fask, che prende spunto da situazioni personali e vita vissuta, per questo sono così importanti per noi. Se penso ad una canzone so esattamente in che momento della mia vita l’ho scritta, e a cosa si riferiva.

Canzoni tristi sembra quasi uan dichiarazione di intenti, si ricollega un po’ al discorso di prima, a cosa significa per voi questo disco. Vi sentite più liberi?

Assolutamente sì. Guarda, la musica deve assumere sempre un connotato libero e puro, questo è ciò che noi abbiamo provato a fare. A volte, nel corso della vita uno non si rende neanche conto delle maschere che porta. Mi sono reso conto crescendo in questi anni, dopo essere stato un ragazzino intransigente su tante cose, entrando in contatto con tantissimi artisti e situazioni musicali e connesse al mondo dell’arte, che più mantiene delle posizioni definite, più perdi l’opportunità di scoprire, di andare avanti. Quindi sì, Canzoni tristi rappresenta un po’ quello che è il nostro intento, di andare avanti senza mai domandarci nulla se non se quello che stiamo facendo ci piace oppure no. La domanda di base deve essere connessa a te stesso, a quello che senti davvero dentro. Noi siamo una band, quindi ce lo domandiamo insieme , l’analisi deve essere fra noi 4. Sentiamo che c’è della magia, c’è della stima, della carica. Un qualcosa che no si riesce a spiegare ma che dentro una sala prove viene fuori. Non vogliamo più scegliere in base a quello che ci immaginiamo sia la scelta migliore, vogliamo soltanto vedere se stiamo bene o male, come essere umani proprio. Canzoni tristi è un emblema di questo.

In Chiediti di te citi espressamente Springsteen. Quanto è stata importante per te, per voi, la sua musica e, soprattutto, gli schiaffi presi?

Noi suoniamo da circa 11 anni e abbiamo suonato in ristoranti in cui c’erano 4 persone che volevamo solo mangiare. Abbiamo suonato in posti in cui il palco era anche il nostro letto, abbiamo dormito anche in furgone. Sono successe tante cose nel corso della nostra storia che ci hanno insegnato che gli schiaffi sono sempre dietro l’angolo e che un artista, per definirsi tale, deve essere pronto ad accettare tutto quello che accade. Quindi gli schiaffi sono stati tanti, musicalmente parlando. Poi nella vita  credo anche altrettanti. Su Bruce beh, sicuramente è il guru a cui aspiriamo. Per noi è stato importantissimo, in termini di sonorità. Questo disco io me lo vedo su un’autostrada americana, dispersi nel nella dell’Arizona. Questa ambientazione è un po’ springsteeniana, un Nebraska, anche se era solo chitarra e voce però l’abientazione è profondamente americana. All’interno però ci sono anche i Rem e altre grandi band della storia del rock mondiale che abbiamo ascoltato. Quello che vogliamo fare è cercare di comunicare in maniera chiara, dire le cose senza chiuderci in noi stessi e al tempo stesso aspirare a quellle sonorità che sono parte della nostra vita. Cerchiamo riferimenti molto molto alti, ci piace sognare di essere vicino a quei grandi.

Prima accennavi al fatto che, professionalmente, il vostro non è stato affatto un percorso facile. Mi viene da ricollegare questa cosa ad una frase di Un’altra volta, che anche se non parla di questo  potrebbe essere adeguata: “Canto per te che non ascolti”. Ti è mai capitato di non essere capito oppure ascoltato?

Sempre, è la base dell’artista. C’è sempre qualcuno che non capisce quello che stai dicendo. Noi al primo disco eravamo stati intrpretati come una band di scemi, che faceva musica per far ridere. Non aveva capito l’ironia che c’era dietro determinate parole. Quindi ci mettevamo in questi contesti strani, dove c’erano solo band che facevano robe per far ridere. Noi facevamo tutt’altro. Avevamo dei pensieri che forse non avevamo espresso in modo chiaro. C’è stato tutto un processo, la ricerca di spiegarsi, che è alla base della nostra musica. Questo perché tante volte un artista non viene capito, non si comprende perché stia  facendo una canzone piuttosto che un’altra. Poi entrano in gioco le emozioni delle persone, perché quando ascolti una canzone che ti entra nel cuore vorresti fossero tutte così ma non è possibile. Noi scriviamo le cose delle nostra vita, diq uello che ci accade, quindi è difficile che un disco sarà indentico ad un altro. Però sta anche qui la bellezza. L’avere davanti una band libera, che non segue le logiche di un mercato che è tutto uguale sotto certi punti di vista, ecco secondo me questo è un aspetto bello della nostra band. Non si può dire che i Fask non siano una band libera e pura.

Tracklist:

Animali notturni
Cinema
L’urlo
Non potrei mai
Dritto al cuore
Canzoni tristi
Un’altra ancora
Demoni
Radio Radio
Chiediti di te
Novecento

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