Shade: dal freestyle a Sanremo, passo dopo passo (intervista)

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Classe 1987, torinese di nascita ma con origini pugliesi e molti anni di gavetta in giro per l’Italia, facendosi largo pian piano nella scena hip hop. Shade, pseudonimo di Vito Ventura, ha all’attivo tre album di inediti, un Festival di Sanremo (insieme a Federica Carta) e il suo primo vero show che partirà questa sera dall’Alcatraz di Milano. Un traguardo molto importante per il rapper, che il 18 maggio approderà anche all’Orion di Roma, con uno spettacolo a cui ha lavorato insieme ad un entourage composto da persone a lui care e fidate e che lo vedrà sul palco con tanti amici e colleghi, primo su tutti J-Ax.

Questi due spettacoli, che Shade ha scelto di chiamare Welcome to the show, sono una sorta di anteprima di ciò che vuole essere solo l’inizio di una carriera live, e una presentazione in una nuova veste delle canzoni dell’ultimo album Truman. A raccontarci qualcosa di più è lo stesso rapper, che si ritiene molto fortunato ad avere accanto “persone che vogliono solo il mio bene”.

Come ti sei preparato a questo debutto?

Ho fatto tante ore di sala prove, perché la band è composta di strumenti veri e propri, a differenza di altri eventi in cui mi sono esibito e avevo le basi e cantavo su quelle. Questa volta invece verrà suonato tutto dal vivo quindi come puoi immaginare è necessaria estrema coordinazione di tutti. Anche i brani sono stati rivisitati, quindi ci sono degli assoli, ci sono degli interventi che non ci sono nella canzoni originali, proprio perché ho voluto differenziarle dal disco, altrimenti non avrebbe senso fare un concerto. la gente deve venire per avere qualcosa di unico, paga il biglietto, quindi si merita una cosa unica. Altrimenti ascolta il disco su Spotify. Quindi tanta sala prove, tanta palestra, perché sto cercando di tenermi più in forma possibile, quindi vivo di palestra e sala prove in questi giorni.

Questo debutto avviene dopo tre dischi e diversi anni di gavetta ed esperienza. Un percorso molto diverso rispetto a quello solito a cui si è abituati oggi, durante il quale magari vengono utilizzati i talent come vetrina. Come mai hai preferito una strada così diversa?

Penso che non abbia mai fatto per me il talent in sè proprio come format. Ho partecipato ad Mtv spit anni fa perché rappresentava quello che facevo io, cioè il freestyle, quindi non ho fatto niente di diverso magari da cose che facevo anche per strada o nei locali peggiori d’Italia perché le gare di freestyle le ho fatte un po’ ovunque. Però sai, quando fai caso al piano cartesiano e la tua parabola cresce piano piano, se poi cadi, cadi anche piano piano. Non è una parabola discendente di colpo. Tante volte vai su molto velocemente ma vai anche giù altrettanto velocemente. Non ho mai prediletto quel tipo di percorso proprio per questo motivo. Preferisco costruire qualcosa nel tempo. Arrivato al mio terzo disco ho fatto l’Alcatraz, magari ci sono artisti che dopo un solo disco di 8 tracce fanno un palazzetto, però poi l’anno dopo non fanno più nulla.

Il tuo è un percorso come si faceva tempo fa, step by step, senza bruciare le tappe.

Io dico sempre che è meglio essere sottovalutati che sopravvalutati. Se inziassero a passarmi tutte le radio e a seguirmi tutto il mondo mi inizierei a preoccupare (ride n.d.r). Meglio fare le cose piano piano, quello che arriva, arriva. Quest’anno per esempio Sanremo è stata una bella vetrina. Inaspettata, anche, da un certo punto di vista. Avevamo questa canzone ma non ci speravamo neanche noi, ti dico la verità. Fino all’ultimo le impressioni fino alla sera stessa era che non fossimo fra i gruppi. Devo ringraziare poi il direttore artistico che si è innamorato della canzone e ci ha voluto a tutti i costi.

A proposito di Senza farlo apposta e della giovanissima autrice Federica Carta, com’è nata la vostra collaborazione?

Federica è una bravissima cantante e anche una bravissima autrice, scrive veramente bene, specialmente per l’età che ha. La collaborazione è nata per caso, perché l’ho sentita ai Wind Summer Festival due anni fa, in cui lei si è esibita e l’ho vista solo di spalle fra l’altro. Non sapevo chi fosse. Vedevo questa ragazza ma non seguendo Amici giuro non sapevo chi fosse. E mi accorsi aveva davvero una bella voce.

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Stile Blind Auditions di The Voice, per restare in tema talent.

Si giuro (ride n.d.r) sembravano le Blind Auditions di The Voice. Mi ero innamorato della sua voce, mi son detto “Cavolo, è davvero brava, semmai farò una cosa in cui mi dovesse servire una voce femminile prenderò in considerazione lei”. Quando poi ho scritto Irraggiungibile (brano uscito la scorsa estate n.d.r), circa un mesetto dopo, ho pensato “Sta a vedere che il destino vuole che io la cerchi” e così è successo. La canzone le è piaciuta molto ed è nato un bellissimo rapporto  e questo ha agevolato anche il duetto di Senza farlo apposta. Io gliel’ho mandata su WhatsApp e mi ha chiesto: “Perché non la fai cantare a me?”. E ci abbiamo provato.

Tu hai un pubblico composto  soprattutto di giovanissimi. Come ti approcci a loro? Senti la responsabilità dei messaggi che veicoli attraverso le canzoni?

Ho la fortuna che mi seguono ragazzi abbastanza educati, carini e teneri, e di conseguenza sono tenero anch’io. Capita poi quello che non ti segue ma vuole la foto col personaggio, bisogna metterlo in conto. Quando però magari c’è un firmacopie, cerco sempre di dare il mio meglio, soprattutto con quelli più piccoli. Sento il “peso educativo”, cerco insomma di dare l’esempio più idoneo possibile. Poi se vedono che un artista si comporta male con loro pensano di essere autorizzati anche loro a comportarsi male con altri. Non devono pensare che solo perché la nostra posizione è agevolata allora si possa fare quello che si vuole. Il rapporto è confidenziale ed “intimo” il più possibile, per quanto lo possa essere in questi casi. Io poi mi ricordo molto i volti, a volte li chiamo per nome e loro restano sbalorditi. Non dimentico che sono dove sono grazie a loro.

Per il tuo Welcome to the show, avrai con te sul palco molti amici e molti nomi importanti, quindi hai anche il sostegno di diversi colleghi. Nel tuo percorso invece ti è mai capitato di essere in qualche modo osteggiato e di non trovare la stessa empatia?

hai detto nomi importanti e ho pensato subito a J- Ax perché un anno fa faceva San Siro, adesso è impegnatissimo in Tv e nonostante tutto ha trovato il tempo di venire al mio concerto. Se avesse detto di no avrei capito benissimo, avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo. Per me significa tantissimo. In passato magari mi è capitato di vivere delle situazioni in cui nel mio stesso team si andavano a creare delle invidie, e l’invidia e il rancore sono i peggiori compagni che un musicista possa avere. Di conseguenza, pur di non farmi ottenere determinati risultati, c’erano degli ostracismi davvero da scuola elementare. Per fortuna sono situazioni da cui mi sono allontanato con non poche ansie, perché fa sempre comodo avere delle persone che lavorano per te e sai cosa lasci e non sai cosa trovi. Però delle volte è meglio staccarsi e ricominciare.

Sappiamo bene che non è un mondo facile, bisogna cercare di farsi strada anche umanamente, non solo artisticamente.

Sì esatto. Sono circondato da persone che vedono molto il lato umano, sia discograficamente che come management. Non mi posso assolutamente lamentare, vogliono tutti il mio bene.

Cosa ne pensi della scena rap attuale, che si è fatta sempre più strada anche in Italia? C’è una motivazione particolare secondo te?

La scena rap che parla di sparatorie e rapine in Italia mi ha sempre fatto abbastanza sorridere, perché lo possono fare veramente in pochissimi . Credo sia una cosa che si debba anche un po’ superare, anche il parlare sempre di droga. Io capisco che funzioni, però è proprio un qualcosa che non mi fa impazzire. Bisogna anche dire però che a livello di sound e di internaziolità siamo cresciuti molto anche grazie alla trap, che ha dato una ventata di freschezza, volenti o nolenti, pur non essendo il genere che io prediligo. Ogni tanto mi dispiace perché vedo del contenuto di basso livello, però ci sono quei pochi esponenti ma buoni che mi fanno rivalutare. Non è che io sia Eugenio Montale in ciò che scrivo, però cerco di non veicolare certi messaggi. Penso a Caparezza e altri, che trovano il modo di raccontare una cosa normale in maniera particolarmente bella.

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