Brusco: «Ho sempre scelto la mia identità musicale anche di fronte al mainstream»

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Poche storie, per me reggae in Italia vuol dire Brusco, su questo non ci piove!
Nonostante questo genere nel belpaese passi sempre un po’ troppo sottotraccia, a Giovanni non è mai interessato lasciare un segno che sia sopra le righe, ma ha sempre ritenuto più importante essere se stesso e mantenere la propria identità musicale.
Personalmente lui e i Villa Ada sono una parte della mia formazione musicale giovanile davvero indelebile e, come spesso dico, è inutile conoscere la musica odierna se non si conosce la storia su cui i suoni di oggi si sono costruiti.
Anche per questo che Brusco ci ha messo a disposizione il suo tempo, la sua cultura e la sua grande simpatia, per fare un viaggio davvero interessante attraverso la sua storia passata presente e futura… enjoy!

Partiamo proprio dai tuoi inizi, ovvero quelli che furono i Vatican Posse, dove tu e Chef Ragoo muoveste i primi passi nel mondo della musica.
Io e Paolo eravamo compagni di classe, e dato che in Giamaica ai tempi era molto in voga nella musica usare il nickname Papa prima di un nome, questa cosa unita alla casualità che io mi chiamo Giovanni e lui Paolo, il nome “Vatican Posse” fu quasi una scelta naturale. Erano tempi di grande cazzeggio e divertimento, anche se c’erano tantissimi contenuti nei nostri pezzi e fu un’esperienza davvero importante che mi ha fatto capire che quello che facevo piaceva a chi ascoltava, dandomi una bella spinta per continuare.

Il reggae in Italia non ha mai avuto un grandissimo impatto, però tu sei sicuramente uno dei pochissimi nomi emersi nel nostro paese in questo genere…
Il mio genere per l’esattezza si chiama Raggae Dancehall e proviene dalla Giamaica: è un suono che ha avuto un’evoluzione notevole dagli anni ’50 ad oggi, con tanti cambiamenti. Diciamo che nel mondo questo genere è stato apprezzato nel mainstream grazie a collaborazioni con artisti giamaicani un po’ più vicini alla cultura statunitense come Shaggy o Sean Paul, o tanti nomi che magari qui sono meno conosciuti ma hanno una grande importanza oltre oceano, e quando si esibiscono nei live hanno un seguito di pubblico davvero notevole.

La seconda importante fase della tua carriera è associata senza alcun dubbio ai Villa Ada Posse, che a mio parere sono una delle pietre miliari del suono giamaicano in Italia.
Finita la scuola le strade mie e di Paolo si divisero, con lui che si buttò a capofitto nel mondo della musica rap/hip hop, mentre io entrai nei Villa Ada che erano una formazione nuova. Con loro iniziai a fare pezzi inediti ed ognuno cercava di portare le proprie influenze musicali, qualunque esse fossero, dal rock al cantautorato italiano. Con loro ebbi la fortuna di realizzare due dischi, fare tanti concerti in giro per l’Italia e tantissime belle collaborazioni. Fu un’esperienza davvero fantastica che mi porto dietro ancora oggi con grandissimo piacere.

Però il progetto dei Villa Ada non raggiunse il successo che meritava, nonostante molti dei vostri pezzi avessero una musicalità ed una capacità di trasmettere allegria che spinta nella giusta maniera avrebbe avuto un effetto virale sul pubblico.
Il discorso è ovvio, e magari anche al giorno d’oggi ci sono tantissime cose belle che magari non fanno breccia perché raggiungono solo una piccola parte di pubblico rispetto ad altre cose che sono stra-spinte dalle major in tutt’altra maniera.
Di sicuro noi dei Villa Ada non avevamo la possibilità di trovare investimenti importanti anche per via dei testi delle canzoni che limitavano l’interesse di chi per mestiere “spingeva” le canzoni, ma comunque eravamo davvero fieri di autoprodurci le nostre cose ed io stesso ti dico che sono felicissimo di come è andata, perché ho sempre avuto un’identità ben definita. Mi piace sapere che chi ti vuole ascoltare deve avere la voglia di venirti a cercare, questo dona anche una credibilità maggiore rispetto ad una canzone che ti cerca lei se accendi la radio, quindi da questo punto di vista sono stato davvero contento di quell’esperienza.
Poi però, ad un certo punto le nostre esigenze si sono fatte differenti: io avevo scritto tantissime canzoni che avevo intenzioni di pubblicare, ma essendo tanti era un po’ difficile essere sempre tutti d’accordo sul da farsi, quindi ho sentito forte questa voglia ed ho iniziato la mia carriera solista, poi successivamente anche le strade del gruppo si divisero.
L’anno scorso, però, abbiamo avuto la fortuna di ritrovarci per festeggiare i 25 anni dei Villa Ada Posse ed è stato un momento stupendo da punto di vista emotivo.

La carriera da solista coincide con una tua prima ascesa importante nelle radio romane, quando celebrasti lo scudetto della Roma del 2001 con “Ancora e Ancora”…
In realtà quando decisi di pubblicare qualcosa per conto mio la mia strada si incrociò con una etichetta di nome L9, fatta di persone che conoscevo. Ho registrato un po’ di canzoni anche grazie alle produzioni Macrobeats di Macro Marco e Mr Perez, e tra questi brani c’era appunto “Ancora e Ancora” un pezzo  che si è praticamente scritto da solo, ma con una particolarità, perché fu scritta prima del 17 giugno (giorno in cui la Roma vinse lo scudetto, ndr) e le radio cominciarono subito a passarla, facendo salire in me una terribile ansia dovuta al fatto che se la Roma alla fine non fosse riuscita a vincere lo scudetto probabilmente sarei stato etichettato come uno iettatore a vita. Comunque per fortuna andò tutto bene e anche Radio Deejay mi chiese di poter realizzare una versione della canzone stile jingle da poter utilizzare nelle loro trasmissioni. Poi successivamente ci fu “Il mondo è anche mio” che fu prodotta da una sotto-etichetta della Virgin che in quel momento vantava artisti come Caparezza o Roy Paci tra i suoi nomi.

Poi però arrivò “Sotto i raggi del sole”…
Pensa che nacque ascoltando dei dischi di vecchie canzoni: la prima che infilai dentro fu quella, e fu una sorta di amore a prima vista. Il brano nacque quasi per cazzeggio e non pensavo potesse avere questo tipo di impatto sul mercato italiano, ma ne fui davvero molto felice.

Assieme a quella arrivò anche “Ti penso sempre” realizzata con Erika Blu che ebbe un altrettanto grande successo…
Sì, sicuramente questi due pezzi portarono davvero una grandissima esposizione mediatica, furono dei veri e propri tormentoni estivi, e facevano parte di un album che aveva comunque tante altre cose in linea con quello che avevo sempre fatto, quindi anche lì non ho mai perso la mia identità artistica, fortunatamente.

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Questo secondo me è un punto molto importante: tu non hai mai voluto rinunciare alla tua pura identità artistica in cambio di una maggiore esposizione al grande pubblico.
E’ la mia personalità: io ho sempre amato il raggae dancehall ed anche il suo essere settoriale, che comporta tante cose che nei circuiti mainstream non puoi avere. Prova ad immaginare il contatto che si crea con il pubblico in un concerto: sicuramente una grande arena non può trasmetterti la stessa sintonia con la gente che io riuscivo ad avere nelle mie esibizioni più “intime”. Tutte persone che venivano ai miei concerti non lo facevano perché era la radio a propormi ma perché amavano il mio suono e lo cercavano per goderselo. Soprattutto all’epoca e anche a fronte di cose ben pagate, mi divertivo davvero molto di più a cantare in situazioni più piccole.
Con questo non voglio sputare assolutamente sul mainstream, anzi, se tutte le radio passassero le mie canzoni io non potrei che essere superfelice, però diciamo che il mio è un suono un po’ di nicchia e soprattutto all’epoca la nicchia del reggae era molto forte, quindi per me fu facile scegliere. Non voglio assolutamente fare l’eroe ma adoro troppo essere me stesso e fare la musica per le mie motivazioni, quindi ho veramente seguito la pancia.

E da lì come sei ripartito?
Ho un pochino forzato la mano con l’etichetta dell’epoca, e due anni dopo ho fatto un disco completamente autoprodotto e distribuito da One Love che conteneva pezzi come “Sangue del mio sangue” o “Erba della giovinezza” che tuttora sono molto popolari e sono più richieste delle mie canzoni cosiddette “mainstream”. Tutto questo per dire che la vita di una canzone può essere strana, può nascere, crescere e vivere molto più a lungo magari di un grande successo che ti sparano ripetutamente per radio prima di essere dimenticato. Dopo “Amore vero” nel 2006, nel 2009 è uscito “Quattroemezzo”, poi ho pubblicato anche diverse cose in giamaicano, fino ad arrivare a “Fino all’alba” che è un disco che risente molto delle influenze della mia esperienza in Giamaica. Nel 2013 poi è uscito l’album con la mia band storica i Roots in the sky dal titolo “Tutto apposto”, un disco molto suonato e soprattutto molto intimo, fino ad arrivare a Guacamole che è uscito nel 2017.

Tu sei sempre andato a braccetto anche con la musica Hip-hop. Se oggi dovessi scegliere di fare un featuring con un rapper romano chi sceglieresti?
E’una domanda difficile, però credo che sceglierei un giovane come Quentin40 o Puritano, con il quale sto davvero facendo un pezzo. Anche se non ascolto molto l’hip hop sono molto aperto alle collaborazioni, purchè ovviamente non si presentino con testi assurdi che inneggiano alla morte delle vecchiette o tante cose futili che vanno ora. Io rispetto molto chi riesce a fare musica senza essere costretto ad ammiccare alla attuale moda di fare i cattivi, visto che poi nella vita reale grazie a Dio viviamo in un paese abbastanza civile.

E Chef Ragoo?
Con Paolo è un discorso diverso, con lui facciamo un pezzo assieme ogni due o tre anni: per esempio adesso ce n’è uno a tema bioparco davvero bello da ascoltare! Comunque con artisti amici come lui o come Tommaso Piotta faccio spesso collaborazioni, anche perché spesso ci troviamo a confrontarci costruttivamente sugli aspetti musicali e ne nascono cose davvero belle.

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E nel futuro di Brusco cosa c’è?
Adesso usciranno diverse canzoni con featuring che però non faranno parte del disco, che invece uscirà dopo l’estate. Ho diverse collaborazioni: una dance con Dj Danilo Seclì, poi un’altra con Smoothies, col quale abbiamo registrato “Spettacolare”, che parla di chi si vanta dei propri averi ma poi è preso male dalla vita e nel quale si sentono influenze Moombathon. Inoltre è da poco uscita “Sudamericana”, canzone che è un viaggio nella comunità sudamericana dalla mia città. Dal progetto Mokamobay è uscito ora “Tournèe”, un video davvero molto interessante, perché nasce da una mia iniziativa molto particolare: anni fa decisi di fare un corso gratuito sulla musica Dancehall per persone che volessero conoscere meglio questo suono, si sono iscritte una dozzina di persone ed alcune poi hanno finito per affermarsi in questo genere. Tra questi ci sono appunto Jimmy degli Inna Cantina, che ha fatto ottimi numeri in giro per l’Italia, e Sealow, un altro ragazzo romano che ora vive a Milano sul cui successo metterei la mano sul fuoco. Con loro è nato un progetto ed un’amicizia, come è giusto che sia nella musica, dove è sacrosanto sempre rispettare chi viene prima e sostenere chi viene dopo e se lo merita.

 

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Cristiano
Tutti mi chiamano Pillu da pochi giorni dopo la mia nascita, a Roma nel 1980. Musicalmente nasco e cresco nella Black dove mi sono cimentato e mi cimento sia come rapper che come DJ. La musica è una costante nella mia vita e nella mia mente, che fa voli pindarici. Ogni situazione che vivo ha un motivo di sottofondo. Amo ogni genere musicale purchè mi trasmetta qualcosa, che sia Giovanni Allevi o Skrillex, perchè il suono deve colpirmi l'anima ed accompagnarmi nella pellicola che scorre nella mia testa.

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