Maria Antonietta: sette eroine, sette note, un amore (intervista)

Cantautrice, scrittrice e poetessa, una delle giovani artiste più interessanti del panorama indipendente contemporaneo si racconta in una lunga intervista: il suo sguardo sul mondo femminile, il coraggio di rischiare, le parole che salvano.

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A Maria Antonietta, nome d’arte di Letizia Cesarini, classe 1987, è decisamente (e fortunatamente, ché di questi tempi snobbare una griffe, soprattutto di quelle che s’appiccicano moleste e arroganti ad arte e idee, sembra sempre più un gesto rivoluzionario) impossibile attribuire un’unica etichetta artistica: cantautrice con all’attivo quattro album — l’ultimo, Deluderti, pubblicato nel 2018 —, importanti collaborazioni e una colonna sonora per una pièce teatrale, non ha mai nascosto la sua sconfinata passione per le mille coreografie che le parole possono disegnare a seconda dell’abito che decidono d’indossare.

E così il 19 marzo scorso  ha deciso di vestirle di carta e rime, pubblicando, per i tipi della Rizzoli, Sette ragazze imperdonabili: sette protagoniste della letteratura e della storia — Cristina Campo, Etty Hillesum, Antonia Pozzi, Emily Dickinson, Sylvia Plath, Marina Cvetaeva, Giovanna d’Arco — più una, Mary Delany, sette racconti più uno, sette poesie per ogni nome: un esperimento impostato sul modello del libro d’ore che scandiva le giornate dei credenti in epoca medievale invitandoli alla preghiera e al raccoglimento che di quel modello rispetta pienamente lo stile, con tanto di miniature ed esergo a introdurre ciascuna protagonista, ma che resta estremamente moderno. Sguardi e amori, dolcezza e dolore, lotta e sudore, vittorie, smarrimento, fragilità, coraggio, misticismo: c’è tanta vita, in questo libro, e non c’è traccia di polvere, né di quella prodotta dal tempo, né di quella depositata dalla furbizia di una costruzione narrativa compiaciuta e compiacente.

Non è un caso che l’autrice descriva così gl’intenti della sua opera: «Emily, Marina, Cristina, Etty, Antonia, Sylvia e Jeanne non si sono piegate ad alcuno stereotipo, non si sono conformate a nessun cliché, non hanno compiaciuto nessuna aspettativa. […] Ognuna di loro ha condotto con onestà e determinazione la propria ricerca, spesso in solitudine, aprendo un varco nel tempo. Da lì, come una fiamma, ha illuminato il presente in cui viveva, ma anche il futuro. […] Credo che sia fondamentale rendere omaggio ai propri maestri. E questo libro è un omaggio alle mie maestre».

L’artista presenterà il libro in una esclusiva tournée di reading-concerti in tutta Italia, accompagnata da Daniele Rossi, polistrumentista, che si alternerà tra chitarra baritona, violoncello, tastiere e banjo.

Queste le prime date annunciate per i reading e le presentazioni:

17/05 – Firenze, In Flore – Dialoghi tra musica e letteratura (presentazione e live acustico)
19/05 – Urbino, Urbino e le Città del Libro
30/05 – Soliera (MO), Festa del Racconto
01/06 – Brescia, Sottovuoto Festival
02/06 – Bologna, Biografilm
23/06 – Correggio (RE), gARTen
28/06 – Putignano (BA), Fatti di Storie
29/06- San Gimignano (SI), Nottilucente
11/07 – Cagliari, Waves Festival
19/07 – Vialfrè (TO), La Tempesta nel bosco @ Apolide Festival (presentazione)
20/07 – Cortemaggiore (PC), Fillmore Festival
29/08 – Roma, Giardino di Monk
27/09 – Cori (LT), inKiostro – Chiesa di Sant’Oliva

 

LA NOSTRA INTERVISTA:

Come e quando nasce il tuo amore per le parole?
Sicuramente è venuto prima dell’amore per la Musica —  la poesia che ha rappresentato la scintilla che ha scatenato questo incendio è stata L’Éternité di Arthur Rimbaud, letta ai tempi delle scuole media — e quindi anche l’idea di scrivere un libro l’avevo da molto tempo, da ben prima che concepissi l’idea di realizzare un disco. La Musica è diventata un ulteriore medium attraverso il quale poter esprimere questo amore: una forma più diretta, più intima, e per me che sono molto timida, il modo giusto per relazionarmi completamente con gli altri e dare alle parole la possibilità di avere tutto un altro tipo di impatto, su chi mi ascolta e anche su me stessa.

Quindi quando hai portato per la prima volta al pubblico le tue parole diventate Musica, quali differenze hai riscontrato, dal punto di vista emotivo, rispetto al confrontarti con te stessa tipico della scrittura di racconti e poesie?
Guarda, all’inizio è stato molto difficile e mi son chiesta più volte se fosse la cosa giusta da fare, perché ovviamente è qualcosa di abbastanza traumatico se non l’hai mai fatto e non sei dotata di una spavalderia naturale. Con gli anni, poi, questa “terapia d’urto” è stata fondamentale, sia per imparare a gestire la timidezza in modo più produttivo perché non diventasse un limite, sia per sfidarmi, mettermi in discussione, dal momento che spesso una persona timida tende a evitare quel tipo di confronto. Ma è così che si migliora, in ciò che si fa e ciò che si è.

Venendo al tuo libro, hai detto di esser stata da sempre innamorata della letteratura: perché tra le tante autrici a “tua disposizione” hai scelto proprio queste sette protagoniste?
La scelta è stata assolutamente istintiva: si tratta, come ho detto più volte, delle mie sorelle maggiori, coloro che con parole e pensieri, attraverso battaglie ed errori, mi hanno accompagnata nel corso della mia crescita personale e artistica, portandomi più volte, mentre mi perdevo tra quelle pagine, a dire a me stessa “com’è possibile? Qui si parla proprio di me!”. Con loro ho contratto un debito di gratitudine e questo lavoro letterario è l’espressione della mia devozione.

Intorno a quale nucleo hai costruito ciascun racconto? Sei partita da un core narrativo già presente nelle loro opere o ti sei limitata a preservarne le sole sfumature stilistiche?
Per ciascuna autrice ho utilizzato come cardine quello che io definisco un microfatto — nel caso di Etty Hillesum, per esempio, l’inginocchiarsi come segno di innalzamento dell’uomo attraverso la preghiera e l’ammissione della propria fragilità — un episodio della loro vita reale che appartiene alle biografie di ciascuna intorno al quale ho costruito un racconto che non fosse però necessariamente schiavo della biografia stessa, ma che esplorasse pensieri e psicologia della protagonista. Alla base, però, c’è sempre un microfatto, anche molto piccolo, che avesse le caratteristiche per diventare il fulcro di una narrazione poetica che non scende nei dettagli, ma dà un sapore.

Racconti, poesie, canzoni: come funziona il tuo processo creativo?
Un aspetto curioso è rappresentato dal fatto che, a differenza di altri artisti, per rendere al massimo necessito di “costringere” la mia ispirazione a seguire dei ritmi, dei paletti, ben fissati. Ognuno ovviamente segue le proprie dinamiche: nel mio caso, impormi dei limiti e delle tempistiche anche stringenti — per questo lavoro c’era un frame ben preciso, quello del libro d’ore medievale, per rispettare il quale dovevo accostare racconti brevi, poesie e illustrazioni, il tutto secondo una scansione cronologica ben precisa; tanti vincoli, dunque — permette paradossalmente alla mia creatività di svilupparsi al meglio.

Quindi non ritieni che questa sorta di costrizione volontaria finisca per soffocare in parte l’ispirazione?
Sono consapevole di quanto questa dinamica appaia anomala e personale, ma ritengo che imporsi dei vincoli non abbia senso se non si ha qualcosa da dire, se alla base non c’è un nucleo di senso. Sarà che sono un po’ pigra, sarà che vedo la creatività come una possibilità illimitata, infinita, ma faccio mie le parole di Cristina Campo, che parlava così del suo processo di scrittura:”io individuo degli snodi come dei sassi che metto lì e poi, come una pianta rampicante, ci passo attraverso, faccio leva su quei vincoli, quelle pietre, per riuscire a fiorire e arrivare in cima alla parete”: Un’immagine molto rappresentativa di come ho impostato la realizzazione di questo libro, ma anche del mio modo di vedere l’ispirazione, anche in campo musicale pur con le dovute differenze d’approccio. Quando mi do una disciplina, per me parte fondamentale della creatività, rendo al meglio: l’ispirazione è fondamentale, ma non è solo istinto: è anche lavoro, è un esercizio costante; negli anni sono diventata molto più disciplinata rispetto ai primi anni di totale anarchia creativa e mi son resa conto che quella anarchia finiva per essere molto meno produttiva di quanto credessi rispetto a una libertà più “gestita” e consapevole.

Torniamo al tuo libro, come sono nate le poesie? Cosa intendevi aggiungere, tanto in termini emotivi quanto narrativi, rispetto a ciò che già i racconti avevano espresso?
Sicuramente la componente poetica era fondamentale perché prendendo come riferimento il modello del libro d’ore ho riproposto in una chiave differente quelli che al tempo erano i salmi. Considerando che sia il libro che il disco sono nati da una frequentazione molto intensa e duratura con la poesia, ecco, anche con essa ho di fatto contratto un debito, perché da lì è ripartito il desiderio di tornare a scrivere, di diventare parte di una dimensione di bellezza. In effetti, negli ultimi due o tre anni ho prodotto un gran numero di testi poetici, dunque avevo da parte già un deposito di materiale già pronto. Quelle poesie sono state i sassi dei quali parlavamo prima, i vincoli dello scheletro del libro.

In fase di costruzione di un testo poetico, così come anche di un testo di una canzone, come si procede considerando la necessità di dover  — tornando al discorso dei vincoli — necessariamente imporre alle parole degli argini anche in termini di ritmo, cosa che non accade quando invece si scrivono racconti?
In generale, si parte sempre da un’immagine simbolica, una parola, attorno alle quali costruire un senso. Una immagine che ti destabilizza, che ti mette in discussione, che dà il LA a tutta l’edificazione. Il resto, anche in termini di impalcatura stilistica, viene naturalmente da sé.

Dal momento che la poesia già contiene una melodia intrinseca, come nasce la componente musicale del tuo creare?
Quello che amo tanto della poesia è proprio questo: quando ti trovi a maneggiare le parole, il ritmo e il senso finiscono per andare a braccetto, per coincidere, in una sola unità che ha già in sé il massimo dell’efficacia espressiva. Si tratta di qualcosa di bellissimo e al contempo estremamente difficile da ottenere: per questo sono consapevole che sia triste leggere una poesia tradotta, perché mai si riuscirà a rendere alla perfezione il suo suono e con esso il suo significato. La musicalità delle parole è dunque qualcosa di piuttosto inscindibile dal senso, quindi difficilmente mi ci ritrovo a lavorarci in un secondo momento. Piuttosto, casso un intero verso: si tratta di un flusso che, questo no, non può essere fermato e successivamente liberato.

Per quanto concerne le canzoni, invece?
Lì il discorso è diverso: elaborazioni, arrangiamenti, portano necessariamente parole e suoni a procedere su due binari diversi, e allora ti trovi costretta a portare le une e gli altri a scendere talvolta a compromessi; quindi c’è dietro un lavoro che contempla un maggior numero di variabili e di aggiustamenti post-scrittura.

Letteratura e canzoni partono dunque, mi sembra di capire, dalle stesse suggestioni: ritieni finiscano per toccare le stesse corde emotive, che abbiano la stessa finalità?
Sì, credo siano esattamente le stesse: ogni volta che qualcosa è Arte, svolge quella funzione. Non esiste una gerarchia delle Arti per me; diverse forme di espressione, di regole, di vincoli, ma il risultato è lo stesso: che si tratti di letteratura, di Musica, di drammi teatrali, l’Arte sospende il tempo, colma le mancanze, finisce per essere un risarcimento per la morte e per tutto ciò che finisce. 

Veniamo alla Musica, allora: il tuo stile è decisamente lontano da quelle che vengono considerate le sonorità tipiche, per quanto odiose e arbitrarie siano le generalizzazioni, della canzone d’autore italiana classica: come ti sei avvicinata al punk e quali sono stati gli ascolti che maggiormente ti hanno ispirata?
Effettivamente, all’inizio di tutto non ci sono stati i cantautori della tradizione italiana, per me, e forse è anche per questo che ho sviluppato dei gusti e un linguaggio distanti da quel mondo. I miei riferimenti, al principio, per me sono state le punk americane del movimento Riot Girl dei primi anni ’90, donne che si esprimevano senza censure, anche con crudezza, sia nei testi che nel sound. Poi ovviamente crescendo mi sono appassionata a PJ Harvey, a Patti Smith, a Joni Mitchell, molto distanti da quell’universo. Adesso credo che la mia preferita in assoluto sia Lana Del Rey, un’artista sicuramente molto più morbida da un certo punto di vista, ma amo anche tutta la musica dei gruppi al femminile anni ’70. Ascolti vari, dunque, ma sempre partendo dalla fascinazione per quelle donne libere in tutti i sensi.

Quindi ciò che ti ha spinta tra le braccia del punk è stata un’affinità anche di carattere ideale, oltre che espressivo…
Sì, assolutamente: era un’attitudine che mi aveva conquistata, la spavalderia tipica di chi non è interessato a compiacere alcun tipo di aspettativa, anzi, intende demolirla. Lo trovavo anche molto divertente, come atteggiamento, oltre che creativo.

A proposito di mondo femminile, due ulteriori domande: sia delle autrici delle quali hai scritto che delle donne delle quali canti mostri senza riserve e con estrema sincerità pecche, ferite e punti di forza. Una affermazione di libertà anche questa?
Ciò che ho più a cuore in generale è proprio la sincerità: da sempre, e soprattutto nella nostra contemporaneità, c’è questa deriva abbastanza pericolosa di mostrarsi sempre agli altri col proprio lato migliore, senza difetti né dubbi su se stessi o sul proprio modo di vivere la vita. Questo tipo di immagine ti mette costantemente in crisi, perché finisci per non sentirti mai all’altezza dell’immagine che tu stessa hai costruito di te nel tempo e gli altri, di contro, si sentono in crisi perché non all’altezza del confronto. Un atteggiamento che si dimostra estremamente limitante, perché se non ti mostri mai per ciò che sei, è molto difficile che tu sia compreso. Sono per l’ammissione totale del fallimento e della difficoltà, il che ovviamente non vuol dire che non si è determinati, o felici, o pieni d’entusiasmo: le persone più forti, volitive, determinate che ho conosciuto erano quelle che si ponevano molte più domande ed erano sempre in crisi. 

Quando nelle tue canzoni citi donne che sono entrate nella Storia o nella letteratura religiosa, tendi a calarli in un contesto contemporaneo, cosa che non accade alle protagoniste dei racconti, che restano invece nel loro tempo: qual è il senso di questa scelta?
Queste figure sono interessanti, vive, vitali e possono riguardarti proprio perché non appartengono a un momento storico necessariamente definito, ma parlano per tutti. Quindi questa oscillazione di piani temporali intende trasmettere proprio il messaggio “non restiamo troppo legati alla biografia, a una storia contingente, perché ciò che dico non è affatto contingente, anzi, è fuori dal tempo”. Anche la scelta di farle parlare in prima persona nei racconti è dovuta a questo: oltre al fatto di ammettere che spesso la mia vita, la mia esperienza, poteva essere vicina anche sono affettivamente alla loro, era importante per me che risultassero il più trasparenti possibile, così che chi legga possa sentire, almeno per lo spazio di quelle pagine, anche se da qui, dal nostro presente, quelle esperienze, quei pensieri, quell’approccio, quella fedeltà a una vocazione qualcosa che appartiene anche a lui o a lei.

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Molti dei titoli delle tue canzoni sono costituiti da una sola parola.
Il mio amore per il minimalismo si esprime proprio così, cercando di condensare in poco spazio molto senso. Si tratta ovviamente di una lotta disperata, ma anche questo è figlio dell’amore per la poesia: con un mezzo minimo si cerca di rendere un orizzonte di senso molto più ampio.E anche nei miei racconti, all’inizio di ciascuno, sotto ogni illustrazione è presente un esergo con una frase che racchiude in sé quello che ritengo essere il cuore emotivo o semantico dell’intera narrazione.

Nei reading-concerto come hai scelto di cucire tra loro Musica e lettura dei testi?
Leggerò alcuni parti di racconti e alcune poesie e abbiamo scritto alcune musiche ad hoc per quel tipo di narrazione: il tentativo è quello di far dialogare al meglio le due componenti. Chiaramente inseriremo anche dei brani dei miei dischi arrangiati in una veste differente che facciano da ponte tra le varie letture. Mi accompagnerà un bravissimo polistrumentista, Daniele Rossi, perché vogliamo valorizzare le note tanto quanto le parole.

Che cosa vorresti che arrivasse del tuo modo di guardare l’Arte, attraverso questo spettacolo?
Mi piacerebbe che arrivasse la speranza di poter riuscire a rendere giustizia alla propria complessità accollandosi anche dei rischi, accollandosi delle difficoltà, faticando, ma restando fedeli a se stessi, alla propria vocazione. Personalmente, ho sempre cercato questo negli artisti ai quali mi sono appassionata: questo senso di possibilità di una prospettiva.

Per il prossimo futuro, intendi proseguire su entrambi i sentieri o di privilegiarne uno? Qual è il tuo punto di vista sullo sguardo ancora troppo dubbioso col quale, in Italia, vengono osservati gli artisti che decidono di mettersi in gioco anche in campi differenti dal proprio?
Adesso mi godo gli spettacoli live e il cammino che questo libro, al quale tengo tanto, percorrerà: chi mi conosceva per la mia Musica si sta ponendo nei confronti di questo lavoro in modo molto ricettivo, dimostrandomi che non si è mai fermato alla superficie di ciò che faccio, e io non posso che esserne felice, perché è un incentivo a rimettermi continuamente in gioco sperimentando e rinnovando la mia proposta.
Probabilmente a fine anno tornerò al lavoro sulla Musica, nell’attesa di una nuova sfida: mi appassiono molto alle figure che nella loro ricerca artistica non si limitano a svolgere una sola attività non per megalomania, ma per effettiva curiosità di confrontarsi con forme espressive differenti o con tematiche differenti, cosa che faccio anch’io, che non mi sono mai posta limiti in tal senso. Ritengo sia forte la necessità per gli artisti di essere più fiduciosi nei confronti del pubblico, e più coraggiosi: il pubblico nel tempo va educato e se l’industria culturale continua a propinare una serie di contenuti bassi, tutti appiattiti sullo stesso stile e sulla stessa qualità, negli anni finisce per abituarcisi, finendo per non essere aperto a qualcosa che sorprenda, spiazzi o sia semplicemente originale per una oggettiva mancanza di senso critico. La responsabilità è collettiva, anche della stampa di settore. Per quel che mi riguarda, cercherò sempre di fare ciò in cui credo, ma non penso che una missione così complessa possa gravare solo sulle spalle dei singoli.

Questa è la pagina Facebook ufficiale dell’artista, attraverso la quale è possibile interagire direttamente con lei e tenersi informati suoi prossimi appuntamenti live.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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