Simone Cristicchi torna in tour, partendo da Roma, città dove è cominciato tutto

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Sanremo 2019
Foto di Ambra Vernuccio

Sul palco dell’Ariston Simone Cristicchi ha incantato pubblico e critica con il brano Abbi cura di me, che ha segnato il suo ritorno a Sanremo, sul palco che lo incoronò nel 2007, con Ti regalerò una rosa.
Artista a tutto tondo, il cantante negli anni si è avvicinato considerevolmente alla dimensione teatrale, diventando nel 2017 anche Direttore del Teatro Stabile d’Abruzzo, trattando, sin dagli esordi, temi importanti e delicati, muovendosi con abilità tra poesia e ironia.
Dopo la raccolta pubblicata durante la settimana sanremese, Abbi cura di me (contenente due brani inediti), e il documentario Happy Next – Alla ricerca della felicità (in cui l’artista si interroga e interroga sul tema attorno a cui ruota l’esistenza di ognuno di noi), torna in tour dopo sei anni dall’ultimo live, e travolto dal rinnovato affetto del suo pubblico, si prepara ad una serie di concerti (con date in aggiornamento), che ripartono proprio dalla sua città, Roma.

Ti abbiamo lasciato a Sanremo, tra riconoscimenti e consensi per lo splendido brano, Abbi cura di me, e ti ritroviamo oggi immerso nelle prove di un tour, che parte domenica 19 maggio, dall’Auditorium Parco della Musica, Roma.
Questi concerti sono un modo per rivedere, rileggere, i brani dei miei quattro album, e rivestirli con un abito nuovo, alla luce anche di quello che è stato per me questo Sanremo. Sto scegliendo canzoni che mi assomigliano ancora, nonostante il tempo passato. Sono ormai sei anni che non suono nella mia città, ed è quindi bello ripartire lì dove è nato tutto. Ho cominciato a scrivere le mie canzoni proprio a Roma, sugli autobus e metropolitane, perché fino all’età di 24 anni non riuscivo a prendere la patente (venivo sempre bocciato all’esame di teoria), e quindi trascorrevo davvero lunghissimo tempo sui mezzi pubblici della capitale. Questo mi ha permesso di scrivere i primi testi, osservando i personaggi che popolavano le notti romane e gli autobus notturni, che ero costretto a prendere.

Nella scaletta ci saranno delle canzoni dedicate ai bambini, che nei tuoi spettacoli e presentazioni sono sempre presenti.
Ho saputo che Abbi cura di me, subito dopo Sanremo, era stata portata nelle scuole, come testo da studiare. Questa è stata una gran sorpresa, e anche un gran privilegio, realizzare che i ragazzi possano riflettere su questo testo, che riesce ad arrivare veramente a tutti. Di conseguenza, anche nelle presentazioni del mio disco, in giro per l’Italia, ho notato questa affluenza anche di bambini, che emozionati venivano a farsi firmare il cd. Ho deciso quindi di scegliere tre brani da dedicare a loro. Il primo è Insegnami, una canzone che ho scritto quando è nato il mio primo figlio, Tommaso, poi Cellulare E Carta Sim e Angelo Custode che sono una sorta di canzoni – cortometraggi, come delle favole messe in musica.

Come accennavi prima, Abbi cura di me è un brano che è arrivato veramente a tutti, ed è una preghiera d’amore universale, una richiesta d’aiuto. Chi è la persona a cui tu istintivamente chiedi aiuto, nei momenti di difficoltà?
Penso alla figura di mio padre, che è venuto a mancare quando avevo 12 anni. Abbi cura di me in un certo senso è riferita a lui, a questa presenza/assenza nella mia vita, che ha significato moltissimo per me e la mia crescita, per la trasformazione di quel dolore in qualcosa di bello. Quindi la sublimazione di questa ferita che in qualche modo ha permesso che io diventassi un artista, un creativo. Dopo la sua scomparsa mi sono rifugiato in un mondo fittizio, di fantasia, proprio per reagire a questo dolore.

Citando il brano, la parte che recita: “Attraversa il tuo dolore, arrivaci fino in fondo” è quindi dedicata a lui…
Sì. Noi esseri umani siamo abituati a voler scappare via subito, da una situazione dolorosa. Quando stai male vorresti infatti uscirne immediatamente, cerchi ma non trovi una via d’uscita. Il dolore ti “insegna” invece a starci dentro, a viverlo. Soltanto se lo vivi lo puoi metabolizzare, digerire, e farlo diventare qualcos’altro. Mi piace molto, in questo senso, una frase di un sacerdote, Ermes Ronchi, che cita: “Le ferite possono diventare feritoie”.

Tu hai “attraversato” il tuo dolore con la musica?
Prima con il disegno, il fumetto, poi con la musica, quando ho scoperto casualmente una chitarra “abbandonata” nella soffitta in cui abitavo. Questa chitarra, non si sapeva neanche di chi fosse, era dentro un fodero e con le corde arrugginite, e sembrava mi aspettasse. È stato amore a prima vista, e nel giro di poco tempo ho imparato i primi accordi, da autodidatta. In seguito sono entrato a far parte di un piccolo gruppo, una band, che suonava nel mio quartiere, e da lì è cominciato tutto.

Durante il Festival hai presentato anche il documentario Happy Next – Alla ricerca della felicità. Ti sei interrogato e hai interrogato, persone famose e non, sul tema della felicità. Che ritratto è venuto fuori da questa ricerca?
È venuto fuori che esistono tanti tipi diversi di felicità, e ognuno ha una definizione diversa dall’altra. La riflessione che nasce da tutto questo è che davanti alle grandi domande, ai temi importanti e prioritari dell’essere umano, ognuno tira fuori la sua unicità. Ognuno di noi è davvero un universo a sé, con una vita completamente diversa, e vive esperienze diverse, che ci rendono in fondo dei “piccoli capolavori”. Chiunque può mettere insieme, a seconda del proprio vissuto, una sorta di manuale della felicità.

Siamo ancora capaci di cercare la felicità nelle piccole cose?
Mi sento di dire di sì, anche se stiamo attraversando un momento di cambiamento, di stravolgimento. Sono profondamente convinto che l’umanità in questo momento sia davanti ad una svolta, e soltanto la consapevolezza di poter costruire questa felicità, può farci evolvere giorno per giorno. Ovviamente ci sono tanti pericoli, uno dei più “pesanti” è proprio la realtà virtuale. In un momento come questo immagino un mondo in cui si possa fare un passo indietro e tornare a parlarci con la “voce viva” invece che con il “vivavoce”.

La realtà virtuale ci consegna anche dei modelli fittizi da idolatrare, pericolosi soprattutto per i ragazzi, gli adolescenti.
Quando vado a fare due chiacchiere con i ragazzi delle scuole (ci vado spesso), cerco di farli ragionare su cosa per loro sia il “successo”, una parola oggi molto equivocata. La persona di successo oggi è quella che ha un milione di followers su instagram, i cosiddetti influencer. In realtà i grandi numeri nascondono sempre una grande vacuità, non valgono niente, a mio avviso. Questa sovraesposizione ha creato quindi dei “falsi miti”, lo vediamo tutti i giorni, che sono appunto diventati degli idoli per i più giovani, che vengono così sviati dai veri valori.

Hai timore che questo possa accadere anche ai tuoi figli?
Ho timore che possa accadere anche ai miei figli nel momento in cui si lascia la presa. Credo infatti che la responsabilità più grande sia dei genitori e dei maestri/professori, a scuola. Bisogna parlarsi molto in questo momento, anche di bullismo, che nasce spesso proprio nelle classi.

A proposito di bullismo, la cronaca recente ci conduce proprio a un episodio di bullismo perpetrato da ragazzini nei confronti di un uomo affetto da disagi psichici, Antonio Stano, che viene picchiato e ucciso, e muore nell’indifferenza totale. Tu conosci bene il tema della malattia mentale, avendolo raccontato magistralmente con Ti regalerò una rosa. È proprio questa la società che siamo oggi, così indifferente a tutto?
Sono episodi che ti lasciano sbalordito. Sono proprio un sintomo, il sintomo di una malattia del nostro millennio, che è l’indifferenza.
Accanto a queste notizie orribili non dobbiamo però dimenticare che ci sono tanti ragazzi che si dedicano al volontariato, che si adoperano per gli altri. No, l’umanità non è rappresentata dai ragazzi di Manduria. La storia di Manduria mi ha però commosso molto. Sono persone che vivono tra noi, silenziose, persone che non si fanno notare, e soffrono del male diffusissimo della solitudine. L’unica cosa buona di questa vicenda è che almeno si è iniziato a parlare di questo problema.

Torniamo ai concerti, dove torni live dopo sei anni, anni in cui ti sei dedicato completamente al teatro.  È la dimensione che senti più tua?
Il teatro è stato un innamoramento crescente, dal 2010 a oggi, anche a livello di pubblico e credibilità. Questo mi ha portato ovviamente lontano dai palchi musicali, anche se ho continuato a scrivere sempre canzoni, magari non per un disco, ma per i miei spettacoli, come faceva Giorgio Gaber. Il teatro è diventato quindi il mio habitat ideale, dove posso sperimentare, e posso prendermi tutto il tempo necessario, per costruire nuovi spettacoli. Questo mi dà un’enorme libertà rispetto ai tempi discografici. Dopo questo Sanremo, però, in cui sono stato travolto da una valanga di affetto, mi è tornata la voglia sia di scrivere un nuovo disco che tornare in tournée.

A proposito di tournée, in scaletta non mancherà il tuo brano d’esordio, Vorrei cantare come Biagio. Il primo brano è come il primo amore? Non si scorda mai?
Sì (ride), perché tutto nasce da lì, da questa canzone spiritosa, ironica, anche drammatica per certi versi, quindi mi diverto sempre a cantarla. Fa parte delle mie tante anime.

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