Il traditore

Psicopatologia dell'immaginario mafioso

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Il traditore
di Marco Bellocchio
con Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi.
Voto: bello, però…

All’inizio c’è una festa. Famiglie mafiose di Palermo e di Corleone stipulano una tregua e danzano. Festa pagana, religiosa e sacrilega a un tempo, dov’è chiaro che si prendono le misure e c’è odore di sangue. Poi inizia la mattanza segnata da un contatore che arriva a tre cifre, cioè centinaia di morti. Il soldato Buscetta (che il realtà sembra un furbo generale) espatria in Brasile mentre la linea dei nuovi capi pianifica il massacro del suo sangue (la famiglia). Poi il Brasile gli riserva un gran brutto trattamento e infine don Masino viene restituito all’Italia. Non è un pentito ma parla con il giudice Falcone in base al vecchio teorema per cui dopo una mafia “etica” sarebbe arrivata una mafia che per i soldi uccide donne e bambini. E a Buscetta non piacerebbe. Come non piaceva al padrino di Coppola. Ma è una delle bugie del mito, la variante mafiosa del mitico “italiani-brava-gente”. Lo dice anche Falcone, l’unica volta che lo vediamo perdere la pazienza. Lo faranno saltare in aria, come si sa. Il film è uscito il 23 maggio, data della strage di Capaci. Il resto è il maxiprocesso. Il collaboratore di giustizia Buscetta nella scatola di vetro, i carabinieri intorno, i mafiosi dalle gabbie a insultarlo, lo Stato e i politici che scivolano intorno come ombre. Bellocchio è sempre diverso dal resto del cinema italiano. Nella prima parte sembra proporci una psicoanalisi dell’inconscio mafioso e una descrizione antropologica di tribù. Nella parte del maxiprocesso, rievoca l’orribile immaginario dell’involuzione italiana come ci arrivava dai telegiornali. Ma sarà l’abitudine, col disgusto insinua la noia, anche se ci sono stilettate deliziose, come l’invito di un avvocato a parlare in italiano in un film che è quasi sempre sottotitolato. Forse non va letto come un film sulle cronache storiche della mafia, ma come uno studio del teatro delle bugie a cui si vuole credere. Che coincide con la nostra storia.

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