Bruce Springsteen: greetings from Carnegie Hall (la recensione di ‘Western Stars’)

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Western Stars

Racconta lo scrittore Peter Ames Carlin, nella sua splendida biografia Bruce (Mondadori, 2013), che una volta Springsteen fece ascoltare in anteprima all’amico fraterno Little Steven il suo nuovo album Human Touch. Correvano i primi mesi del 1992 e quelli erano giorni difficili per il Boss, divorziato ormai da qualche anno dalla E Street Band, trasferitosi in California con la nuova compagna Patti Scialfa e alle prese con un disco complicato e interminabile a cui lavorava da tanto, troppo tempo.

“Stefanino” (che al secolo fa Steven Van Zandt) restò in silenzio e concentrato per tutta la durata del CD. Salvo poi uscirsene con un commento sferzante, non molto differente da quelli a cui ci ha abituati fino a qualche giorno fa Rino Gattuso, allenatore dimissionario del Milan: «Amico, non ci siamo. Butta tutto nel cesso e fai risuonare queste canzoni dai ragazzi della band…». Van Zandt e l’arte della diplomazia: diciamo che si può sempre fare di meglio.

Springsteen non tradì alcuna emozione e di rimando mise nello stereo Lucky Town, il disco gemello (e più ruvido) che sarebbe uscito lo stesso giorno di Human Touch. Quello che registrò in poco tempo come reazione di pancia al “complicated album” di cui sopra. Stevie, a quel punto, alzò il sopracciglio ed esclamò: «Ecco, questo suona già molto meglio!». Il Boss sorrise e finì per pubblicare entrambi i 33 giri come se li era immaginati fin dall’inizio. Steven, però, ci prese in pieno perché ancora oggi, a ventisette anni di distanza, provate a chiedere a qualsiasi springsteeniano di questa Terra quale sia l’album più debole (e anche qui ce ne sarebbero da dire…) dell’uomo di Freehold. E non aspettatevi di certo che vi risponda Tunnel Of Love o Working on a Dream.

Tutta questa lunga premessa per dirvi che non so cosa avrei pagato per sentire il commento a caldo del “consigliere” Van Zandt sempre che Bruce, anche a questo giro, abbia voluto sottoporgli una preview esclusiva di Western Stars. Che, per la cronaca, è un album solista a tutti gli effetti del Boss (esattamente come la trimurti Nebraska, The Ghost of Tom Joad e Devils & Dust) pur non assomigliando in alcuna maniera a qualsiasi cosa incisa da mister New Jersey diciamo dal 1973 fino ad oggi. Esagerato? No, perché il diciannovesimo tassello del Nostro è un disco orchestrale (senza virgolette) così come “orchestrali” (tra virgolette) furono Born To Run o Darkness on the Edge of Town. Con una sostanziale differenza: quei due capolavori di metà e fine anni ’70 erano il risultato del suono potente, rigoglioso, espanso e travolgente di una vera band. La E Street Band, ovviamente; anche se non serve neanche aggiungerlo.

Western Stars, invece, è proprio orchestrale nel senso etimologico del termine. Quindi sinfonico, iperprodotto alla Pet Sounds ed affogato in uno sciroppo succoso di viole, violini e violoncelli che lo rendono più simile ad una dimensione cameristica da Carnegie Hall (la celebre sala da concerti americana immortalata nel recente, bellissimo The Green Book) che al verbo sacro di Nashville. Anche se – va aggiunto – tra queste tredici, nuove canzoni di country ce n’è parecchio. A cominciare dal “Furia” scalciante in copertina.

Western Stars

Ci sono anche le melodie vincenti? Assolutamente sì visto che Hitch Hikin’, l’opener del disco, è Springsteen purissimo e pure un po’ illusorio. L’inganno sta nel fatto che ad un certo punto sembra quasi che entrino i tamburi tuonanti di Max Weinberg, ma qui Weinberg è tale e quale a Godot. Non arriva mai perché la scansione ritmica della stessa Hitch Hikin’ è prodotta dagli archi. Testo alla The River con lo smoking al posto delle camice da blue collar. Procede decisamente più spedita la successiva The Wayfarer, uno dei brani destinati ad entrare nell’immaginario collettivo, perché ora la batteria si sente eccome, ma il tutto si risolve in un pastiche pop alla Burt Bacharach intento ad arrangiare un pezzo dall’anima blues che, apriti cielo, non avrebbe sfigurato su The Ghost of Tom Joad.

Esattamente come Tucson Train, briosa come non mai, sembra una Waitin’ on a Sunny Day (quindi epoca The Rising) con un’intera orchestra a fare le veci della violinista Soozie Tyrell, presente a sua volta nel disco assieme ai fidati David Sancious e Charlie Giordano. La titletrack Western Stars è retta invece da un’ammaliante pedal steel guitar alla B.J. Cole prima che le atmosfere sinfoniche tornino prepotentemente a dire la loro. Ecco perché Sleepy Joe’s Café, a questo punto dell’album, quasi non te l’aspetti. Canzone semplice, immediata, festosa, con un’andatura roots alla John Mellencamp e il cuore che batte dalle parti di quei Basement Tapes resi leggendari da Bob Dylan in compagnia della Band.

Proseguiamo. Il primo, vero capolavoro di Western Stars è in agguato grazie a Drive Fast (The Stuntman), una ballad piena e calorosa che, nonostante l’arrangiamento sfarzoso, sembra provenire dai forzieri gotici di Darkness on the Edge of Town o, per meglio dire, da quella meraviglia “inedita” che fu The Promise. Qua l’emozione è così palpabile che i tre numeri successivi (Chasin’ Wild Horses, Sundown e Somewhere North Of Nashville) sembrano quasi di maniera nella loro classicità a stelle e strisce, ma comunque anticipatori di un finale da brividi.

Stones, infatti, non è un rimando alla premiata ditta Jagger/Richards, ma un mid-tempo sinfonico che non vedi l’ora di riascoltare da capo. There Goes My Miracle, secondo singolo già circolato su YouTube, come ben sappiamo è l’ennesimo, sfacciato omaggio del Boss alla voce ipnotica di Roy Orbison e ricorda stranamente un gruppo di culto degli anni ’90: gli inglesissimi Divine Comedy che della loro venerazione genuina per Bacharach e Brian Wilson (il leader dei Beach Boys) fecero quasi una malattia.

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Siamo quasi alla fine. Hello Sunshine, traccia numero 12 e primo singolo circolato fin dallo scorso 25 aprile, è tuttora splendida con la sua aria notevolmente country (ancora quella magica pedal steel guitar…) e uno shuffle di batteria non così lento come uno si potrebbe immaginare mentre la conclusiva Moonlight Motel ci congeda sulle onde di una ballata pacata e notturna, per una volta tanto scevra del “troppo” che ammanta quasi ogni istante di Western Stars. Album che, al netto di ogni giudizio, rischia di restare un unicum nella vicenda ultra-quarantennale dello stesso Springsteen. Convinzione dovuta dal fatto che il Boss sia già pronto a tornare al lavoro con la E Street Band per il seguito di Wrecking Ball (2012), il suo ultimo lavoro d’inediti prima di quest’ultimo. Se ne riparlerà, dicono i soliti beninformati, l’inverno prossimo quando scatteranno le prime session.

Ok, cosa vi abbiamo voluto suggerire fin qui? Forse che Western Stars, in un modo o nell’altro, sarebbe dovuto apparire ad un certo punto lungo il cammino artistico di Bruce. Non perché quest’uomo dalle mille vite si appresta a compiere 70 anni (accadrà il prossimo 23 settembre) e di conseguenza gli è venuta la fregola di fare un disco “colto” alla Peter Gabriel (avete presente Scratch My Back?) o alla Elvis Costello (The Juliet Letters). No, quest’album sembra più una reazione necessaria alle 236 repliche andate in scena in quel di New York e che, dal ottobre 2017 al dicembre 2018, hanno prodotto l’appassionato storytelling di Springsteen On Broadway.

Spettacolo teatrale, quest’ultimo, circolato anche su Netflix dove il Nostro doveva cavarsela esclusivamente con un microfono, qualche chitarra acustica, un pianoforte a coda e la presenza eccezionale della sua signora. Qua invece c’è di tutto di più tra archi, fiati, campanelli e tastiere varie (più la stessa Patti Scialfa intenta a cantare in quattro brani e il buon Ron Aniello a produrre il risultato finale). Tanto da far venire il sospetto che la vera Broadway evocata dal Boss stia in questo disco anomalo. E non tra le quattro pareti del famigerato Walter Kerr Theatre.

Western Stars, il nuovo album di Bruce Springsteen, sarà in vendita dal prossimo 14 giugno su etichetta Columbia Records/Sony Music.

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