L’angelo del crimine

Ladro, folle, anarchico, biondo, riccioluto. En passant assassino seriale. Surreale

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L’angelo del crimine
di Luis Ortega
con Lorenzo Ferro, Chino Darín, Mercedes Morán, Daniel Fanego, Luis Gnecco

Voto: folle

Anni Settanta a Buenos Aires. Un giovane biondo e riccioluto, genere putto, a volte divertente, a volte irritante, si aggira incarnando quello che si definirebbe un pessimo esempio da frequentare: beve, fuma, ruba, mente, non lavora, non studia, va a ragazze, va a ragazzi, entra nelle case della gente e prende le cose, quasi per scherno, per buffonaggine, per anarchia, per sfida. Poi comincia a frequentare un ladro figlio di ladro eroinomane e di signora dalla sessualità omnicomprensiva e alterna un talento sublime, quasi da ballerino, per il furto con scasso, all’assassinio. In azione, quasi per caso, senza reale necessità, talvolta uccide. Divertito, stupito, gli viene facile, leggero, senza rimorsi. Ogni tanto torna a casa dai genitori che non vogliono i suoi strani regali e fa il bravo figlio un po’ cialtrone. Ogni tanto si lascia andare a scoppi di violenza. Carlos Robledo Puch era chiamato el angel de la muerte. È stato il più famoso serial killer argentino. C’è da dire che l’originale leggerezza del film nel rendere l’escalation di Carlos rende al confronto qualsiasi film sui serial killer nordamericani o europei dei ritratti burocratici di psicopatici, di intellettuali o di bruti. Poi vedi in una scena il titolo di un tabloid su un’organizzazione che spaccia scimpanzé rasati per neonati da dare in affido, e ti rendi conto che il film è una specie di manifesto surrealista che prende spunto dalla storia di Puch. Vera, falsa, chissà. Dietro ci sono, tra i tanti produttori, Almodóvar e suo fratello…

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