Mario Venuti, “Soyuz 10” è d’amore e d’uomo (intervista)

Il cantautore siciliano torna con un album sincero e con altrettanta sincerità si racconta: la gavetta, le imperfezioni dell'uomo, le contaminazioni sonore, la passione per la musica che guarisce e perdona.

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© Marco Medaglia

Ci sono alcune voci alle quali non bastano dieci tormentoni per restare impresse o mostrare colori diversi dall’arancione di una estate che ne diventa satolla o dal rosato di un romanticismo da incasso; e poi ce ne sono altre che risuonano, folgorano e restano, anche se il tempo sposta altrove luci e amplificatori costringendo chi ne è rimasto colpito ad andare a scovarle in un mare magnum di sinfonie e cacofonie: sono le voci degli artigiani che lavorano la qualità con studio ed esperienza e la cesellano con una infinita curiosità. Sono le voci (e le penne) come quella di Mario Venuti, che proprio oggi pubblica, a due anni di distanza da Motore di vita, il suo nuovo album Soyuz 10, il decimo in studio: una carriera iniziata a Catania nel 1982 con i Denovo, poi l’avventura da solista, le partecipazioni al Festival di Sanremo — nel 2004, con Crudele, porta a casa il Premio della critica Mia Martini — anche in veste di autore (la sua Echi d’infinito, interpretata da Antonella Ruggiero, vale all’artista il primo posto nella Categoria Donne al Festival 2005), duetti di prestigio, sperimentazioni, teatro e tanti, tanti live.

Un artigiano, si diceva, di quelli della vecchia scuola, che non ammettono scorciatoie e non tollerano guinzagli alla propria creatività: nel nuovo album Mario Venuti si conferma maestro nel raccontare con raffinata leggerezza poesia e prosa dell’essere uomini, concentrandosi sull’amore e sulle sue contraddizioni in un luna park di suggestioni sonore e visive che spaziano con elegante perizia tra generi e sguardi tra loro solo apparentemente incompatibili, ma di fatto resi armoniosi dalla onestà e dalla classe di un narratore capace di restituire all’imperfezione una serena naturalezza. Queste le parole con le quali Venuti spiega la scelta del titolo: «volevo andare oltre l’automatismo per cui si sceglie un titolo di una canzone o si estrapola una frase dai testi, per dare il titolo ad un album; mi sono fatto ispirare da una specie di visione avuta durante le session vocali. Per registrare la voce, tra varie opzioni, abbiamo scelto un microfono Soyuz (sì, si chiama proprio così!) che ben si prestava al mio timbro. Ho immaginato che quel microfono fosse il razzo che lancia nell’universo la mia voce e ho lasciato che questa immagine cullasse la mia immaginazione e accompagnasse l’esaltazione indotta dal canto, che, come un mantra, a volte è capace di trasportarti in altre dimensioni».

Abbiamo intervistato Mario nella giornata dedicata alla presentazione alla stampa, e il risultato è il ritratto ricco e multisfaccettato di un artista franco e consapevole, che sembra aver trovato una chiave d’interpretazione della vita tanto personale quanto ispirante, e che di certo ha ancora tanto ha da trasformare in microfilm sonori da guardare e ascoltare con l’attenzione che si deve a chi non ha la pretesa d’insegnare ma che, forse, proprio per questo insegna davvero.

“IL PUBBLICO SEI TU” E GLI INSTORE

Il singolo che ha anticipato Soyuz 10, Il pubblico sei tu, pubblicato il 3 maggio, viene raccontato dall’artista così: «Quanti sforzi per piacere agli altri dimenticandoci che più che altro dobbiamo piacere a noi stessi e pacificarci con la nostra natura, seppur instabile e imperfetta». Il video ufficiale, su YouTube sempre dal 3, porta la firma di Fabio Luongo e ha come coprotagonista Giuseppe Cimarosa, il quale, come Venuti stesso ha raccontato, è un artista equestre imparentato con il boss latitante Matteo Messina Denaro che ha pubblicamente e con inappellabile fermezza reciso qualsiasi legame con la cultura mafiosa, impedendo così che il peso di una disonorevole consanguineità intaccasse la sua integrità, o rappresentasse un ostacolo sulla strada verso la piena realizzazione dei suoi progetti professionali.

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Queste le date previste per gli instore Feltrinelli:

3/06 – Catania, Feltrinelli Via Etnea, ore 18:30
6/06 – Palermo, Feltrinelli Via Cavour, ore 18:30
10/06 – Roma, Feltrinelli Red, Via Tomacelli, ore 18:30
12/06 – Firenze, Feltrinelli Red, Piazza della Repubblica, ore 18:30
13/06 – Milano, Feltrinelli Piazza Piemonte, ore 18:30
14/06 – Bologna, Feltrinelli Piazza Ravegnana, ore 17:30
17/06 – Torino, Feltrinelli Stazione Porta Nuova, ore 18

LA NOSTRA INTERVISTA

Quando e come è cominciato il tuo viaggio nel mondo della musica? Con quali ascolti?
Come spesso accade, attraverso i fratelli maggiori in casa nei primi anni ’60 si ascoltavano i dischi dei Beatles, di Elton John soprattutto — la produzione che va dal ’69 al ’75/’76 che ritengo essere la migliore —, i cantautori nostrani quali Venditti e De Gregori. Poi è arrivato il prog rock dei Genesis. Questa è stata la formazione musicale ereditata. Poi io col tempo, nel corso degli anni ’80, ho cercato le cose che più ritenevo affini ai miei gusti.

L’intenzione di intraprendere questa avventura a livello professionale è maturata col tempo?
Guarda, suonavamo nei garage sotto casa a Catania con gli amici, si strimpellava, c’era la passione… e poi dopo si sono create delle occasioni. Tutto però è ufficialmente cominciato coi Denovo: prima ero, di fatto, un musicista dilettante. Ho avuto anche un periodo di formazione nel corso del quale andavamo a suonare nella base americana di Sigonella e ci dovevamo necessariamente adattare ai loro gusti: facevamo allora un repertorio di “rock bianco” per i bianchi e di soul/disco per la “clientela” afroamericana.

In quegli anni è noto che Catania vivesse un grande fermento artistico: come lo descriveresti?
Posso dire che, in fondo, lo abbiamo creato noi: di gente che suonava ce n’era tanta, ma le produzioni catanesi conosciute a livello nazionale erano i fratelli Bella (Marcella e Gianni), Umberto Balsamo, il tipico cantautorato pop dei primi anni ’70. I Denovo invece rientravano nel calderone della new wave italiana: abbiamo partecipato a un Festival Rock insieme ai Litfiba e loro vinsero, mentre noi ci classificammo secondi a pochi punti di distanza. Così, per tutti gli anni ’80 noi giocavamo a fare i Beatles e loro i Rolling Stones, quelli “maledetti”, del rock italiano.

Quando si decide di sciogliere un gruppo e d’intraprendere la carriera da solista, di solito lo si fa o per l’emergere di divergenze non appianabili, o per il manifestarsi di nuove necessità espressive: nel vostro caso, qual è stata la ragione che vi ha portato a separarvi?
Un po’ tutte e due: i Denovo erano una band della quale facevano parte due cantanti (Venuti e Luca Madonia, n.d.r.), due autori autosufficienti con un loro stile e una loro poetica che però, almeno inizialmente, riuscivano ad amalgamarsi sempre sulla scia di Lennon/McCartney, personalità che collaborando trovavano una chiave per ottenere un prodotto omogeneo e stilisticamente riconoscibile. Col tempo, le nostre rispettive personalità andavano sempre più definendosi e i nostri dischi diventavano di fatto i dischi di due cantautori sotto un unico nome. Era perciò inevitabile che i Denovo dovessero sciogliersi, perché questa dicotomia diventava ogni giorno più marcata, più simile a una frattura.

Tra la chiusura della tua avventura con i Denovo nel 1990 e la pubblicazione del primo album da solista, Un po’ di febbre, sono trascorsi quattro anni: come li hai impiegati, cosa hai ricercato?
In effetti, si è trattato di quattro anni di silenzio discografico ricchissimi dal punto di vista formativo: letture, viaggi, ascolti; ma anche nuove sperimentazioni espressive nell’ambito di quell’interregno e una sensazione di liberazione dal condizionamento rappresentato dal dover scrivere delle canzoni per una band che ha una sua storia e un suo stile. E questa libertà mi ha poi portato al primo disco che però ha in sé anche delle tracce che s’avvicinano allo stile dei Denovo, oltre a quelle che mostrano un Mario Venuti che guarda altrove.

L’incontro nel 2004 con Kaballà, che è ormai diventato stabilmente un partner creativo, in che misura ha influito sul tuo modo di comporre?
Ammetto che ci sono dei nostalgici che vorrebbero che tornassi a scrivere da solo e non gradiscono le intrusioni di altri (ride), però io credo che ciò che abbiamo scritto insieme sia molto valido e onestamente non saprei più farne a meno. Il discorso è che la condivisione è qualcosa che in questo momento mi dà molta soddisfazione: è piacevole, è stimolante, è ricca di interessanti imprevisti e per questo intrigante, perché non si sa mai bene dove si va a parare, dove si arriverà. Per carità, ogni tanto ancora mi ritrovo a scrivere in solitaria, però mi piace avventurarmi in collaborazioni. Anche quella con Francesco Bianconi è molto interessante, ma Kaballà è la persona più fidata e più affidabile quando devo portare a compimento un’idea che ho già in nuce: con lui germoglia e fiorisce facilmente.

Qualche domanda sulle tematiche che nei tuoi pezzi affronti più di frequente. In Caduto dalle stelle canti “e lasciare che la cura sia la Musica”: ritieni che la Musica possa in qualche misura rappresentare una forma di terapia?
Sicuramente se non è proprio una cura, è un balsamo per l’anima e, soprattutto la Musica pop, ha un grande potere consolatorio, oltre che evocativo: ti riporta in periodi del passato un po’ come la madeleine di Proust. Cura così come lo fa la cultura, come lo fa tutto ciò che è Arte: nutre l’anima e la cambia in meglio perché ti mostra una prospettiva della vita che è più malleabile, più aperta alle diversità. La cultura e il viaggio aprono la mente, sempre. E la Musica ha anch’essa questo potere.

“Tutto va bene se non fai del male a nessuno”, “voglio solo un po’ lasciarmi vivere”, “vivo per vivere, nessun programma, brucio per quello che di più mi infiamma”: questi versi sembrano essere la descrizione di una vita vissuta in nome di un carpe diem che è libertà e ricerca della serenità negli attimi, senza guardare troppo a un oltre indefinito, temporale o di qualsiasi altra natura. Si tratta effettivamente della tua filosofia di vita?
Non essendo credente, non credo in una vita dopo la morte: questo mi porta inevitabilmente a cercare di apprezzare il presente. Può sembrare un discorso molto terra-terra, ma sono portato a cercare di vivere al meglio ogni attimo, ogni ora, e non faccio investimenti a lungo termine né costruisco ipoteche su una vita che verrà. Tante cose possono intervenire a cambiare la tua vita da un istante all’altro, perciò quando incontri la felicità devi cercare di goderne pienamente.

Per quel che riguarda l’amore, colpisce che, sebbene in questo ultimo disco come nei precedenti ci siano alcune tracce nelle quali viene descritto come siamo abituati ad ascoltare in tanto cantautorato nostrano, in toni quasi “elegiaci”, tendenzialmente il tuo sguardo sembra più disincantato, di nuovo più teso a vivere il momento che a esaltarne le gioie o esasperarne le ferite.
Diciamo che ho una visione dell’amore che cambia a seconda del mio umore e del periodo che sto attraversando. Per fortuna, così come si può cantare “ti amo” in milioni di modi differenti, con mille melodie e mille sfumature, ottenendo sempre un risultato differente, allo stesso modo l’amore lo si può vedere in mille modi diversi: talvolta una cosa meravigliosa, quasi elegiaca come hai detto tu, a volte una sofferenza dalla quale fuggire. Si tratta di un caleidoscopio costantemente mutevole, quindi una visione univoca sfido chiunque ad averla. È vero che mi son messo a indagare le dinamiche del cuore a volte con un certo disincanto, così come è vero che spesso tendiamo a idealizzare questo sentimento, per me un po’ sopravvalutato, perciò ho voluto mostrarne anche i lati oscuri, come in Crudele o Nella Fattispecie, senza farmi troppi scrupoli e senza timori.

Nell’album Il tramonto dell’Occidente racconti dell’umanità in tutte le sue sfaccettature, cime e abissi, con un occhio che, sebbene critico, finisce per rivelarsi bonario.
In fondo, ho sempre pensato che gli uomini mi piacciono anche per le loro debolezze; non credo al mito del superuomo: dopotutto, i difetti e le imperfezioni lo rendono anche più simpatico.

Ben venga il contrattempo che induce movimento, canti in Particelle di energia.
Eh sì, bisogna sempre cercare di guardare ai contrattempi, alle cose che magari non prevedevi, agli incidenti di percorso, agli ostacoli, come eventi che a volte sono propedeutici per altri sviluppi.

Il nuovo album, come i precedenti, dal punto di vista sonoro è estremamente ricco: bossa nova, sfumature “lennoniane”, soul, dance. Sono questi, gli ascolti che solitamente ti accompagnano quando lavori su nuove storie?
Negli anni, tutte le influenze che ho ricevuto si sono sovrapposte e sedimentate: dagli anni ’60 — la bossa nova è nata alla fine dei ’50 — con i Beatles, ai ’70 con David Bowie, agli ’80 con i Talking Heads. Un background musicale vastissimo che ho arricchito anche con il jazz — sono un sassofonista e flautista mancato: ho suonato ogni tanto questi strumento nei miei dischi, ma poi mi sono dedicato maggiormente alla chitarra, al piano e alla scrittura — e la musica classica: ultimamente, nella dimensione quotidiana, è proprio la musica classica ad accompagnarmi. La trovo formativa tanto quanto i classici della letteratura e in album quali Recidivo o L’ultimo romantico si avverte fortemente l’impronta “neoclassica” con l’elemento orchestrale che si rifà molto alla cultura europea: nei primi anni della mia carriera viaggiavo maggiormente verso il tropicalismo, le sonorità sudamericane; poi c’è stato questo stacco netto e ho volutamente messo da parte questo lato, preferendo la contaminazione tra il pop-rock e la musica cameristica, creando dei bozzetti per pianoforte e quartetto d’archi che ho innestato nella forma canzone. E l’ultimo album è talmente ricco di contaminazioni che mi sembra quasi di sconfinare nel citazionismo, cifra che oramai è diventata caratteristica di tutta la musica pop, dal momento che da tempo non s’inventa più nulla: l’esperienza mi permette di dar loro una uniformità attraverso la mia voce, il mio modo di scrivere e di interpretare, una band che è sempre la stessa e perciò ha un suo stile ben definito.

Qual è, dunque, il core narrativo di questo album? Quali sfaccettature emotive hai voluto esplorare?
Mi piace immaginare gli ultimi tre dischi come una trilogia, anche se solo ideale: Il tramonto dell’Occidente è il disco della ragione, un disco sociologico, volutamente privo della componente d’amore e focalizzato sui turbamenti e la crisi della società occidentale; Motore di vita è il disco della riscoperta del corpo attraverso la danza, in cui si canta “e pensare che il corpo guida l’anima”, quindi la riscoperta della macchina umana come fonte di vita, ma anche dell’interiorità: prima viene il corpo, poi il corpo può conquistarsi l’anima. Un disco molto fisico, con me in copertina ritratto in una posa plastica, seminudo, in movimento, a sottolineare proprio una nuova valorizzazione della nostra componente “carnale”; Soyuz 10 è il disco del cuore, perché contiene tutte canzoni d’amore, sebbene mascherate dietro un titolo che svia: però “soyuz” in russo significa “incontro”, quindi la navicella spaziale che ricerca altri mondi in fondo simboleggia l’universo di un cuore che cerca di incontrarne un altro. L’aspetto emozionale è centrale.

I tuoi colleghi cantautori affermano che, di fatto, si scrive sempre e comunque per se stessi, anche quando poi i pezzi finiscono per essere portati al successo da altre voci. Cosa spinge te a decidere che una canzone sia più adatta a una voce e a un’anima artistica differenti?
Per quanto mi riguarda, penso che le canzoni vadano cantate, poco importa da chi: possono magari assumere significati differenti o essere arricchite di sfumature da altre voci. Scrivere per sé non significa necessariamente scrivere DI sé: per farti un esempio, io e Kaballà abbiamo scritto anni fa Echi d’infinito; senza che noi raccontassimo il suo significato, Antonella Ruggiero la ascoltò, se ne innamorò immediatamente e la portò a Sanremo vincendo anche il premio nella sezione Donne. Parlando con lei, ho scoperto che la sua visione del pezzo era quella di una sorta di inno dal carattere mistico, quasi religioso, molto diversa dalla visione di noi autori, che l’avevamo invece concepita come una celebrazione della bellezza dell’Arte, della Musica. Ma ben venga: la Musica è una materia viva, mobile, aperta.

Proprio in virtù di questa tua visione, c’è stato un incontro in particolare che ha rappresentato per te una nuova prospettiva dalla quale studiare note e parole?
L’incontro con Franco Battiato alla fine degli anni ’80, in occasione della lavorazione del nostro ultimo disco come Denovo: Franco è per tutti una sorta di guru, una personalità particolare, straordinaria. Conoscerlo dopo averlo apprezzato a lungo artisticamente ha rappresentato una fonte di grande arricchimento. Poi, nei primi anni ’90, quando conobbi una Carmen Consoli esordiente: anche quella è stata una conoscenza, per ragioni diverse, che ha portato un grande arricchimento reciproco. Lo stesso vale per Francesco Bianconi, che stimo moltissimo. Tutte le occasioni per uno scambio di idee e di punti di osservazione rappresentano passi nella direzione di una crescita personale e artistica.

Nella tua lunga e ricchissima carriera sei stato anche interprete di un musical (Jesus Christ Superstar, 2010, nel ruolo di Pilato, n.d.r.): dal punto di vista di un cantautore, una esperienza del genere cosa insegna?
Quella del musical è stata una esperienza fantastica perché non sentivo sulle spalle la responsabilità di tutto lo spettacolo, e mi ha arricchito moltissimo scoprire come funziona la macchina di questo genere di produzioni: con Massimo Romeo Piparo, il regista, ci conoscevamo da ragazzini e lui, ormai un’eminenza in quel mondo, mi ha coinvolto nel progetto. Dopo tanti anni ci siamo ritrovati finalmente a lavorare insieme e in 80 repliche ho imparato un sacco di cose. Per me è stato un diversivo che ho accettato solo perché me l’ha chiesto Massimo, ma non è il mio mestiere: mi ha però dato modo di “distrarmi” un po’ dalla routine del cantautore che scrive, compone e fa dischi.

Da artista che ha avuto la possibilità di osservare dall’interno tutti i cambiamenti di questo universo per lungo tempo, sei ottimista rispetto al futuro del cantautorato italiano?
Beh, a me sembra che di gente che abbia qualcosa da dire e lo dice in maniera personale e interessante ce ne sia sempre. Poi ovviamente esistono nuove forme espressive, come la trap: io sono uno che tende a sintetizzare, a esprimere un concetto anche complesso in poche frasi, mentre il blablabla del rap e della trap porta gli artisti a buttar giù tante parole, però molti son bravi perché riescono a reggere questo tipo di verbosità restando interessanti. Anche la nuova scena indie-pop la trovo interessante — Gazzelle, Calcutta, i primi Thegiornalisti (che adesso mi piacciono un po’ meno) —, così come alcuni giovani cantautori. Sono molto interessato a ciò che accade in questo mondo, mentre resto molto critico nei confronti dei talent: troppa attenzione alla voce, e poi il pubblico premia con grandi numeri artisti come appunto Calcutta o i trapper il cui punto di forza non è certo rappresentato da una vocalità eccezionale. La gente non ha bisogno, secondo me, di voci nuove, ma di idee nuove, che hanno le gambe più lunghe. Non credo che questi programmi siano fatti per scoprire nuovi talenti e non è un caso che la maggior parte di coloro che vi prendono parte, spesso anche bravi, poi finiscano come carne da macello, sostituiti in brevissimo tempo da altre facce e altre voci. Se io fossi un artista agli esordi, me ne guarderei bene dal partecipare, anche per il marchio che ti cuciono addosso: certo, alcuni ce l’hanno fatta, come Marco Mengoni, ma sono troppi quelli che si perdono. 

Mi sembra quindi di capire che tu sia un fermo sostenitore della cara, vecchia gavetta…
Esattamente: gli inglesi la chiamano “street credibility”, a indicare proprio la credibilità che ci si costruisce tra club e locali con 20, 30, 40 persone ad ascoltarti, per poi far crescere passo dopo passo il tuo pubblico facendo esperienza, affinando le armi, imparando il mestiere, la scrittura, la comunicazione. È quella, la vera palestra. Sì, i ragazzi che provengono dai talent cantano benissimo e già son padroni del palco, ma è il meccanismo televisivo che è guasto, il prevalere del personaggio sulle capacità. Io li chiuderei d’imperio, e li sostituirei con programmi nei quali artisti che già fanno dischi e concerti salgono sul palco e presentano le loro creazioni: poi, che si voti pure, ma che si votino prodotti concreti. Perché tutte queste cover? Non siamo abbastanza bravi a capire se una canzone nuova ci piace o non ci piace? Voi intanto fatecela sentire. Ma evidentemente questo non genererebbe audience. Chi fa musica da tempo, come me e tanti altri, di spazi del genere non ne ha, ed è costretto, per farsi ascoltare, a utilizzare altri canali.

Tanta strada percorsa, ma c’è un tema del quale avresti voluto o senti di voler scrivere più approfonditamente?
Sono tante le cose che vorrei fare e dire, e nei limiti del possibile spero di riuscire a continuare a proporre Musica interessante. Ultimamente, mi sto lasciando anche un po’ più di tempo per capire quando e se è il momento giusto per intraprendere nuove strade.

Tornando al primo singolo del nuovo album, sei arrivato a un punto della tua storia nel quale sei pienamente convinto che Il pubblico sei tu?
In verità, l’ho sempre pensato, anche quando mi chiedevano “ma tu fai musica per te o per il pubblico?”  — per carità, non è che io non tenga conto del pubblico, che rispetto tantissimo —; se così non fosse, ne verrebbe fuori un rompicapo irrisolvibile: cos’è il pubblico? Boh, è un concetto talmente indefinito che non posso far altro che considerare me come il mio primo ascoltatore: quando sono pienamente convinto e soddisfatto, allora posso proporre ad altri il mio lavoro. Lo devo sentire sulla mia pelle che ciò che sto facendo è autentico, sincero.

In chiusura, hai in programma un tour?
Un tour organico vero e proprio partirà in autunno, ma quest’estate sicuramente ci saranno partecipazioni a eventi live. Nonostante le mille difficoltà, vale ancora la pena di far Musica: una volta era tutto una conquista, dall’acquisto all’ascolto del disco, e tutto sembrava più “romantico” rispetto a ora che la Musica si può consumare con un click. Ma questo rende anche la fruizione più ampia e rapida, quindi guardiamo al lato positivo. Certo, anche i guadagni ora sono più parcellizzati rispetto all’epoca nella quale di dischi se ne vendevano tanti, e l’intera Arte appare piuttosto deprezzata, ma il valore cerchiamo di aggiungerlo noi con la passione e la determinazione. È la nostra missione. 

Questa è la pagina Facebook ufficiale del cantautore, attraverso la quale è possibile tenersi aggiornati su tutti i prossimi appuntamenti.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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