Sulle tracce di Canterbury arriva il secondo album di inediti per The Winstons. Ce lo presenta Roberto Dell’Era.

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Tre amici decidono un giorno di approfondire un genere che appartiene al passato e lo rendono attuale con un progetto chiamato The Winstons. Loro sono i fratelli Winstons, ovvero Enro, Rob e Linnon, ma in realtà rispondono ai nomi di Enrico Gabrielli, Roberto Dell’Era e Lino Gitto. Hanno esordito con un acclamato album di matrice canterburiana (The Winstons, AMS record 2016), a cui hanno fatto seguito concerti e happening. A seguire il dvd live (Live in Rome, AMS records 2016) ferma l’immagine del primo tour, poi fanno uscire la cover di Golden Brown degli Stranglers (AMS 2017). Appassionati degli anni Settanta, vanno a scomodare Modest Mussorgskij come avevano fatto gli Emerson Lake & Palmer e fanno uscire la loro versione di Pictures at an Exhibition (AMS records 2018). Ora il power trio, armato di forza e promulgatore di anarchia ancestrale, così viene raccontato nelle note stampa, ha dato alle stampe un nuovo disco dal titolo Smith. Ospiti d’eccezione gli amici Nic Cester dei Jet, Mick Harvey dei Bad Seeds e a fianco di PJ Harvey, Richard Sinclair dei Caravan, Rodrigo D’Erasmo e Federico Pierantoni. Si sente il glam nelle ossa, si vedono i muri di cemento delle dittature culturali, si sente una sferzata di vento gelido rock’n’roll. Nulla a che vedere con il revival, i Winstons vantano tra i loro estimatori anche Robert Wyatt e quello che vogliono è divertirsi con un progetto che prende spunti dal passato, ma è il presente che gli appartiene.cAbbiamo rintracciato uno di loro, per chiedere conto di questa passione per lo stile Canterbury.

Roberto Dell’Era, cosa vi aspettate da questo nuovo progetto discografico?
Le prime recensioni sono ottime. Noi, da appassionati, siamo andati lunghi sui tempi e abbiamo deciso di farlo uscire forse nel momento sbagliato. Così ci siamo trovati a uscire in prossimità dell’estate, con la stagione dei concerti troppo avanti, però non disperiamo, le prospettive ci sono.

Con le collaborazioni internazionali presenti nell’album vi torna facile riuscire a trovare posti dove suonare anche oltre frontiera?
Enrico ha suonato un anno e mezzo con PJ Harvey, io sono stato per un periodo a lavorare come session man a Londra. Ognuno di noi ha buone relazioni personali, ma passare le Alpi è un problema. Un italiano che lavora sull’estero per gli artisti italiani non lo trovi. Dovresti investire in prima persona, come hanno fatto i Calibro 35, concerto dopo concerto. Si sono costruiti una schiera di fans e adesso fanno sold out, da Londra a Parigi, davanti ai locals e non davanti agli italiani che vivono all’estero. Insomma, arriverà anche per noi un Budda che ci darà una mano.

Come arrivate a elaborare il materiale nuovo, chi porta le idee?
Concorriamo tutti a proporre idee. Come sempre la parte creativa arriva in un attimo, parte veloce, poi per nella realizzazione si va più lenti. Anche perché si deve far coincidere i tempi di ciascuno, per esempio Enrico abita a Torino, mentre io e Lino siamo a Milano. In ogni caso non c’è un leader tra noi, è un organico molto orizzontale, prendiamo decisioni insieme, oppure uno le prende sapendo di fare la cosa giusta per tutti. 

Perché Smith?
Winston Smith è il protagonista di 1984, un romanzo che ho avuto occasione di leggere. Siamo un po’ tutti Winston Smith, ma non abbiamo realizzato un album concept, uno stile che andava per la maggiore nei Settanta. Oggi siamo un paese di grande democrazie, almeno nei paesi occidentali e nel contempo siamo controllati senza rendercene conto. In un’epoca dominata dal commercio tutto diventa produzione di soldi. Niente che faccia muovere grandi numeri può essere libero da condizionamenti. 

Quindi altro che «grande fratello»?
Così è. Pensa a quello che ha scoperto la giornalista dell’Observer Carole Cadwalladr che si è recata nel Galles per capire come mai abbiano votato per la Brexit. Ebbene ha fatto domande agli abitanti di un tipico paesino, dove c’era un mondo industriale ormai decaduto, che oggi non produce tanto lavoro. Tutti le rispondevano che l’Europa li aveva lasciati soli, ma lei faceva notare che molti dei centri di servizi nati negli ultimi anni erano stati finanziati proprio dall’Unione Europea. E loro invece ripetevano che l’Europa li aveva lasciati soli, come uno slogan. Oppure facevano notare che c’era troppa immigrazione, quando invece era praticamente inesistente. Uscito l’articolo che parlava di questo la giornalista è stata contattata da qualche abitante del posto che hanno spiegato la faccenda della propaganda di paura verso lo straniero, una propaganda subdola diffusa attraverso Facebook.

Occorre essere teste pensanti, chi può aiutarci a esserlo?
Da giovane papà dico che la scuola è importante. A ottobre mia figlia andrà a scuola e vorrei che incontrasse dei buoni educatori, una categoria poco valorizzata, ma fondamentale per il futuro dei ragazzi che vanno a scuola.

Tornando al disco, come è andata la registrazione a Londra?
Siamo stati nell’home studio di Mike Oldfield, che però non abbiamo incontrato. Adesso è gestito dal figlio. Lo studio non è proprio a Londra, è abbastanza fuori, pur rimanendo nella circoscrizione del comune di Londra. Quando siamo arrivati c’era un signore anziano che stava pulendo una macchina Jaguar,  per un attimo abbiamo creduto fosse Oldfield. Ci siamo trovati benissimo, è quello che serviva a noi, con strumentazioni e mixer anni Settanta, in un posto rilassante, dove registri con la mentalità che poi non cambi niente.

Vero che avevate in mano tanto di quel materiale che volevate far uscire un doppio album?
Almeno sei pezzi avremmo potuto finirli, si ipotizzava un disco doppio ma abbiamo preferito includerne dodici. Tutti brani inediti ad eccezione di A Man Happier Than You dove interviene Mick Harvey. Trattasi di un brano che appartiene a quel gruppo conosciuto come Wilde Flowers e di cui facevano parte Robert Wyatt, i fratelli Hopper, Kevin Ayers, Richard Sinclair e Daevid Allen.

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