Musica da Ripostiglio: “Zan Zarà”, su il sipario! (intervista)

0

I Musica da Ripostiglio, gruppo guidato da Luca Pirozzi (voce, chitarra e banjo) e del quale fanno parte Luca Giacomelli (chitarra), Raffaele Toninelli (contrabbasso) ed Emanuele Pellegrini (batteria), rappresentano una di quelle gemme nel panorama artistico nazionale che crescono nel cuore delle rocce dei club e dei teatri, lì dove la Bellezza non sgomita, ma si siede sul palco e si racconta, chiedendo orecchie e sguardi attenti che abbiano la pazienza e la voglia di fermarsi, ascoltare e afferrarne l’anima mentre fuori si corre concentrandosi sull’evitare il rischio di smarrirla.

Ci è familiare il teatro-canzone, inventato da Giorgio Gaber e oggi portato avanti con orgoglio da artisti quali Simone Cristicchi e Neri Marcorè, e fin troppe ne ascoltiamo, di canzoni (più o meno volutamente) teatrali, ma la canzone-teatro, quella la releghiamo a un’epoca lontana, all’epoca nella quale il mondo ispirava tanto quanto il cuore e anche se lo sguardo gradualmente si spostava dal generale al particolare, non si trattava mai di mero onanismo narrativo, ché il protagonista dell’altalena fra fantozziani inciampi e imprevisti sorrisi, tra letali ipocrisie in smoking e nuda compassione, non era un uomo, ma L’uomo, osservato con un sorriso di tagliente ma produttivo sarcasmo o di dolce, ironicamente rassegnato affetto.

I Musica da Ripostiglio fanno canzoni teatrali, e non solo perché tra assi e velluto si sentono a casa: il loro swing è nostalgico nella forma, attualissimo nel contenuto. Ed ogni strofa è un fotogramma, sì: schiacciando play, il sipario si spalanca su una piccola, caleidoscopica sala riempita dalle note travolgenti degli anni ’30-’50, dagli abiti ampi e dalle giacche inamidate che volteggiano a creare un turbine senza origine né coda, dalla polvere depositata sui tavoli illuminati dal giallo di una lampada tiepida e accogliente, dallo sgabello spostato a far cascare giù “clownescamente” il povero avventore già fin troppo brillo per poi riderne senza troppa grazia, dai rossetti rossi e dai cappelli a tesa larga, dalle scarpe lucide e dalle calze a rete, dal fumo soffiato fino a diventar nebbia e dalle chiacchiere un po’ vaghe, un po’ no, che si perdono tra le corde e i rullanti, come a volersi dimenticare almeno per un attimo d’essere umani, essendolo nel modo più libero possibile.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Google Youtube abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Teatro, sì. E nella storia decennale dei Musica da Ripostiglio, di teatro ce n’è tanto, e con grandissimi nomi: Pierfrancesco Favino (con il quale hanno lavorato in Servo per due, dal 2013, la fortunatissima rilettura di One man, two guvnors di Richard Bean ispirato all’Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni), Paolo Sassanelli, Giorgio Tirabassi, Rocco Papaleo, Mariangela D’Abbraccio, Isabella Ferrari, Alessandro Haber, Claudio Santamaria, Giuliana De Sio, Vincenzo Salemme, Leo Gullotta, per citarne alcuni. Ma c’è anche tanto viaggiare, e una nomination ai Grammy Awards, gli Oscar della musica, nel 2017, per il loro album Live in Capalbio 3.0.

Il nuovo lavoro discografico, pubblicato il 19 aprile scorso, si chiama Zan Zarà e conferma appieno la cifra stilistica del gruppo: una elegantissima festa da ballo ricca di geniale ironia, impeccabili virtuosismi tecnici mai autocelebrativi, testi-chiacchierata che si fanno colore e cinema, con una sincerità scevra di qualsiasi tentazione di calcolato artificio narrativo: «È stato un lavoro che ci ha stimolato molto e ci ha fatto scoprire nuove sonorità che sono andate ad arricchire il nostro bagaglio di esperienza musicale; una delle parti più soddisfacenti della registrazione è stata la possibilità di arricchire il nostro suono con ospiti musicali come il sopranista Stefano Cocco Cantini e incursioni amiche di attori come Giorgio Tirabassi alla chitarra e alla voce in “Zan Zarà” e Rocco Papaleo, che si è prestato a giocare con noi sulla canzone “Vado male in latino”. Per la realizzazione del disco ci siamo affidati all’esperienza del produttore artistico Alex Marton, con il quale abbiamo sviscerato e approfondito tutte le varie strade musicali per far sì che il disco suonasse davvero alla Ripostiglio…anche perché da camera ci sarebbe sembrato eccessivo!», racconta il gruppo.

Il primo singolo, Il dente delinquente, è la perfetta incarnazione dello spirito dell’intero progetto (a parte due preziose eccezioni intimiste), e viene descritto da Pirozzi così: «È dal dolore e dalle esperienze personali che di solito si trae ispirazione per scrivere una canzone. Ho scritto il testo mentre soffrivo per il mio dente del giudizio, una decina di giorni di inferno durante i quali l’ispirazione mi ha davvero, come dire,…attanagliato! La canzone è nata proprio nel tentativo di esorcizzare il dolore e anche se come palliativo non ha apportato grandi benefici almeno è nata una nuova canzone da cantare!”».

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Google Youtube abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Il videoclip, diretto da Simone Salvatore, è stato girato in uno studio dentistico con fughe alla Buster Keaton, balletti, gag e nani messicani per un risultato divertente e dinamico, in pieno stile Musica da Ripostiglio. Protagonisti del video, oltre alla band, sono gli attori Paolo Sassanelli e Marit Nissen. «Visto che nella vita reale tutta la band è in cura dallo stesso dentista, abbiamo pensato che la location più adatta fosse proprio quello studio dentistico, su quella sedia tecnologica dove di solito soffriamo veramente! Ci siamo divertiti molto a girarlo e ci auguriamo possa piacere a tutti», chiosa Pirozzi.

Abbiamo intervistato il frontman nella giornata dedicata agli incontri con la stampa: nelle sue parole, tutto l’amore per un universo di scambi emotivi, di artigianato artistico, di contaminazioni appassionate, apparentemente anacronistico ma, di fatto, eternamente fedele a se stesso, e perciò dalla inscalfibile bellezza.

LA NOSTRA INTERVISTA

Come è iniziata la vostra avventura?
Siamo un quartetto di musicisti che si sono incontrati ormai un po’ di tempo fa: questa formazione è attiva da dieci anni così com’è, ma io e l’altro chitarrista siamo insieme da oltre venti con altre band. Un percorso che risale, di fatto, ai tempi delle assemblee d’istituto. Con questa formazione abbiamo iniziato a fare tanti concerti e poi è arrivata proprio la nostra svolta: il teatro. Sai, ogni band ha un sogno quando  prova nel garage: qualcuna si immagina allo Stadio Olimpico, noi sognavamo i teatri. E quando si sogna forte, le cose poi arrivano: abbiamo iniziato con Mariangela D’Abbraccio e poi è arrivato Pierfrancesco Favino, e da lì tante altre esperienze. Non abbiamo più smesso di fare i “musicisti da teatro”. Abbiamo un repertorio di brani originali e poi, negli spettacoli teatrali, abbiamo la possibilità di fare un po’ quello che fanno gli attori, cioè di immergersi in un mondo, di scoprirlo e di interpretarlo. Negli anni abbiamo toccato tantissimi repertori, da Napoli a Milano, dalla tradizione partenopea e Gaber e Jannacci. Quindi è veramente un lavoro bello, coinvolgente e che ti dà la possibilità di scoprire tantissimi universi musicali e culturali.

Si può quindi dire che i vostri primissimi passi da apprendisti musicisti già puntavano nella direzione del teatro? Anche gli ascolti?
Carosone, Buscaglione, Django Reinhardt… diciamo che abbiamo questa matrice un po’ anni ’30 che ci accompagna sempre. Chiaramente, nel corso degli anni abbiamo cercato di non imporci alcun limite e di fare tutto ciò che è possibile fare con degli strumenti acustici: questa “pochezza strumentale” — noi davvero siamo solo chitarra, banjo, contrabbasso e batteria — in realtà è uno sprone a ingegnarci. E allora ecco che ci capita di fare citazioni di ogni genere, rock compreso, creando qualcosa di interessante e di nuovo, sporcandolo con la nostra personalità.

Nell’ascoltare i vostri lavori, mi ha colpito in particolar modo proprio la vostra capacità di vestire di contemporaneità brani che risalgono a una tradizione sonora che sembra appartenere a un’era lontanissima, rispetto alle sonorità attuali: come riuscite a ottenere questo risultato?
Credo che il trucco sia lavorare in gruppo. Infatti io definisco i Musica da Ripostiglio come una compagnia nella quale ciascuno mette la propria esperienza al servizio dell’obiettivo comune: abbiamo due musicisti, basso e batteria, che sono diplomati in conservatorio e provengono da un percorso molto diverso da noi chitarristi che siamo più swing-jazz, e quindi il nostro segreto è questa contaminazione, unita alla totale libertà che ciascuno ha di apportare la propria idea — io sono il cantante, si potrebbe dire il frontman, ma veramente non abbiamo un leader, mi affido tantissimo al consiglio di Emanuele che ha una musicalità estrema, di Raffaele che è molto attento e conosce tanti repertori, e così creiamo qualcosa di originale con brani dei quali e coi quali si è già detto tutto più volte. Prendi un classico come “Tu vuo’ fa’ ll’americano”: chi non l’ha suonato? Dal matrimonio al grande evento l’hanno suonato. E noi lì abbiamo creato quasi per gioco, per scherzo, un delirio di citazioni che dura un quarto d’ora, nel quale si passa da Brahms ai Nirvana, fino ai cartoni animati, rendendolo un piccolo momento cult dei live. Questo lo fai solo quando hai piena fiducia dell’altro e sei disponibile all’ascolto.

Quindi la componente di divertimento è molto forte.
Assolutamente sì: l’ironia e la leggerezza sono la base di questo gruppo.

Per quanto riguarda, invece, i vostri inediti, che mantengono la stessa impronta stilistica di quei classici anni ’30 e, di nuovo, risultano al contempo assolutamente moderni, da dove nasce l’ispirazione?
I brani originali li scrivo io e ho una regola che è sempre valsa, sia come musicista, che come autore e cantante: cerco una verità che racconti qualcosa che ho realmente vissuto. Vorrei che si avvertisse forte l’autenticità: come tipo sono abbastanza autoironico, quindi mi piace scherzare sui piccoli incidenti di percorso. “Il dente delinquente”, il primo singolo tratto dall’album, è una roba che m’è successa davvero, il videoclip l’abbiamo girato nello studio del dentista che è amico nostro, quindi torniamo al discorso sull’essenzialità dell’essere autentici: Amy Winehouse, con tutti i suoi eccessi, era se stessa fino in fondo. E allora io credo che un artista debba incarnare proprio ciò che è veramente: poi il palco, i dischi, le canzoni amplificano, però la verità che c’è dietro deve essere palese. Fred Buscaglione è morto su un’auto rosa alle cinque di mattina: il “dritto di Chicago” era proprio lui, esattamente così.

Voi avete viaggiato tanto e vi siete esibiti in diversi paesi: in che modo le culture che avete approcciato sono poi entrate in una produzione dalle connotazioni fortemente radicate in una storia nazionale così caratteristica, così specifica?
Tutti gli incontri, anche i più casuali, ci hanno arricchito: per esempio, siamo stati in Africa e musicalmente ci siam portati via poco, perché è veramente un mondo diversissimo, ma quando siamo stati in Brasile un mese, suonando con diversi musicisti nei bar dopo i concerti, lì abbiamo imparato tanto. Nei live ancora oggi introduciamo ritmiche apprese nel corso di quella avventura, ce le sentiamo addosso quasi senza sapere come e perché, davvero ci siamo vissuti l’esperienza al di là del palco, imparando la lingua e cercando di capire come viene vissuta proprio la professione di musicista: la contaminazione musicale è preziosissima, se ti ci approcci con la giusta curiosità. 

Arriviamo alla candidatura ai Grammy per Live in Capalbio 3.0: la vostra musica come è arrivata oltreoceano? E le prime reazioni alla notizia quali sono state?
Quando ci è arrivata la telefonata, io ho sinceramente pensato a un errore, perché non sapevo neppure che eravamo stati proposti. Ci siamo guardati attoniti. In realtà, il disco live era stato registrato dalla VDM Records, una etichetta di Roma che si occupa di musica di altissima qualità audio e sono stati loro a mandare il progetto all’Academy. Chiaramente, non siamo arrivati nella cinquina dei finalisti, ma il solo essere nei cento album più belli al mondo ha rappresentato una sorpresa incredibile.

Torniamo al teatro: in termini di visione del vostro scrivere e comporre, cosa vi ha insegnato?
Tantissimo: avere la possibilità di lavorare con un regista, uno sceneggiatore, uno scenografo, significa relazionarsi con figure che dietro uno spettacolo teatrale sono obbligatorie, quindi nella composizione di una canzone avere più punti di vista intanto ti fa strutturare la canzone stessa diversamente. Questa influenza ha probabilmente fatto sì che le canzoni diventassero delle storie che hanno un inizio, uno svolgimento e un epilogo, cosa non molto comune nel nostro ambiente, che conta modalità di scrittura a volte un po’ più impressioniste, più poetiche, che vadano più sul sentire. Il lavoro a teatro ci ha portati a immaginare la canzone come una scena, e il loro insieme come parte integrante dello spettacolo stesso. Penso infatti che il nostro non sia un concerto, ma che sia strutturato proprio come uno spettacolo teatrale: le canzoni sono collegate da un pensiero, da una gag, da una battuta, da una scenetta. Ecco cosa quel genere d’esperienze t’insegnano. Quelle, e le innumerevoli nottate trascorse insieme a un artista che io reputo davvero un Maestro, cioè Pierfrancesco Favino, una persona di una intelligenza e di una bravura mostruose: siamo stati tre anni con lui e ricordo che ogni serata era come un abbeverarsi alla fonte. Avevamo davanti una persona realmente ispirata e ci portiamo indietro questo bagaglio nel nostro modo di lavorare e di strutturare il nostro spettacolo.

Proprio a proposito di Servo per due, vi siete trovati a lavorare con un cast molto ricco e con una messa in scena decisamente elaborata: Favino e Paolo Sassanelli (l’altro regista della pièce, n.d.r.) quali indicazioni vi hanno dato perché le vostre musiche s’integrassero alla perfezione nella narrazione?
Abbiamo fatto un grande lavoro: lì è stata una vera e propria magia. Sassanelli ha un approccio più poetico, più visionario, e lascia molta libertà, mentre Favino ha una grande coscienza anche dei perché e dei sottotesti: insieme, sono riusciti a fornirci costantemente dritte sulle direzioni nelle quali andare con le nostre note, così da permetterci di entrare da protagonisti nel racconto. La prima dello spettacolo è stata solo l’inizio della sua costruzione: ogni settimana si rivedeva tutto, con una costante ricerca. Tre anni, un doppio cast, quasi 300 repliche, e fino all’ultima settimana ancora ci mettevamo in discussione tutti e insieme andavamo alla ricerca di nuove soluzioni stilistiche. Quella è stata la vera palestra: un cantiere creativo perennemente aperto. Lo spettacolo è nato dopo sei mesi di laboratorio, nel corso del quale nessuno degli attori della compagnia Danny Rose era retribuito, in primis Favino stesso, che ha preso in paga esattamente quanto tutti noi. Credo che questo sia un modo validissimo di far politica anche senza un testo impegnato, di mettere in scena il cambiamento non solo parlandone. Una scelta coerente e formativa, quando sappiamo tutti che Favino potrebbe andare da solo in scena e chiedere tutti i soldi che vuole.

In altre esperienze teatrali vi è stato chiesto di fare della vostra musica un protagonista del racconti, sì, ma più “defilato”? In quel caso, come avete lavorato?
Da musicisti, siamo naturalmente al servizio del racconto stesso. Mi viene in mente l’esempio del Napoli Teatro Festival, del quale eravamo la band due o tre anni fa: ogni sera accompagnavamo un attore nella rassegna “Una favola di Campania” — nomi del calibro di Alessandro Haber, Leo Gullotta, Vincenzo Salemme, Giuliana De Sio, Umberto Orsini — e in quel caso il protagonista era la favola. Noi accompagnavamo musicalmente con molta discrezione: secondo me, l’intelligenza sta anche nel capire cosa ti viene chiesto e quando lavoriamo in teatro siamo lì per il regista. In fondo, siamo noi stessi attori: cambia solo il linguaggio nel quale recitiamo. Chiaramente, in quei casi noi facciamo delle proposte dal nostro vasto repertorio, anche di brani originali — cantati o strumentali — che non sono mai stati pubblicati, in base alle qualità emotive del testo che ci troveremo ad accompagnare. Questo credo sia un altro vantaggio del lavorare in gruppo: anche per un regista è più semplice collaborare con persone la cui complicità è già solida e rodata, e che sono perciò autonome nelle modalità di lavoro, piuttosto che con musicisti che non si conoscono tra loro e devono perciò iniziare giocoforza da zero anche quando bravissimi.

Arriviamo al nuovo album, Zan Zarà. Non è raro che alla realizzazione dei vostri pezzi partecipino, in varie vesti, degli attori: cosa ritenete aggiungano?
Attori di cui abbiamo totale fiducia e ai quali ci lega una vera amicizia credo possano solo valorizzarci: Rocco Papaleo ha fatto un cameo molto divertente con la sua capacità comica assolutamente originale, Giorgio Tirabassi (col quale abbiamo fatto serate insieme in Maremma) ha cantato e suonato la chitarra sulla title track… si sente che c’è un affetto, che c’è confidenza, e non è il classico attore chiamato a fare per ragioni commerciali qualcosa che non sa neppure cos’è. Autenticità, come dicevamo prima. Sta tutto lì.

Stilisticamente, come lo descriveresti?
Questo disco arriva dopo un po’ di anni dal precedente e ci trova decisamente cambiati: siamo quarantenni, sono arrivati i figli… insomma, sono quei primi step della vita che in un artista e nel suo lavoro si vedono, e si vedono con piacere. Il tempo che passa si traduce anche in un vantaggio in termini di esperienza e di maturità: in “Zan Zarà” ci siam potuti permettere di aggiungere due tracce, “Chi l’ha detto” — nel quale ho voluto provare a parlare anche delle ombre che tutti noi ci portiamo dietro e che vanno guardate, ché se scacciate finiscono per tormentarti — e “Una cosa piccolina”, un po’ diverse dallo swing allegrotto degli anni ’30-’50 che è il nostro marchio di fabbrica. 

Lo spettacolo Trattoria Menotti che vi vede attualmente in scena, invece, che genere di lavoro vi ha richiesto? Prima hai accennato alla (ri)scoperta della musica milanese…
Abbiamo avuto pochissimo tempo, neanche un mese, perché ci hanno chiamato ad aprile quando eravamo in scena con Mariangela D’Abbraccio e lo spettacolo “Napule è… n’ata storia”, con musiche di Pino Daniele e testi di Eduardo, e proprio lì in scena al Teatro Menotti il direttore artistico ci ha visti e ci ha proposto di prender parte allo spettacolo che sarebbe andato in scena da lì a un mese, per 25 repliche. Una follia. Che, ovviamente, abbiamo accettato con piacere: ci siam fatti una vera full immersion di Gaber, Jannacci, eccetera — poi nello spettacolo fortunatamente viene dichiarato che siamo quattro musicisti maremmani che vengono a rubare il lavoro ai  musicisti milanesi (ride, n.d.r.) e perciò siamo perdonati —, ma in realtà facciamo un brano solo in milanese, che è “Crapa pelada” interpretato negli anni ’50 dal Quartetto Cetra, sul quale abbiamo però fatto un lavoro pazzesco di più di un mese. Per il resto, provvediamo ad accompagnare cantanti e attori in una formula davvero particolare: il teatro viene svuotato delle sedie, c’è un catering, quindi veramente sembra di essere al Derby o nelle osterie degli anni ’60 dove trovi il poeta maledetto, la prostituta, la ballerina che ha smontato il turno, tra racconti, canzoni e monologhi. Davvero piacevole.

Immagino che anche lo scambio col pubblico sia molto diverso, in una condizione di totale assenza della quarta parete.
Assolutamente sì, la quarta parete è inesistente: noi non siamo sul palco, siamo in mezzo ai tavoli, dunque il riscontro è immediato e sembra ci si diverta molto. Chiaramente il pubblico milanese è avvantaggiato, perché a differenza del napoletano che è una lingua più universale, la loro ha un numero inferiore di riferimenti ai quali far ricorso quando non la si comprende, ma abbiamo avuto anche napoletani, toscani, e tutti hanno riso e si sono goduti lo spettacolo. Il clima è molto informale e lo spettatore capisce subito che può slacciarsi la cravatta e si può rilassare. Come tra amici.

Auspicate che, sebbene attraverso il teatro che per sua stessa natura ha un genere di audience numericamente diverso rispetto al rock o al pop, chi vi ascolta s’incuriosisca e inizi una personale ricerca che ne espanda gli orizzonti?
Me lo auguro assolutamente: io da sempre vorrei andare al Festival di Sanremo. Nonostante lavori in teatro, vorrei raggiungere il maggior numero di persone possibili e non mi sento affatto snob: noi facciamo musica molto popolare, per tutti, e perciò mi piacerebbe che arrivasse a tutti. Anche questo disco vorrei fosse numero uno in Italia, in Europa e anche nel mondo! (ride) Tanti artisti dicono “ma sai, io la mia musica vorrei restasse di nicchia”… io proprio no!

Quindi siete attenti a generi e dinamiche dell’intero mondo della musica contemporaneo.
Certo. Credo che stiamo vivendo il cambiamento più grande che ci sia mai stato nel nostro Paese, e non solo in ambito musicale: la tecnologia ha aperto possibilità tali da permettere anche all’uomo della strada di giocarsi il biglietto della lotteria e diventare chi vuole. È chiaro che, nel marasma, può intervenire anche un abbassamento della qualità, ma da spettatore anche su YouTube vedo cose che solo qualche anno fa sarebbero state impensabili. Perciò preferisco guardare a questi cambiamenti come reali opportunità: è mutato il modo di ascoltare, di osservare, e si sono aperte nuove finestre, il che spiega anche perché non sia facile, per le nuovissime generazioni, sedersi in un teatro, spegnere tutto e concentrarsi su ogni gesto, su ogni parola, su ogni nota. Però quel tipo di esperienza, sia essa uno spettacolo o un concerto poco importa se grande o piccolo, credo sia ancora qualcosa che non si possa riprodurre: i video generano emozioni, ma si tratta di emozioni filtrate, che non lasciano impressioni solide nella memoria. Ecco perché per noi non è importante solo il momento dell’esibizione, ma anche il dopo: rimaniamo sempre almeno un’oretta a chiacchierare con chi è venuto a vederci e ad ascoltarci, così da scambiare pensieri e approfondire. Il desiderio di farlo c’è, secondo me. Anche in quest’epoca. Il teatro si fa come si faceva cent’anni fa. E di sera in sera le emozioni sono differenti: io da spettatore quando vado a un concerto e leggo sul volto del cantante intensità, sforzo, passione, beh, non lo dimentico. 

Un’ultima domanda: dove state indirizzando il vostro sguardo?
In tante direzioni: ci piace far tutto, purché ci sia la possibilità di esprimersi. Siamo in ascolto e aperti a ciò che verrà e che riterremo giusto per noi, con la musica sempre al centro. 

Per ulteriori informazioni sulla storia e sui progetti di questo talentuoso gruppo d’artisti, vi rimandiamo al loro sito ufficiale e alla pagina Facebook.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome