De Gregori apre il suo tour a Caracalla: «Cantare con l’orchestra mi commuove» (intervista e scaletta)

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Foto: Giovanni Canitano

Non poteva esserci cornice migliore delle Terme di Caracalla di Roma per inaugurare il nuovo tour sinfonico di Francesco De Gregori, “De Gregori & Orchestra – Greatest hits live”: tutti i 4.500 seggiolini della platea erano occupati per questo battesimo “in casa” del nuovo giro di concerti del cantautore romano.

Sul palco dove ormai da anni va in scena l’Opera durante l’estate romana, anche le canzoni del Principe si vestono di un manto sinfonico, grazie all’accompagnamento della Gaga Symphony Orchestra (diretta da Simone Tonin e composta da quaranta elementi), agli GnuQuartet (Raffaele Rebaudengo alla viola, Francesca Rapetti al flauto, Roberto Izzo al violino e Stefano Cabrera al violoncello), alle due coriste Vanda Rapisardi e Francesca La Colla, oltre all’immancabile band che accompagna De Gregori ormai da lungo tempo (Guido Guglielminetti al basso, Carlo Gaudiello al pianoforte, Paolo Giovenchi alle chitarre, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e al mandolino e Simone Talone alle percussioni).

Il concerto si apre dando immediatamente risalto all’orchestra, con una versione strumentale di Oh Venezia che De Gregori ha spiegato così nell’incontro con la stampa avvenuto nel pomeriggio: «È una musica popolare italiana interpretata da una banda, ha degli afflati verdiani, è festosa, e volevo cominciare questo concerto con un pezzo che fosse eseguito solo dall’orchestra proprio per dare il segno della presenza orchestrale».

Il concerto è una vera e propria carrellata di hit, da Generale alla chiusura con Rimmel (la scaletta completa la trovate in fondo all’articolo), più qualche chicca che non ha raggiunto il successo presso il grande pubblico, come ad esempio Due zingari, presentata così dal palco: «questa non è una hit perché le radio non la passavano, le radio passano solo musica di merda».
L’arrangiamento orchestrale, curato da Stefano Cabrera, dà una veste inedita ai brani che il pubblico ama e che conosce a memoria, ma non li stravolge con suoni o strutture del tutto nuove; semmai, li arricchisce dando un tocco in più e un respiro più ampio a canzoni che ormai sono entrate di diritto nella storia della musica italiana.

Un viaggio lungo due ore tra i brani più importanti del repertorio di uno dei più grandi cantautori nostrani, che si è voluto fare anche un regalo, “approfittando” della possibilità di avere un’orchestra al suo fianco: il primo dei bis è, infatti, cover di Can’t help falling in love, storico brano con cui Elvis era solito chiudere i suoi concerti: «Quella canzone mi ha sempre fatto sognare, me la faceva sentire mio fratello quando ero ragazzino e pensavo “come sarebbe bello cantarla”. Allora uno dei privilegi che si può prendere uno che fa questo mestiere è avere un’orchestra che ti accompagna e tu canti Can’t help falling in love. È un piccolo regalino che mi faccio».

Nel presentare questo tour alla stampa, durante il pomeriggio, De Gregori ha usato queste parole: «Questo è un concerto che non ho mai fatto finora nella mia vita: un live con una grande orchestra, la Gaga Symphony Orchestra di Treviso che mi accompagnerà per tutto il tour, più il quartetto degli GnuQuartet, che costituisce un po’ un’ossatura a livello musicale e un collegamento tra l’orchestra e ovviamente la mia band. Devo ringraziare soprattutto Stefano Cabrera, il violoncellista degli Gnu, che ha fatto tutti gli arrangiamenti.
È uno spettacolo che mischia un tessuto musicale che è sicuramente una contaminazione tra generi vari. Sono molto soddisfatto ed eccitato dopo le prove che abbiamo fatto, vorrei dire anche tranquillo, per quanto può essere tranquillo un artista prima di un debutto così importante, ma quello che mi sembra di aver raggiunto in questa situazione è qualche cosa a cui un musicista che ormai pratica la sua professione da cinquant’anni a un certo punto deve inevitabilmente arrivare: farsi tentare dal suono orchestrale, perché l’orchestra produce dinamiche, timbri, armonie che sono a volte nascoste nelle canzoni quando uno le scrive voce e chitarra o col pianoforte, o anche quando le fa con la band. L’orchestra aumenta queste potenzialità e personalmente qua e là mi commuove, perché dico “accidenti, vedi questa canzone, sembrava una cosetta così e invece…” Per il resto è tutto da ascoltare, non c’è niente di peggio che parlare di musica senza averla sentita.»

Ci sono alcuni artisti che spesso cambiano gli arrangiamenti dei loro brani storici e altri che li lasciano sempre fedeli all’originale perché il pubblico li ha amati e li ama in quella veste. Tu che rapporto hai con le tue canzoni “classiche”?
Come ho detto spesso, una canzone è qualche cosa di vivo, quindi non si può pensare che rimanga inalterata nella bocca del suo primo interprete, ingessata come se fosse un’icona che non si può toccare. La musica è liquida anche in questo senso qui, e non solo la musica pop, non solo la musica leggera, ma anche la musica classica: ad esempio se senti la stessa sinfonia di Beethoven fatta con la direzione di von Karajan e fatta con quella di Toscanini capisci che sono due cose diverse, perché la musica non si presta ad essere ingessata. Secondo me sta all’onesta dell’interprete, del cantautore, riconoscere dei cambiamenti che sono avvenuti negli anni e quindi non volersi imporre e non imporre al pubblico quello che è un restauro del tabernacolo: “adesso io vado e faccio Rimmel esattamente come era nel 1975”. Sarebbe un falso in atto pubblico perché non si può più fare così, perché io non ci sono più. Panta rei: De Gregori del ’75 non c’è più, già nel ’76 non c’era più, e poi comunque non ci sono più quei musicisti, non ci sono più quegli impianti, non ci sono più nemmeno quegli strumenti.
Questo è un privilegio che hanno le persone rispetto alle forme espressive, penso ad esempio alla pittura: un pittore quando fa un quadro, una volta che lo espone in pubblico o in un museo non può tornare il giorno dopo e dire “mah, io qui però avrei dato una pennellata diversa”, al limite può farne un altro. Lo stesso per i registi: Fellini, che dopo un anno rivede Otto e mezzo magari ha un’idea di cambiare qualcosa, ma non può farlo. Chi scrive e canta canzoni se lo può permettere, e io me lo permetto, ovviamente senza scandalizzare nessuno, perchè poi come avrete sentito negli ultimi concerti che ho fatto e anche in quelli che farò in questo tour, le canzoni sono filologicamente rispettate.

Parafrasando il tuo brano “La storia siamo noi”, ti senti ormai parte della storia?
No, non mi sento storia, mi sento uno che fa musica, un uomo di spettacolo, quindi che salta sul palco, che canta. Ma poi che vuol dire storia? Certo, ho scritto delle canzoni che sono piaciute e alcune rimarranno più di altre, ma questo monumentalizzare il lavoro che faccio non mi trova assolutamente d’accordo. Sono un uomo coi calli sulle punte delle dita, sono un chitarrista, un uomo che non sa che giacca mettersi la sera quando sale sul palco.

Siamo in una cornice splendida come quella delle Terme di Caracalla, e suonerai in altri posti particolari e suggestivi in tutta Italia. A questo punto della tua carriera suonare in un posto piuttosto che in un altro, fa la differenza o no?
Ovviamente fa la differenza estetica, che è importantissima. Debuttare qui, nella mia città, in un posto come le Terme di Caracalla dà una connotazione importante.
Conosco un po’ di storia dell’arte, quindi so dove sto lavorando. Penso a Bob Dylan, che ha suonato qui, quando si sarà trovato davanti a questo scenario cos’avrà potuto pensare, lui che è un uomo di cultura, o magari ad altri artisti americani che vengono da un paese che non ha una storia così lunga alle spalle.
Certo, sarei veramente un imbecille se ti dicessi che i luoghi sono indifferenti. Non sono indifferenti per me, non lo sono nemmeno per il pubblico che viene accolto da un palco e uno scenario di questo tipo. Detto questo, il rapporto tra la mia musica e il pubblico è comunque lo stesso.
Una volta ho detto che a me piace fare i concerti anche nelle piscine vuote, nei circoli sportivi in disuso, nei campi sportivi sperduti. Lo faccio perché comunque è musica e se mi chiamano a fare musica in qualsiasi posto io lo faccio comunque con la stessa gioia e la stessa fierezza con cui lo faccio qua. Poi ovvio, qui mi guardo intorno e vedo altre cose.

Come senti le tue canzoni in questa nuova veste sinfonica?
È come avere dei figli: un giorno li vesti in un modo, un giorno li vesti in un altro, però alla fine sempre figli sono. La struttura, la spina dorsale delle cose che io ho scritto, non è cambiata perché ora c’è dietro tutta questa folla di suono, altrimenti mi sarei preoccupato. Questa nuova situazione non ha preso il sopravvento sulle mie canzoni, sulle mie parole, sul mio modo di cantare, ma è solamente un’integrazione che sviluppa delle dinamiche, delle linee melodiche che erano nascoste, sottintese nella scrittura originale e che qui invece vengono portate allo scoperto grazie al lavoro di chi le ha arrangiate e al lavoro di tutta l’orchestra. Anche il fatto di tenere comunque la mia band all’interno di questo spettacolo serve a dare un senso di continuità, l’orchestra porta quel qualcosa che si aggiunge e si compenetra con quello che è il mio suono di sempre.

Il tuo repertorio è vasto. È stato difficile scegliere tra i brani per comporre la scaletta?
Qualcosa rimane fuori per forza, dovendo scegliere 22 canzoni, mentre quando ho fatto la serie di concerti al Teatro Garbatella a Roma in 20 sere abbiamo fatto 60 canzoni. Si tratta ovviamente scelte in qualche modo dolorose, inoltre qui c’è anche un tema in qualche modo obbligatorio in ragione del fatto che l’orchestra può servire meglio o peggio determinati brani. Ho sacrificato per forza di cose dei pezzi un po’ più ritmici perché con l’orchestra non aveva molto senso farli, quindi ci sono delle rinunce, anche se sono piccole.

Nella scaletta c’è un pezzo che era un po’ di tempo che non facevi, ovvero Pablo. C’è un motivo particolare per cui è tornata in questa occasione?
Il motivo è che da anni mi chiedono “perché non fai più Pablo?”.
E’ un pezzo che forse trova la dimensione giusta proprio con l’orchestra perché dà profondità, solennità. L’ho provata tante volte anche con la band, ma c’erano dei punti in cui va in alto, come sul ritornello, dove c’era bisogno di un “soffio” lirico che con la band non riusciva perfettamente. Alla Garbatella l’ho fatta una sera, solo voce e chitarra, e stranamente poi se fai una voce e chitarra funziona ancora, se la fai voce e band può non funzionare, e funziona di nuovo invece con l’orchestra.

È anche il tuo brano che è stato percepito come più politico.
Ma io non ho mai scritto canzoni politiche, in realtà.
Pablo è un pezzo ispirato dalla lettura dei Malavoglia, che parla degli ultimi del mondo, non c’è dentro una lettura ideologica. Comunque non è per questo che non l’ho fatta per tanti anni ed ora invece la faccio perché improvvisamente sono diventato rivoluzionario, è una scelta musicale.

In questo tour canti Alice nella sua versione originale, col mendicante arabo che ha “un cancro nel cappello”, e in più parli molto col pubblico, raccontando anche qualche pezzo. Senti l’esigenza di dire qualcosa in più rispetto a quello che già dicono le canzoni?
La canzone è nata col “cancro nel cappello”, ma mi sconsigliarono di mettere questa parola dentro la canzone perché siccome all’epoca doveva partecipare al programma radiofonico Un disco per l’estate ci fu non dico una censura vera e propria, ma mi dissero “mettilo pure, poi però non ti passiamo il pezzo”, allora cambiai quella parola. Però la canzone è nata col “cancro nel cappello” e io dal vivo la canto come l’ho scritta.
Per quanto riguarda il fatto di parlare o non parlare, quello dipende dall’umore della serata, da come sento il pubblico, dalle pause che sento di potermi prendere. Io non amo spiegare nulla, in realtà, però certe sere mi lascio un po’ andare, certe sere no. Alla Garbatella ero molto più discorsivo perché il pubblico era veramente vicino e talmente poco che veniva naturale chiacchierare con loro come se fossero a cena da me, qui siamo in una situazione evidentemente diversa e vedremo.

Tra i brani scelti per questo live, c’è qualche canzone che ti ha ri-sorpreso con questo nuovo arrangiamento orchestrale?
L’orchestra cambia tutto, quindi in ognuno di questi brani ho trovato delle sorprese, anche ne La donna cannone, che è un pezzo collaudatissimo ma che in questo arrangiamento nuovo, anche se figlio di quello originale, mi sorprende. La musica dev’essere sempre una sorpresa, questo a prescindere dall’orchestra. Anche quando suono con la band, ogni sera deve essere così: il chitarrista mette un’altra nota, il percussionista fa un lancio diverso e lì tutta la storia prende una strada diversa.

Quanto questa scaletta sarà mobile nel corso del tour?
Niente, questa è la scaletta. Abbiamo un pezzo che balla, che è Guarda che non sono io, che stasera non farò. Potrebbe entrare ogni tanto al posto di Pezzi di vetro, ma la scaletta è ovviamente fissa, al contrario di Garbatella, proprio perché con un’orchestra non posso dire cinque minuti prima “sai che c’è? stasera facciamo questa canzone”.

Ci sarà un disco live tratto da questo tour?
Sì, ma non lo pubblicherò mai, perché non voglio pubblicare dischi che non vendono più e che le radio non passano, è una forma di protesta personale. Quindi farò un disco con le canzoni di questo tour, ma per mio uso e consumo personale.

Come mai hai scelto Tricarico per aprire i concerti?
Mi piace il suo essere un animale solitario, uno che non pascola dove pascolano gli altri, con una sua testa d’artista importante, poco incline ai compromessi. Mi ricorda, si parva licet, un po’ Piero Ciampi, che io ho avuto la fortuna di conoscere quando ero giovane e che era un artista immenso ma poco gestibile. Tricarico ha questa sua sghembità, chiamiamola così, che me lo rende un po’ gemello per tante cose. Quando lui fece la sua prima canzone, Io sono Francesco, la sentii alla radio e rimasi folgorato. In realtà non ci eravamo mai sentiti nè conosciuti prima della Garbatella, poi ci siamo conosciuti lì, la sera stessa gli ho chiesto se voleva aprire i miei concerti estivi e sono molto contento abbia accettato, anche perché sono sicuro che chi viene a sentire i concerti di De Gregori amerà Tricarico.

Tra le canzoni che mancano c’è Viva l’Italia, che ultimamente era uno dei punti fermi dei tuoi concerti.
Ovviamente in un concerto non si può fare tutto il repertorio, bisogna fare delle scelte. Viva l’Italia è una canzone molto assertiva, pugnace, col dito puntato su certe cose, e in questo periodo non me la sento di farla. La risposta finisce qui.

Fiorella Mannoia ha concesso una sua canzone per la campagna elettorale del PD. Tu daresti una tua canzone, e ce n’è una che immagineresti adatta?
A me non me l’ha mai chiesta nessuno.

Perchè tu ed altri grandi ad un certo punto fate le vostre canzoni, esprimete la vostra arte, ma non volete assolutamente essere toccati o trascinati sul tema politico?
Perché non voglio esporre banalmente delle cose.

Queste le prossime date del tour (tutti i concerti saranno aperti da Tricarico, quello di Lucca anche da Noemi):
12 giugno – Roma, Terme di Caracalla
14 giugno – Taormina, Teatro Antico
28 giugno – Lugano, Piazza Riforma
30 giugno – Lucca, Summer festival
5 luglio – Rimini, Piazzale Fellini
8 luglio – Genova, Parco Nervi
9 luglio – Torino, Palazzina di Caccia di Stupinigi
10 luglio – Marostica (VI), Piazza Castello
16 luglio – Firenze, Piazza SS. Annunziata
21 luglio – Fasano, Piazza Ciaia
23 luglio – Soverato (CZ), Summer Arena
25 luglio – Palermo, Teatro di Verdura
20 settembre – Verona, Arena

E proprio ieri sono stati annunciati 3 concerti al Teatro degli Arcimboldi di Milano, a partire dal 23 settembre.

Ecco la scaletta del concerto:

1. Oh Venezia
2. Generale
3. Il cuoco di Salò
4. La storia
5. Pablo
6. Due zingari
7. La leva calcistica della classe ’68
8. La valigia dell’attore
9. Un guanto
10. Sempre e per sempre
11. Bufalo Bill
12. Santa Lucia
13. Alice
14. La donna cannone
15. Vai in Africa, Celestino!
16. Pezzi di vetro
17. Cardiologia
18. L’abbigliamento di un fuochista
19. Titanic

20. Can’t help falling in love (cover di Elvis)
21. Buonanotte fiorellino
22. Rimmel

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