Le stelle di Springsteen illuminano l’America

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Lo dico subito: ho raccolto e messo da parte tutti gli articoli e le recensioni del disco (stasera li leggerò tutti) perché non volevo rovinarmi la sorpresa di ascoltare il nuovo disco di Bruce che – finalmente, è arrivato. Aggiungo anche che il primo singolo (“Hello Sunshine”) non mi aveva entusiasmato, l’ho scritto, molti mi hanno insultato, ma mi sono riservata il diritto (anche questo ho scritto) di giudicare solo dopo aver sentito tutto il disco. Ed eccoci, finalmente.  Western Stars è un album tanto atteso quanto inaspettato. Sembra un gioco di parole ma è proprio cosi: atteso con la fame di chi da sette anni si nutre di pollo ai ferri e verdura lessa, e di notte sogna caviale ostriche e champagne. Inaspettato perché è quanto di più lontano ci possa essere da quello a cui Bruce ci ha abituato fino ad oggi. Eppure è Rock’n’Roll anche questo, incastonato però in un telaio musicale sontuoso e armonico a cui Springsteen finora non si era mai avvicinato. Archi, synth, vibrafoni, glockenspiel, organi, timpani, moog e perfino la celeste, un antico strumento che risale all’Ottocento recuperato negli anni ‘40 e successivamente nei ‘60.  Un trionfo di suoni e di armonie che ci riportano a quelle atmosfere da film western con cui siamo cresciuti. Non a caso il titolo è Western Stars e non a caso nell’omonimo brano  viene citato anche John Wayne. Jon Landau lo aveva preannunciato a Rolling Stone che sarebbe stato un disco pieno di strumenti, Springsteen lo aveva confermato qualche tempo dopo. Aveva detto che sarebbe stato sorprendente ma nessuno di noi, probabilmente, si sarebbe aspettato qualcosa come questo. Eppure Western Stars è un album incredibilmente Rock, rigorosamente con la R maiuscola, perché le storie sono quelle che Bruce ci ha sempre raccontato, storie notturne, storie di solitudine e malinconia, storie di depressione e di medicine che Bruce ci ha sussurrato nelle orecchie per 236 serate a New York mentre gli occhi ci si riempivano di lacrime. Sono storie di chi ripercorre con la memoria la propria vita, di chi la guarda da un punto di vista privilegiato ma che ciò nonostante volge al tramonto e la malinconia, il blues come lo chiamano gli Americani, prende irrimediabilmente il sopravvento. Non potrebbe essere diversamente. Sono storie di delusioni e disillusioni, ma anche di resistenza e di resilienza. Tutti abbiamo preso colpi a destra e a manca dalla vita, ma il segreto è saper tener botta e ripartire, ogni volta, ogni giorno, sapendo di dover fare i conti prima con se stessi poi con tutti gli altri. È la legge della vita, perché ogni gioco ha le sue regole, come l’amore che non ammette distrazioni. Sono storie di un’America che non c’è più, quella che ci hanno dipinto al cinema in migliaia e migliaia di film che ci hanno fatto innamorare di quel posto quando eravamo bambini e che ci hanno fatto diventare quel che siamo oggi. Sono storie in cui ci siamo riconosciuti tutti almeno una volta nella vita e che continuano ad identificarci ancora oggi. Western Stars  è un film che racconta un lungo viaggio nell’anima dell’America che inizia con un passaggio in autostop e finisce in un motel, metafora esso stesso (il viaggio) della vita. Forse il  Sogno Americano ha di nuovo lasciato il posto alla Grande Depressione. Forse stiamo tutti imboccando il viale del tramonto, ma di una cosa siamo sicuri: non ci arrenderemo mai, non rinunceremo mai a lottare fino in fondo. E allora forse il caviale e le ostriche, nel frattempo, si sono trasformati in una succulenta rib-eye con patate ma lo champagne lo tiriamo fuori dal ghiaccio per brindare al ritorno di un grandissimo artista che ancora una volta ha stupito tutti: nel momento in cui non aveva proprio più nulla da dimostrare a nessuno, in cui poteva continuarsi a godere la sua fama e il suo successo di rocker classico, ha tirato fuori un disco totalmente diverso dal suo stile, ma di livello altissimo, si è rimesso in gioco cimentandosi in un genere molto, molto diverso dal suo, dando l’ennesima prova di un talento tanto puro quanto immenso, che spazia da un estremo all’altro come solo i più  grandi sanno fare. Me ne viene in mente soltanto un altro: David Bowie… Cheers!

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

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