Lo “Snice Hotel” di Rickie Snice: quando il rap rispecchia l’Italia degli anni ‘90

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Rickie Snice

Snice Hotel è il nuovo album di Rickie Snice, da qualche giorno disponibile su Spotify, iTunes e tutte le principali piattaforme di streaming per Woorap Industries.

Rickie Snice, all’anagrafe Giovanni Riccardo Carpinteri, ha 33 anni e vive a Catania. In carriera ha suonato nei principali locali della sua città, ha vissuto e fatto il dj a Londra e poi, una volta tornato a casa, ha iniziato a dedicarsi al rap. Ha debuttato con il brano Zero9Cinque e poi è diventato il produttore di Talbot, insieme al quale ha dato vita alla crew Woørap Industries. Ora si presenta al pubblico con un nuovo disco, che spiazza e sorprende l’ascoltatore che non lo conosce. Per questo motivo abbiamo deciso di intervistarlo.

Perché hai deciso di chiamarti Rickie Snice?
Il nome è nato in un periodo in cui lavoravo in un mercato e mi vestivo figo un po’ sullo stile dei Gemelli Diversi, con canottiere e occhiali. Un mio vicino continuava a dire «sei troppo nice, nice» e da lì è nato il nome.

Snice Hotel, il tuo nuovo disco, può essere definito un concept album?
Sì, al 100%. Se non lo ascolti intero, non capisci dove voglio portarti. Voglio portare l’ascoltatore fuori dalla musica rap e trap, perché il mio background è abbastanza vasto. Se riascolto gli Oasis, ad esempio, metto nella mia musica sempre qualcosa che fa riferimento a quel periodo.

Hai detto che il tuo disco vuole rispecchiare l’Italia degli anni ’90, l’epoca d’oro tricolore in chiave siciliana. Ma cosa vuol dire?
Penso ad esempio al Franco Battiato della fine degli anni ’80 o dei primi ’90. Penso ai suoi testi un po’ criptici, alle frasi da esaminare attentamente, che hanno un significato ben preciso e molto poetico. Per me Franco Battiato negli anni ’80 era già al 2030. Adoro i cantautori di quel periodo, figli degli anni ’70. Oggi non ci sono più autori così.

Quel periodo, vista la tua età, lo hai vissuto solo di striscio. Come puoi amarlo così intensamente?
Sono un nostalgico maledetto, mi piace tantissimo la musica vecchia. Mio padre è un ragazzo degli anni ’80 e quindi a casa si masticava solo questa roba qui. E’ un cultore di musica e mi ha trasmesso questa passione.

Ami la musica di alcuni decenni fa, però poi fai rap. Come mai?
Sì, anche se poi la mia musica uno la può classificare come vuole. Il modo di cantare è rap, solo perché non so cantare. Un giorno magari, quando avrò il tempo per studiare, riuscirò anche a fare altro.

Hai trascorso un periodo della tua vita a Londra. Questo ha influito sulla tua musica?
Ha influito su di me come persona e dunque, in automatico, in tutto quello che faccio. Londra è una metropoli dove il bisogno principale è la musica. In Italia invece spesso passa in secondo piano, anche se rispetto ad una decina di anni fa oggi ha più valore, anche grazie ai social e a Spotify. All’epoca invece dovevi andar via per far capire che magari eri un visionario, in Italia capitava che non eri capito ed in Inghilterra sì.

La Sicilia offre opportunità per chi fa musica?
Offre delle opportunità, ma non bastano. La parola isola dice tutto: qui sei isolato, oltre c’è il mare. Se arrivi alla staccionata, devi per forza prendere il mare se vuoi conquistare altro. E quindi bisogna spostarsi. Però la Sicilia è una bella palestra, ti fai un bel fisico, quando esci fuori sei molto più avanti degli altri. A Londra, ad esempio, io facevo cose che altri nemmeno pensavano.

Cosa farai questa estate?
Sarò a Milano. Ho preso casa e per la seconda volta sto facendo la gimkana da artista. Di sicuro, al momento, ho un appartamento per un anno.

Il disco ha un singolo di lancio?
No. Ho fatto uscire due pezzi a gennaio, l’idea era quella di fare uscire due pezzi ogni mese. Poi però, con il mio manager, abbiamo deciso di creare un concept. L’unica canzone che potrebbe essere un singolo è Rose e pistole, un pezzo più orecchiabile e generazionale. Io comunque continuo a lavorare, ho tante cose da dire e non mi fermo mai di scrivere e di produrre. Sono libero di fare qualsiasi scelta.

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.

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