La volta che conobbi Antoni ciò che mi colpì fu la malinconia del suo sguardo. Io vent’anni e lui qualche cosa di più. Io un adolescente dall’aspetto androgino e lui un ragazzo tendente al pingue, con una gentilezza e un garbo che erano l’opposto di ciò che poi rappresentava sul palco. La malinconia è un sentimento nobile e proprio per questo piuttosto raro. Sottintende l’acutezza di avere compreso che le cose nella vita per lo più finiscono non come noi vorremmo.

Crediamo che sia malinconico chi porti con sé il ricordo di una bellezza assaggiata e poi perduta, ma in verità è l’esatto contrario. La malinconia è la mancanza di ciò che ora in qualche misura ancora hai e che un giorno dovrà finire. Alcuni di noi si portano addosso questo sentore di dolcissima fregatura, e non se ne liberano neppure nei momenti di più forte contentezza.

 I concerti degli Skiantos erano una sofferenza. Lo erano per me. Riuscivo tuttavia a cogliere qualcosa di specialmente sottile nel loro porgere al pubblico persino il più apparentemente farlocco dei brani. C’era la poetica del “roviniamo tutto, tanto ormai”. Tutto questo dire “tanto ormai” senza necessariamente esplicitare il concetto, era molto vicino allo spirito con cui aveva preso fuoco la coscienza della mia generazione. Era quello che abbiamo chiamato “spirito punk”.

Come si fosse iniettato nella nostra visione del mondo non si sa.

Nelle mie canzoni di allora quel nichilismo non c’era, né mai vi è stato in seguito. Ma la poetica del sentire le cose che si perdono, quello sì.

 La seconda volta che incontrai Antoni non ero più un ragazzino nomade alla scoperta della musica fatta dagli altri. Tuttavia neppure quella volta parlammo molto. Io riservato, lui timido.

Fa persino ridere, tanto è triste, pensare che una persona che sul palco avesse ricevuto e rilanciato in risposta ortaggi in quantità e che aveva saputo e sapeva scaricare tutto il proprio sarcasmo su un pubblico sopravvenuto solo per dare sfogo alle proprie frustrazioni, potesse essere una persona definibile come “timida”.

Eppure le cose stanno così. Antoni era gentile, timido e malinconico.

 Si ricordava del mio gruppo di allora, che negli anni era diventato anche un’etichetta e un’organizzazione di concerti, e allora lui era venuto a esibirsi per noi in festival con una certa pianista in uno spettacolo in cui il suo sottile sarcasmo si sposava alla musica di Erik Satie.

Proprio quel Satie. Il compositore malinconico. Il compositore delle note in equilibrio.

 La terza volta incontrai Antoni nel retropalco del Club Tenco. Era malato, magro, il viso scavato e molto pallido. La sua ironia e la vena sarcastica dei suoi interventi erano ancora più acuti.

 In verità quell’uomo non ha mai fatto altro che maledire dentro di sé il fatto che tante persone non sapessero vibrare come lui avrebbe desiderato. E come lui sapeva invece fare.

Era quello lo spirito che aveva retto gli anni migliori della formazione bolognese definita demenziale. Ad essere demenziale era in verità un circondario politico, sociale e culturale incapace di cogliere la finezza del sentire, la necessità di fermarsi ad ascoltare ciò che conta, un sibilo appena percettibile, il soffio di niente che sta sotto tutto il caos in cui ci immergiamo finendo per farne parte a nostra volta, facendo festa, fingendo festa pure nel dolore, l’iperbolico carnevale in cui si invia al massacro tutto ciò che non si è capito. E che si sarebbe dovuto amare.

 Roberto Antoni era uno chef pregiatissimo che preferiva fare un polpettone immangiabile del suo miglior sentimento, data la bulimia incontrovertibile di una moltitudine di bruti.

A pensarci, il suo gesto è di una innovazione appunto brutale, ultra dadaista, ultra iperrealista, ultra situazionista. È un gesto poetico performativo, che tutti scambiano per “caciara” e invece è poesia non rivelata, mantenuta in sé, dove le cose che contano, come il sentimento di una fine inevitabile del bello, si possa almeno soppesare, centellinare, come un buon, un buonissimo calice di vita.

 Io ho capito, malinconico Antoni. Ho capito che tu avevi capito.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onorato Musicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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