Uhuru Republic, quando la musica unisce l’Italia e l’Africa

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Uhuru Republic

Uhuru Republic vuole essere un ponte culturale tra Italia ed Africa. Anticipato dal singolo Slomo, il progetto si concretizzerà in un album che sarà pubblicato e distribuito dall’etichetta La Tempesta Sur. Il team italiano di Uhuru Republic è formato da Giulia Passera (voce, Mangaboo, The Sweet Life Society, Istituto Italiano di Cumbia, Sonoristan), FiloQ (elettronica, Istituto Italiano di Cumbia, Magellano) e Raffaele Rebaudengo (viola, GnuQuartet). Per conoscere meglio il progetto abbiamo intervistato Giulia Passera.

Uhuru Republic

In cosa consiste il progetto Uhuru Republic?
Il termine Uhuru si riferisce alla vetta del Kilimangiaro, che è la cima più alta di tutto il continente africano. Nell’immaginario della Tanzania e del Kenya, nella lingua swahili, definisce anche il picco di conoscenza e di libertà attraverso la conoscenza. Questo progetto è nato da un’idea mia e di FiloQ per fondere le culture, la nostra e quella africana, attraverso principalmente la musica, ma anche le immagini. Noi collaboriamo con dei documentaristi e siamo finiti in Tanzania proprio grazie a questa collaborazione. Insieme a loro, da tanti anni, facciamo musica per documentari. Il progetto dunque racchiude la cultura occidentale, e quindi la musica elettronica, che va a fondersi sia con la musica tradizionale africana del continente, sia con quella tradizionale zanzibarina, che si chiama taarab, ed è molto particolare. È una fusione tra la musica africana, quella indiana e la mediorientale.

Il singolo Slomo rappresenta il manifesto di questo progetto?
Decisamente, è già un bel manifesto del nostro progetto. Nel 2018 abbiamo passato un mese in Tanzania e il disco che abbiamo composto nasce da una masterclass di composizione, uno scambio molto forte avvenuto con i musicisti locali. Noi siamo arrivati con dei beat che avevano dei suoni che richiamavano il loro immaginario, che poi abbiamo sviluppato. Abbiamo lavorato su dei macro temi e sviluppato dei testi. Slomo parla del rapporto uomo-natura e di come loro lo percepiscono. Abbiamo fatto una lunga riflessione su questo, uno dei nostri obiettivi è anche la sensibilizzazione nei confronti della conservazione del territorio, del paesaggio. È un concetto che in Italia abbiamo, l’articolo 9 della Costituzione riguarda la tutela del paesaggio, per loro invece questa è una cosa abbastanza sconosciuta.

Il disco quando uscirà?
Complessivamente abbiamo scritto 17 pezzi, molto eterogenei e belli tosti. A settembre dovrebbe uscire un EP di 5 pezzi, mentre l’uscita del disco è programmata per il 2020. Stiamo mettendo insieme le forze, con l’aiuto dell’ambasciata italiana in Tanzania, per portare almeno quattro dei ragazzi in tour in Italia.

Al di là dell’aspetto musicale, cosa ti ha lasciato l’esperienza del mese trascorso in Tanzania?
La Tanzania è un paese molto particolare, si trova nel centro dell’Africa e gode di una stabilità politica abbastanza lunga. È un paese pacifico, dove si vive in una maniera abbastanza tranquilla. Abbiamo vissuto due scenari diversi. Uno è quello di Dar Es Salaam, che è una megalopoli piena di contraddizioni. Il centro è futuristico, pieno di grattacieli, mentre tutto intorno ci sono le case con i tetti di lamiera. È una situazione bizzarra ma interessante, c’è un bel fermento artistico e abbiamo anche scoperto un genere abbastanza recente, che nasce come genere di protesta e si chiama singeli, che andremo ad approfondire in occasione del prossimo viaggio. Il secondo scenario che abbiamo visto è quello di Zanzibar, un’isola dove la gente vive molto più rilassata e dove c’è un ottimo fermento artistico, soprattutto da un punto di vista musicale. A Dar Es Salaam non c’è più un’accademia musicale, a Zanzibar invece resiste una sorta di conservatorio, che porta avanti la loro tradizione del taarab. Lì tantissimi ragazzi studiano gli standard e imparano a suonare quasi tutti gli strumenti. Il posto fra l’altro è splendido, una costruzione coloniale a tre piani, con un chiostro centrale, che consiglio di andare a vedere.

Uhuru Republic

Nell’immediato vi attendono quattro appuntamenti live in Italia.
Sì, saranno presentazioni e showcase in formazione ridotta. Due saranno dei dj-set che porteremo FiloQ ed io al Jazz:Re:Found di Cellamonte Monferrato il 21 giugno e alla Cantina Urbana di Milano il 18 luglio. Ad agosto invece ci raggiungerà uno dei musicisti con cui collaboriamo, Makadem, un cantante e strumentista keniano.  È un personaggio abbastanza noto nella scena dell’afrobeat keniano. Faremo due concerti con lui: uno a Genova, il 7 agosto, al Banano Tsunami, ed uno ad Albenga, il 9 agosto, in occasione del festival Terreni Creativi. Stiamo valutando anche la partecipazione di un quarto elemento, perché con noi è coinvolto anche Raffaele Rebaudengo, la viola degli GnuQuartet. Dovrebbe esserci anche lui, se non avrà altri impegni, attualmente è infatti in tour con De Gregori. Altrimenti stiamo valutando delle collaborazioni molto interessanti.

Subito dopo tornerete in Africa, per fare cosa?
Arriveremo il 22 agosto a Dar Es Salaam ed il giorno dopo suoneremo all’Ongala Music Festival, che si tiene a Bagamoyo, una città di mare. È una cittadina molto bella e questo festival sta diventando enorme. Faremo una performance e un workshop di due giorni, incentrato sul digital recording. Ci siamo accorti, soprattutto a Zanzibar, che hanno poca indipendenza nella fase della registrazione. In collaborazione con un’associazione che si occupa di portare arte e cultura in situazioni disagiate, siamo riusciti ad avere delle licenze Ableton per il conservatorio. Cercheremo di insegnare loro a registrarsi e produrre musica.

Rispetto a quello che è il tuo percorso artistico, come si inserisce questo progetto?
Ho studiato musica per tutta la vita, ma per un periodo ho interrotto e sono stata cinque anni in Medio Oriente, per fare l’istruttore subacqueo e l’apneista. Poi ho ripreso a fare musica e questo progetto è un po’ pace per me. Sono una viaggiatrice e mi mancava il sud del mondo. Da tanti anni giro l’Europa con le mie band e questa è una vera finestra per me, per fare pace con le mie passioni e dunque riaprire un canale con l’Africa e il Medio Oriente. Ho studiato la world music, questa è la realizzazione di un bel sogno. Contaminare ed unire le forze con il continente africano è quello che va fatto in questo momento. Questo è il messaggio da dare nella musica ed attraverso la musica.

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.

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