Phil Collins emoziona il Forum e (fortunatamente) è ancora vivo e vegeto

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Phil Collins

Un signore calvo e occhialuto, dall’aria affaticata, si fa strada lungo un palco vasto e molto tecnologico. La sua andatura è curva e si aiuta con un bastone da passeggio. Tutti pensano ad uno sketch (e conoscendo il personaggio in questione, cresciuto a pane e Monty Python, non ci sarebbe nulla di strano…), ma il buon Phil Collins, 68 primavere compiute lo scorso gennaio, non ha per niente voglia di scherzare una volta sedutosi su di uno sgabello e afferrato prontamente il microfono. Silenzio in sala, la popstar sta per parlare.

«Mi sono operato alla schiena tempo fa. Un’operazione difficile che mi ha fottuto l’uso di una gamba. Spero che apprezzerete comunque il mio show.». Detto così, in poche parole e con un candore disarmante, prima di attaccare un’intensa Against All Odds (Take a Look at Me Now), la ballad pianistica per antonomasia del suo repertorio e forse di tutti gli anni ’80. Una canzone che era già un tour de force vocale mica da ridere quando la eseguiva in posti come il Live Aid o durante i tour faraonici di album come No Jacket Required o … But Seriously. Eppure Phil si difende bene: microfono lontano dalla bocca negli acuti più impegnativi e classe da vendere nelle strofe. Primo boato della serata.

Collins e il concetto di vecchiaia e morte. Argomenti, nel suo caso, degni di una tesi di laurea e già sviscerati brillantemente nella fantastica autobiografia No, non sono ancora morto, uscita pure da noi, per Mondadori, tre anni fa. Ed ora orgogliosamente riproposti in questo tour mondiale cominciato nel 2017 e con date programmate – tra Europa e Stati Uniti – fino al prossimo ottobre. Forse non una passerella d’addio alla Elton John (sapete, il dubbio viene nei confronti di uno che nel 2004 sì inventò il celebre The First Final Farewell Tour), ma un’esplicita dichiarazione di sofferenza on the road. Sofferenza nel cantare, da seduto e col diaframma schiacciato, una sfilza di brani per cui i fan hanno pagato fior di quattrini pur di sentire, ancora una volta, classici come Another Day in Paradise (suonata con vibrazioni da terremoto) o la mielosa Separate Lives che, tanto per cambiare, punta dritta all’incomunicabilità di coppia. Un trademark eterno per l’ex batterista dei Genesis.

Come fare per rimediare a tutto ciò? A stoppare il tempo che scorre, un udito difettoso (primo grave problema fisico di Collins scoppiato tanti anni fa) e ora pure una gamba malandrina che fa i capricci? Semplice. Munendosi di un bel trespolo. E di una band che fa letteralmente sfracelli tra sezione fiati degna degli Earth Wind & Fire, coristi e coriste di colore che ti accompagnano nei ritornelli più impegnativi, un percussionista che pare una piovra (Richie “Gajate” Garcia), un po’ di vecchi amici (il chitarrista Daryl Stuermer e l’iconico bassista Leland Sklar la cui candida barba bianca è rimasta identica a quella dei tempi di Serious Hits… Live!) e, last but not least, il tuo figlioletto Nicholas Collins (foto sotto) di appena 18 anni e che spezza il cuore per come assomiglia al suo famoso padre da giovane. Il padre che nei primi anni ’70 dominava ritmiche e tamburi nelle tournée oniriche di supporto a Nursery Crime e Selling England By The Pound, ovviamente.

Phil Collins

E in mezzo a tutti questi serissimi professionisti, ci sta lui, il più workaholic di tutti: mister Phil Collins. Un signor artista capace di portare a destinazione uno show probabilmente studiato a puntino (pure troppo), ma ricco di canzoni che non danno scampo in quanto a melodie, progressioni e ricordi del cuore. Così Don’t Lose My Number è trascinante ed esplosiva esattamente come le sue sorelle I Missed Again, Who Said I Would e Something Happened On The Way To Heaven. Pura black music che invadeva le classifiche mondiali di tre decenni fa. Puro sound alla Miami Vice.

Capitolo Genesis (eh già, Collins non suona solo roba solista a questo giro): Throwing All the Way (uno dei due estratti dal super bestseller Invisible Touch assieme alla titletrack) è sempre un gran bel sentire mentre Follow You Follow Me emoziona anche da un punto di vista visuale visto che sul mega schermo d’ultima generazione scorrono immagini d’epoca della band inglese. Un’epoca d’oro: dalle prime performance targate Peter Gabriel ai grandi tour oceanici intrapresi tra gli anni ’80 e ’90 e terminati con la reunion del 2007. E poi tanta gioia supplementare con le varie Dance Into the Light, Easy Lover (dove si scatena lo storico corista Arnold McCuller in coppia con la divina Amy Keys lasciando Phil nel ruolo di “terzo incomodo”: più che una hit, una commedia sexy), la cover targata Motown di You Can’t Hurry Love e una sempre incredibile Sussudio dove tutti balzano in piedi. Senza scordarci un’apocalittica In The Air Tonight dall’intro ambigua, più moderna e quasi hipster nei suoni, con il pubblico che ci mette un po’ a riconoscerla prima che il famosissimo break di batteria (eseguito naturalmente da Nicholas) faccia vibrare il Forum d’Assago fin dalle sue fondamenta.

Già, Nicholas. In Drum Trio, immancabile assolo alla batteria che non potrebbe mai mancare in uno show di Collins senior, lo senti lontano un miglio che vuole un bene dell’anima al papà, affiancandosi a lui e allo stesso Garcia in un’orgia di percussioni cajon (presente quei parallelepipedi di legno simili alle casse del vostro stereo?) che valgono da sole il prezzo del biglietto. Nick, ma a te le canzoni di tuo padre piacciono? «Solo una», fa lui mostrando un ditino. E i due si lanciano nella chicca You Know What I Mean che stava sull’imprescindibile Face Value del 1981, primo album solo del Nostro. Sorrisi, applausi e commozione in platea. A quel punto possiamo anche accontentarci di un solo bis, una corale e interminabile Take Me Home, che ci accompagna a casa fieri di aver visto ancora per una volta (l’ultima?) un peso massimo della musica del Novecento. Con un ultimo pensiero che ci ballonzola in testa.

No, acciacchi vari e battute macabre a parte, the singing drummer, il batterista canterino, è ancora qui in mezzo a noi, vivo e vegeto, per niente intimorito dalla Nera Signora. E il suo obiettivo in questo principio d’estate 2019 non è azzeccare un complicato assolo a cavallo tra rock progressive e jazz fusion, ma fargliela in barba agli scettici e agli uccelli del malaugurio. In quattro semplici parole: vendere cara la pelle.

La scaletta di Phil Collins [email protected] Forum (Milano, 17 giugno 2019):

1) Against All Odds (Take a Look at Me Now)
2) Another Day in Paradise
3) Hang in Long Enough
4) Don’t Lose My Number
5) Throwing It All Away (Genesis)
6) Follow You Follow Me (Genesis)
7) I Missed Again
8) Who Said I Would
9) Separate Lives (cover di Stephen Bishop)
10) Drum Trio
11) Something Happened on the Way to Heaven
12) You Know What I Mean
13) In the Air Tonight
14) You Can’t Hurry Love (cover delle Supremes)
15) Dance Into the Light
16) Invisible Touch (Genesis)
17) Easy Lover (cover di Philip Bailey)
18) Sussudio

Bis:
19) Take Me Home

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