Serena Brancale, facce d’artista tra jazz e libertà (intervista)

La giovane cantautrice pubblica il suo secondo album e si racconta con profondità: il Sud, il jazz, un futuro da plasmare in libertà.

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È uscito lo scorso 10 maggio, su etichetta Avarello Music, Vita da Artista, il secondo album della cantautrice pugliese Serena Brancale: una partecipazione al Festival di Sanremo 2015 con Galleggiare (title track del primo album, pubblicato il 12 febbraio dello stesso anno da Warner Music Italy e prodotto da Michele Torpedine) e tante collaborazioni (tra gli altri, con Mario Biondi e Il Volo, per i quali è stata opening act, e Stefano Di Battista, che ha suonato con lei nel progetto Serena Brancale 4tet), Serena è un’artista davvero poliedrica. Nel suo curriculum, infatti, figurano lo studio della grafica pubblicitaria e del fumetto presso l’Accademia di Belle Arti della sua città, del jazz e delle tecniche d’improvvisazione al Conservatorio, trasmissioni radiofoniche, narrazioni teatrali e tre ruoli da attrice, uno dei quali nella pellicola Mio cognato del 2003 con Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio.

Oggi, però, la Brancale si concentra sulla musica e regala un album che colpisce per la qualità tecnica della sua tessitura sonora: su un robusto scheletro jazz s’innestano infatti, con fluidità e armonia, i generi più vari (dalla psichedelia di Guerra in testa, prima traccia, ai colori anni ’30 di Vita d’artista, alla pura, elegantissima atmosfera da club fumo e corde di Più della musica e Adesso), con forti inserti elettronici che non snaturano quell’impianto classico né con esso confliggono, ma anzi confermano che una solida struttura portante permette di edificare armonie e sbizzarrirsi con le rifiniture ritmiche in piena libertà ottenendo risultati sempre affascinanti e tecnicamente impeccabili. Anche i testi mostrano una oggettiva maturità d’ideazione, con una narrazione che delinea con un tratto marcato nella sostanza e fine nella forma un’immagine di una donna alla ricerca della sua libertà che non ha alcun timore di mettersi in gioco, di ammettere le sue fragilità e di confrontarsi con esse occhi negli occhi, senza autoassolversi ma con una indulgenza che è accettazione della propria natura e non rifiuto pavido del cambiamento.

Vita da Artista è stato anticipato dal singolo omonimo (ma con un apostrofo in più), in rotazione radiofonica dal 19 aprile, e da Come ti pare, pubblicato nell’ottobre 2018, del quale vi mostriamo il video ufficiale:

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Queste le parole della Brancale a proposito dell’originale percorso di realizzazione di Vita da Artista: «Il processo di registrazione è stato breve ma creativo, due giorni con i miei straordinari compagni di viaggio in uno studio svizzero, “all in the mix” lasciando le tracce aperte  per poi, pian piano,  esaltare il groove ideale, così da far emergere l’anima di ogni brano. In richiamo alle modalità di registrazione del passato e ai suoi suoni, esaustiva è stata la scelta mirata del “magico vinile” che accompagnerà tutti i miei live. Il tocco anni ’80 è richiamato proprio da questa scelta perché la sacralità del vinile induce a chiudersi in una stanza col giradischi e vivere la musica come esperienza. Con un bicchier di vino all’ascolto di “Più della musica” ma pronto a scattare al ritmo di “Come ti pare”».

LA NOSTRA INTERVISTA

Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo dell’arte?
Guarda, io ho incominciato a cantare molto tardi, perché in realtà sono partita dalla danza e dal teatro: mia mamma gestiva, in passato, una scuola di musica, e io da piccolina andavo lì e mi ascoltavo le lezioni di solfeggio, di piano, di batteria… ero fortemente predisposta e, quando lei l’ha notato, mi ha regalato un violino. Così, ho preso lezioni di violino per cinque anni e la musica classica è stata quindi il mio primo amore. Poi, col tempo, ho capito che mi piaceva anche la batteria, e ho iniziato a studiarla. Il canto è arrivato verso i 17-18 anni: cantavo sempre, ma cantavo perché volevo ballare. In realtà, ho fatto sempre un sacco di cose contemporaneamente! Le lezioni di canto vere e proprie le ho prese a 18 anni, per la fascinazione nei confronti del soul che nasceva dal mio ballare hip hop: Alicia Keys, Aretha Franklin, ma anche artiste sudamericane come Violeta Parra e Mercedes Sosa. Poi, mia madre ha proprio origini sudamericane, quindi a ogni festa in casa era un trionfo di ballo e canto! Ancora, è arrivato il Conservatorio, presso il quale ho studiato canto jazz, ma le prime canzoni che ho scritto erano pop e in italiano. L’inizio è stato tanto disordinato… pensa che, quand’ero più piccola, facevo pure radio!

L’amore “caotico” per il canto, il ballo e la musica in genere è dunque nato da semplice passione o da una particolare esigenza espressiva?
Sentivo in realtà una grande libertà espressiva. Mi divertivo, era diventata una vera droga. In cameretta ballavo qualsiasi cosa… mi piaceva e mi piace ancora oggi lo spettacolo nella sua forma più completa.

I primi ascolti che ti hanno accompagnata?
Quand’ero piccola, ascoltavo tanta musica pop e commerciale attraverso le trasmissioni che allora andavano per la maggiore, come Top of the Pops e il Festivalbar. Contemporaneamente, ascoltavo anche tanta musica “di nicchia” —  mia mamma ha fatto parte di un coro di musica barocca —, passavo con scioltezza da Stevie Wonder a Kool and the Gang, da Pino Daniele a Eduardo De Crescenzo, a Fabio Concato. Dischi che divoravo.

Veniamo al tuo primo album, Galleggiare: in Tabù canti “Amo la donna che pensa al maschile”. Cosa intendi?
Credo sia importante avere la libertà di essere donne, ma avendo una parte maschile molto forte. Una donna che pensa al maschile è una donna che mette la minigonna ma può agire e muoversi come un maschio, che riesce a essere femmina quando deve esserlo, ma nella vita è responsabile e i suoi pensieri sono molto “maschiacci”. Parliamo, per esempio, del corteggiamento: si dice sempre che è l’uomo che deve corteggiare secondo quelle che vengono considerate le modalità più classiche. Ecco, questa è una cosa che non ho mai apprezzato: credo che una donna debba innamorarsi di ben altri aspetti. E di un uomo che sia più uomo di lei. 

Sia nel primo album che in Vita da Artista colpisce l’accostamento tra una base jazz evidente e corposa, e stili che sembrano rispetto a essa quasi ossimorici, come la dance o l’elettronica: dove hai trovato il punto d’incontro perché il risultato fosse omogeneo?
I miei brani partono sempre da una stesura acustica, classica. Nel momento in cui arrivano testo e poetica, mi piace decorare e andare a sottolineare delle specifiche parti con suoni elettronici, dalla batteria al basso. Già con questi piccoli dettagli riesci a ottenere un risultato diverso. Anche con la voce faccio lo stesso lavoro: mi piace appoggiare una vocalità super storpiata, molto distorta, su suoni puri. Trovare il giusto equilibrio tra soul “basico” ed elementi di elettronica è, in fondo, anche un esercizio di creatività: più sperimento, più mi lascio andare, più cose accadono con naturalezza.

Nei tuoi testi si notano ricorrenti riferimenti alla leggerezza, all’aria, al librarsi in volo.
Sì, e sono l’espressione di quanto sia legata al Sud, di quanto tempo ho trascorso sui tetti di casa a scrivere e a respirare l’estate e il mare nel modo più libero possibile. Quando parlo di aria, parlo proprio di paesaggi dove chiudi gli occhi e ti addormenti cullata dalla purezza. Della mia Puglia.

A proposito di Vita da Artista, hai detto che avete registrato solo per due giorni e poi avete lasciato l’album “aperto”, così da catturare ispirazioni e suggestioni.
Sì, in effetti è andata proprio così: ho creato dei provini su Logic a casa, delle bozze, delle basi. E su quelle basi, in studio in Svizzera con il mio gruppo ci abbiamo lavorato per capire cosa smussare e cosa eliminare.

Quale ritieni sia il concetto principale intorno al quale ruota l’intero album?
Posso immaginarlo effettivamente come un concept. Un diario non privato, ma pubblico, nel quale cerco di raccontare storie che vivono tutti gli artisti: un artista sa cosa vuol dire essere sempre pronto a rimettersi in viaggio, non riuscire a restare a casa per più di tre giorni di fila, accumulare stress e, nello stesso tempo, gioire per andare a suonare anche sul palco di un piccolo paese. Sono storie che parlano anche di artisti che vivono delle esperienze negative, come tutti, ma a differenza di altri devono ugualmente andare in scena lasciando il dolore a casa perché ciò che facciamo non è solo passione, ma un vero e proprio lavoro. Un artista, poi, deve costantemente cimentarsi col nuovo e mettersi alla prova; non ci sono orari, è una vita sballottata e sballata, fatta di notti in cui dormi e notti in cui scrivi. Non c’è un ordine e semmai ci fosse, sarebbe un brutto segno: la creatività e l’ordine non sono compatibili.

Quando si lavora a un progetto stabilendo, di fatto, una partenza ma non un arrivo, c’è il rischio che quel punto di arrivo non lo si raggiunga mai?
Certo. Se risento adesso il disco, già penso che avrei mille altre cose da dire e da ridire in modo diverso, che avrei dovuto inserire un pezzo e poi non l’ho fatto… è sempre così. Non si è mai soddisfatti al 100% e io, in particolare, devo imparare a esserlo, perché sono grande e devo capire che “va bene, buona la prima!” e si va avanti, però sempre con la coerenza e la sicurezza di aver dato il massimo. Ecco, io quella sicurezza ce l’ho sul momento, e dopo un attimo dico a me stessa che avrei potuto dare molto di più. Devo lavorare sull’idea che se non son riuscita a dare tutto in un disco, sono pronta a farlo nel disco successivo, senza remore.

Vita d’artista è un pezzo che spicca, all’interno dell’album, per le sue sonorità anni ’30 e la sua teatralità: è stata una scelta deliberata, quella di associare suoni simili proprio a un pezzo che parla del vostro mestiere?
In realtà, ho scelto questi suoni perché in quel periodo ero in fissa con Attenti al lupo di Lucio Dalla e volevo una musica che fosse veramente italiana, tanto suonata, ricca di cori e di strumenti.

In diversi tuoi pezzi compaiono degli inserti “parlati”, registrazioni di voci e di dialoghi.
Sì. Per esempio, nell’intro del disco ho inserito dei memo vocali di alcuni artisti che hanno collaborato alla sua realizzazione e l’ho fatto perché  ritengo che il nostro modo di parlare sia già una canzone. Inserire questo genere di “corpi estranei” è divertente e suona molto bene.

Rispetto al primo album, com’è cambiato il tuo sguardo sulla musica, se è cambiato?
È cambiato senza dubbio: desideravo costruire un album che fosse davvero libero. Anche Galleggiare lo era, ma mai quanto Vita da Artista, che ritrae anche i miei sbalzi d’umore: tra una traccia e l’altra compaiono chiaramente depressione e felicità, mentre Galleggiare è più compìto, più elegante, forse persino più intimidito. Ero io più imbarazzata, non sapevo dove andare, mentre con Vita da artista volevo davvero divertirmi. E così è stato.

Nella tua ancora giovane carriera tante sono state le collaborazioni e tanti anche gli incontri: ce n’è uno che porti nel cuore con particolare affetto?
Al di là delle persone famose che ho conosciuto e che mi hanno insegnato molto — Mario Biondi, Tosca, Arisa —, mi piace ricordare che ho sempre avuto accanto famiglia, amici e musicisti che con il loro affetto mi hanno dato una gran forza. Gli incontri sono stati positivi perché mi hanno trovata in una condizione di equilibrio e di serenità creata dagli affetti più cari. E quindi posso dire che l’incontro che mi ha segnata maggiormente è stato quello con i musicisti con i quali ho creato Vita da Artista.

Come mi hai detto all’inizio, il tuo percorso professionale ha contemplato tutte le facce dell’esperienza artistica: i ruoli da attrice come vengono vissuti da una cantautrice?
Parliamo sempre di arte: salendo sul palco metti anche un po’ in gioco quello che hai capito quando reciti, prevalentemente come coinvolgere il pubblico. Aiuta tutto.

Cosa ti auguri che la tua musica possa apportare all’attuale panorama sonoro?
Voglio essere positiva: un posto per me lo vedo. Sempre più grande, sempre più comodo. Un posto che voglio guadagnarmi piano piano, dove l’ironia non mancherà mai e l’ispirazione proverrà sempre dai cantautori che col tempo stiamo perdendo, quelli dei quali tutti sentiamo la mancanza, che magari in un ritornello orecchiabile sapevano e sanno nascondere messaggi importanti e che non lasciano mai che sia il mercato discografico a influenzarne le scelte. Sono davvero convinta che chi lavora non sulla quantità, ma sulla qualità, prima o poi veda la sua fatica ripagata. In piccole dosi e con calma, però quel pubblico che hai fidelizzato te lo porti dietro e lo vedi crescere giorno dopo giorno, perché sei coerente con quello che sei e sei sempre stata. Chi viene ad ascoltarti sa cosa canti e sa che ciò che canti è espressione della tua essenza, della tua verità. Le cose arrivano, ma con molta calma. E se osservo la mia vita, ne ho la prova. La gavetta non mi spaventa affatto: non vedo l’ora di viaggiare, di conoscere, di scrivere altri pezzi (sto già lavorando sul nuovo album curandone ogni minimo dettaglio).

Come vedi, quindi, la Serena del prossimo futuro?
Nel futuro mi immagino e mi vedo sempre forte, più sicura, capace di raccontare di me con la massima sincerità sia nelle canzoni, che nelle interviste, che nella vita. Sempre più convinta di ciò che voglio fare, e convincente nel farlo: vorrei che i momenti no, di insicurezza e insoddisfazione, si riducessero progressivamente. Sono una persona molto positiva, però proprio come tutte le persone positive cado spesso in questi stati d’animo un po’ più scuri. Mi vedo, quindi, più forte e sempre in giro, ma non in giro a fare tutto: in giro a fare i concerti che scelgo di fare. Cosa che faccio anche adesso… e mi ritengo fortunata per avere la libertà di poter dire no. Poi nello specifico, mi piacerebbe riprovare Sanremo con un brano che mi rappresenti ancora di più. 

Per interagire con Serena e per seguire da vicino il suo percorso artistico, vi rimandiamo alla sua pagina Facebook ufficiale.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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