Un’astronave di luce sorvola una moltitudine di terre disseminate di cadaveri.

Sono milioni, sono miliardi di cadaveri. Siamo noi.

Qualcosa scende dall’alto, indaga, e per caso viene trovato proprio il mio portatile (la solita notorietà postuma), nel quale si avanzano diversi indizi che spiegano la ragione di tanta morte.

Qui di seguito ne è riportato qualcuno, colto dai miei appunti.

Uno. Siamo sicuri di volere anche la domotica, e di trovare intelligente dire ad un algoritmo “hey G., fai questo, hey G., trovami quello.” Utile e intelligente. Non contenti di perdere progressivamente ogni minima caratteristica di indipendenza, pur di non muovere più un solo dito, siamo sicuri e contenti di volerci fare controllare anche quando andiamo in bagno.

Due. Ci siamo distinti presto, quanto a voglia di fare. Agli albori della civiltà, ad esempio, il carbone prese il sopravvento come combustibile poiché pesava molto meno rispetto al legno, quindi era più trasportabile. Cominciammo quindi da subito con le scorciatoie.

Tre. Abbiamo chiamato “storia” l’avvicendarsi di opportunità conferite dal caso, e l’elenco delle prevaricazioni di qualcuno ai danni di qualcun altro. Il tramandamento dei fatti poi è stato via via ritoccato a seconda dei tornaconti di chi lo ha riportato.

Per questo la lettura dei fatti di storia suscita sorpresa sia in negativo, sia in positivo, ma sempre e comunque la stessa domanda: come è stato possibile?

Quattro. Durante i pochi mesi in cui frequentai la scuola, scopersi che il mio professore di filosofia non capiva Schopenhauer.

Lo dimostrò quando seppe che io scrivevo canzoni e venne a dirmi con una certa convinzione: “fatti i soldi e prendi tutti per il culo.” Fu una delle ragioni per cui avrei in seguito lasciato la scuola per proseguire a studiare in proprio. Intendiamoci, aveva ragione lui, e mi stava solo dando una lezione su come sarebbero andate di lì a poco le cose in fatto di musica e mercato, e lui che era un hipster ante-litteram, con tanto di barba da finto anacoreta, se ne intendeva.

Ma avevo più ragione io: la musica, come la filosofia, c’erano e ci saranno anche dopo la fine dei mercati. Sono anzi le sole cose che potrebbero determinare la fine dei mercati. O i mercati finiranno noi.

Cinque. L’editoria, almeno quella italiana, è per buona parte una sorta di “gratta e vinci” dalla facciata culturale: l’editore prova a proporre questo o quel librucolo basandosi su criteri di vendibilità, e guardandosi bene dal selezionare narrativa significativa, ammesso poi che sappia riconoscerla, e a meno che questa non provenga, già affermata, da altrove. In quel caso è santa e benedetta, inarrivabile, coraggiosa, di successo.

Giocando ad azzeccare il titolo giusto, alzando il numero di giocate e continuando a sfornare libri che non vengono né promossi né tantomeno letti, si alza anche la probabilità di vincite. Le librerie si infognano, i lettori decrescono in numero e qualità.

Quando per ragioni ics si imbrocca la giocata vincente e un libro diviene “campione di vendite”, si esalta appunto solo questa principale virtù su tutte le altre, e allora l’autore di turno può essere dichiarato ufficialmente “grande”. Può dunque dedicarsi per i successivi dieci o più anni a sfornare storielle, insulse e scritte alla maniera di temi di italiano di terza media, a proposito di un dato commissario che deve scoprire l’assassino. Non si intenda qui alcun riferimento a siciliani saggi purtroppo prossimi al grande salto.

Interpellati, gli scrittori-vincitori del libro “gratta e vinci”, oltre a guardarsi bene dal dire “come va a finire”, si dichiarano innamorati di Borges e, immancabilmente, di Simenon. Ragion per cui viene spontaneo domandarsi perché non si siano limitati solo a leggere quegli autori.

Ma farsi questa domanda significa avere dei criteri etici.

Sei. I politici che si ostinano a farsi ritrarre sui cartelloni elettorali come semi-adoni e con dieci o venti anni di meno rispetto all’età reale, e che poi di persona fanno spavento, sono come le ragazze che pubblicano su certe piattaforme “on line” immagini in cui sono pari a stelle irresistibili del cinema. Naturalmente saranno tutte pronte a dichiararsi contrarie alla donna-oggetto, alla donna abusata e a quella vittima di molestie, non perdendo tuttavia occasione per mettere in mostra forme e pose come mercanzia per il miglior offerente.

Alle ingenue venditrici di un’idea ritoccata e dunque commerciale di se stesse, va ricordato un esempio almeno: Betty Davis, stella vera del cinema, sceglieva pervicacemente sceneggiature in cui sarebbe comparsa più brutta, più vecchia, più cattiva di quanto non fosse in verità. A ventotto anni osò sfidare la Warner Bros infrangendo il contratto che la obbligava a restare legata alla casa di produzione per anni. Non aveva tempo per stare a ripetersi: specchio, specchio delle mie brame”.

Sette. Dire “leggete qualunque cosa purché leggiate” è una discreta idiozia. Una delle tante in cui si crede di credere.

Somiglia alla frase pomposamente pronunciata a Mantova da un certo presunto assessore alla cultura, nel corso di una presunta presentazione di un presunto libro.

Ed ecco la presunta frase: “niente di meglio che leggere un buon libro ascoltando della buona musica”.

Come pronunciare in una sola frase una cretinata di massima potenza con doppia valenza. La prima cretinata è evidente: libro e musica, specie se buoni, sono eventi da assimilarsi in separata sede. E chi non avesse afferrato ancora, provi a guardare un “buon film” leggendo contemporaneamente un “buon libro”. Così spero sia più chiaro.

Ma la vera cretinata di fondo della sparata finto-culturalista è data dal fatto che una persona tanto stupida e poco affine alla lettura come all’ascolto sia stato eletto come “assessore alla cultura”. L’aneddoto è talmente gravido di idiozia da far pensare che sia un’invenzione. Invece è autentico: ero sullo stesso palco su cui la frase è stata pronunciata, e ho giornalisti testimoni, i quali probabilmente ricorderanno le mie obiezioni, visto che per la mia precisazione non risultai simpatico all’organizzatore. Si sa che ciò che conta è vendere, sia pure idiozia.

Otto. La maggior parte dei siti internet degli editori italiani riporta da qualche parte l’orgogliosa e perentoria regola del proprio attaccamento alla buona narrativa. Dal momento che un “buon libro” comincia fisicamente, inevitabilmente dalla copertina, (titolo in primis), già al solo adocchiare lo sterminato catalogo delle collane di testi, elencati uno appresso all’altro, accompagnati da tre tristi righe di presentazione dalle quali si evince che tutti sono opere imperdibili, e altre tre di “recensioni”, e dotati di un frontespizio che le fa somigliare a etichette di detersivi o a pessime copie di locandine di cinema dell’orrore o alle incresciose copertine dei mensili dei Testimoni di Geova, la tenuta dei fieri principi di qualità esposti dall’editore come regola di base, frana miseramente.

Se poi ci si addentra nei contenuti, allora si capisce che gli annunci orgogliosi di molti editori sono come la celebre pubblicità del tonno tanto tenero da potersi tagliare con un grissino. Il grissino però era di resina dipinta.

NoveAl mio esame di maturità, al momento in cui mi si ufficializzava l’espulsione per presunte offese alla commissione, per aggiungere una sentenza plateale alla mia cacciata, la docente di musica profetizzò solennemente che non avrei mai scritto una sola nota in vita mia. Al tempo avevo già inciso due brani, e l’autunno successivo alla mia cacciata dalla scuola pubblica, il mio primo 45 giri sarebbe stato esposto in vetrina da Rough Trade a Londra.

Però aveva ragione lei: la musica non l’avevo e non l’avrei in seguito scritta. Inutile cercare di spiegare alla signora che metà della migliore intelligenza musicale del novecento aveva ben prima di me volutamente accantonato la partitura. Il suo anatema tuttavia, per la mia autostima fu un grande regalo.

Dieci. Ad una conferenza di GreenPeace sui cambiamenti climatici, un drappello di post-adolescenti, non si fanno problema nel porgere l’annuncio di una specie di prossima fine del genere umano accompagnandolo con una certa dose di incontrollabile ilarità. Nessuno perde l’occasione per fare battute e buttare in scherzo l’argomento. Alla possibile obiezione che forse il loro era un riso nervoso, posso testimoniare con una certa sicurezza che si trattava solo del piacere malcelato di poter, per un’ora circa, sentirsi protagonisti di qualcosa.

Fosse anche l’annuncio della fine del mondo, conferisce un certo autocompiacimento.

 Per queste e numerose altre ragioni che ci strisciano addosso in ogni minuto come sinistre bisce ad ogni latitudine, pare di dover concludere che potremmo essere proprio noi quelli coevi del passo finale. E di dovere ammettere che se la fine del genere umano è imminente, ciò è giusto dovuto ad un così alto grado di assurdo instauratosi nel profondo di tutti.

Ma se l’homo sapiens-sapiens si estinguerà al pari di altri animali deficienti, i quali a conti fatti avrebbero peraltro resistito milioni di anni più di noi, potrà almeno dimostrare con ciò che si può benissimo auto-eleggersi intelligente e sapiente, laddove l’unica astuzia è quella di sembrare ciò che non si è.

Ragion per cui, qualora ci estinguessimo a breve e queste righe dovessero essere chissà come ritrovate da entità intellettive di altra galassia, in caso dunque di eventuale discesa al suolo dell’immaginata astronave di luce, avrei pensato di lasciare loro l’opportunità di individuare qualche indizio in più tra le centinaia che possano giustificare una fine tanto cretina.

Chiedo quindi venia al futuro eventuale crittografo alieno per la presenza invasiva di note autobiografiche in questo scarso elenco.

È noto, signor alieno, che si scrive bene solo di ciò che si è realmente vissuto.

In un tempo lontano e zeppo di sprechi, quando e per il poco che è stato possibile esistere. Amen.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onorato Musicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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