Cinque recenti album per la benemerita etichetta Alfa Music, autentica fucina del jazz italiano, sono dedicati alla formazione forse più completa ed elaborata della musica afroamericana: il quintetto. Personaggi noti nell’ambiente jazzistico e giovani debuttanti si alternano in questa carrellata che propone una veloce analisi su opere sempre di piacevole ascolto.

Nico Catacchio
Kinesis (Alfa Music/Egea)
voto: 8

Il contrabbassista barese, da tempo trasferito al Nord, è un musicista attento e puntuale, capace di non lasciarsi trasportare dalle onde del periodo e di reagire con personalità ai momenti emotivi che attraversano l’esperienza quotidiana di ognuno. Ed è un musicista che sa innamorarsi, senza se e senza ma, e soprattutto con un’adesione superiore ai normali livelli di pura discendenza o di pura dedizione. Lo hanno dimostrato nel tempo varie sue collaborazioni — in particolare, ci piace segnalare quella con un pianista che meriterebbe più attenzione come Nico Morelli —  e lo grida con forte personalità il suo terzo, nuovo album da leader, tutto ispirato dal grande sassofonista mancato alcuni anni addietro, Michael Brecker. «I suoi cd, straordinari per complessità, densità di composizione, peso musicale, energia, strati emotivi, mi hanno accompagnato per molti mesi, fino a diventare un modello strutturale e di procedimento alla costruzione di un’idea», dice. Un’idea che prende la forma di nove riuscite composizioni inedite, suonate in quintetto (con sax tenore e chitarra) e cariche del profumo e del lirismo di una propositiva post-fusion senza frontiere e, come vuole il titolo, sempre in movimento.

Edoardo Nordio
Fusion Steps (Alfa Music/Egea)
Voto: 8/9

Già l’idea di realizzare un album di fusion oggi appare avventurosa. Un genere che ha furoreggiato e portato il jazz al suo periodo di maggiore diffusione e attenzione da parte del pubblico mondiale durante gli anni ’70 e ’80, subito dopo la svolta jazz-rock di Miles Davis. Il genere di artisti come Weather Report, Crusaders, Return To Forever, Dave Sanborn, tanto per citare nel mazzo. Musica sofisticata e semplice al tempo stesso, ricca di groove e piacevolissima, non è mai stata troppo amata dalla critica militante, specie in Italia, dove a poco a poco è quasi sparita dal circuito (mentre negli USA continua ad avere molta attenzione). Il bassista di Busto Arsizio, rigorosamente allo strumento elettrico come vuole il genere, si è trasferito a Roma da anni, alternando le collaborazioni musicali alla carriera di doppiatore cinematografico. Questi “passi nella fusion” rappresentano il suo debutto da titolare, in cui propone sei brani di suo pugno a confronto con tre standard firmati Spyro Gyra, Jeff Lorber, Grover Washington Jr. E segnano un percorso convincente, ricco, pieno di verve, che il quintetto (con chitarra e percussioni) che si allarga a sestetto in sette dei nove brani con gli interventi ponderati del sassofonista Gianni Vancini, segue con intelligenza sorprendente e consistenti virate smooth.

Chiara Orlando 5et
A Place Of Stillness (Alfa Projects/Egea)
Voto: 7/8

Un altro bassista (rigorosamente acustico), il bravo Pietro Ciancaglini, guida, insieme alla titolare, sua moglie, questo quintetto, con cui la vocalist debutta con grande attenzione e un piacevole sorriso stampato sulle labbra e fra le note. Oltre ai tre ritmi (tra cui l’interessante pianista Manuel Magrini), è il trombettista/flicornista Antonello Sorrentino a completare una formazione che spazia nel jazz delle ultime decadi, proponendo una serie di standard che passano dal lirismo scanzonato di Bill Evans al bop elegiaco di Miles Davis (la firma Cléo Henry, lo ricordiamo, è fasulla), dalla magnifica With a song in my heart di Rodgers & Hart al quasi free di Sam Rivers. Ma solido riferimento delle doti di Orlando/Ciancaglini sono i sette brani da loro firmati, che mettono in luce la duttilità della voce, un po’ meno nei momenti di puro scat, e la solidità della costruzione sonora, insieme a una capacità di amalgamare in un discorso unitario, anche se a volte non troppo coraggioso, gli elementi variegati di ispirazioni intime (Rose, dedicato alla nonna) oppure musicali (Summer Village, per il compianto Esbjorn Svensson). Il rischio di questi cd, che è quello di un impatto ripetitivo nelle scelte, viene quasi sempre evitato grazie a quella che Danilo Rea riconosce a Chiara come «una propria personale espressione artistica e una propria riconoscibilità».

Bardo 5et
Imperfetto orario (Alfa Projects/Egea)
Voto: 7/8

Le otto composizioni sono firmate con regolare alternanza dal pianista Emanuele Evangelisti e dal chitarrista Giovanni Baleani, per questa formazione debuttante, completata dai ritmi Pesaresi & Desiderio e dal sassofonista Simone La Maida. L’album che ha per tema la necessità/impossibilità di essere preparati nel momento in cui si è chiamati a esprimersi, perché da un lato bisogna rispondere alla chiamata “in perfetto orario”, dall’altro c’è sempre la possibilità di migliorare e quindi si è sempre in “imperfetto orario”. Potrebbe sembrare facile rendere questa dicotomia contraddittoria con il jazz, una musica per suo sempre in bilico, pronta a volare verso direzioni contrastanti per poi ritornare come un falco con attenzione concentrica sulla preda dell’espressione più diretta. In realtà è sempre la messa a fuoco il problema principale: lasciar scorrere la fantasia (e le mani sugli strumenti) e insieme organizzare discorsi di senso compiuto, che non siano già stati ascoltati più e più volte da “buoni” oppure “cattivi” maestri. I Bardo, che nulla hanno a che fare con i cantastorie celtici, si impegnano e alla fine convincono con il loro jazz moderno e spigliato, con buone improvvisazioni e un linguaggio che rimanda, rimanda, rimanda… ma a nessuno per più di qualche attimo, di qualche frase.

Mauro Mussoni 5et
Lunea (Alfa Projects/Egea)
Voto: 8

E per finire il quintetto di un… contrabbassista! Sarà che lo strumento a quattro corde è nel jazz sempre una sorta di propulsore immobile, sarà che è un periodo fortunato per chi di gavetta deve sempre farne tanta per arrivare a coronare un sogno. Lo può affermare senza tema di smentita Mauro Mussoni, che vanta (?) sei anni di tournée con I Nuovi Angeli di Donna Felicità. Il pregio di questo suo debutto da solista è quello di non suonare mai come una rivincita, mai aprioristicamente “a muso duro”, mai “perché avrei potuto se…”: Lunea vuol essere la sintesi tra Luna — astro per metà luminoso e per metà oscuro —  e odissea, ovvero avventura, ricerca, epica, illusione e volontà fuse insieme. E propone sette lunghi brani, che sanno esprimere a volte un’intimità romantica a volte un esotismo (di)sperato, così come una serie di suggestioni che sono slanci laconici oppure fiumi di parole suonate. Queste ultime soprattutto quando — in metà album, più o meno — il quintetto iniziale con trombone e sax soprano, diventa un ensemble di nove elementi, con l’aggiunta di un altro batterista e un altro sassofonista (tenore), di un percussionista e della tromba del bravo Giacomo Uncini. Insomma Mussoni convince perché sa che fare musica significa anche ascoltare: saper ascoltare gli altri e sapersi ascoltare.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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