Partecipare a un mega raduno pop è come andare al centro commerciale?

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Mega raduno pop
© Riccardo Medana

Sei anni fa L’Economist pubblicò una speciale classifica sui più grandi raduni umani nel mondo. Raduni religiosi, funerali, politici e artistici. Al primo posto come accade ogni tre anni c’è il Kumbh Mela, mega evento induista di 55 giorni che raccoglie tra i settanta e gli ottanta milioni di persone  tra il fiume Gange, lo Yamuna  e il Sarasvatī nei pressi di Allahabad, nello stato federato dell’Uttar Pradesh. Tra gli eventi musicali al dodicesimo posto si è piazzato il concerto di Rod Stewart a Rio de Janeiro nel dicembre del 1994, cui  parteciparono quasi 4 milioni di persone.

Sociologi e antropologi si dividono spesso nel tentativo di spiegare questi oceanici raduni di massa. Sono facilmente comprensibili quelli religiosi o politici dove la partecipazione popolare risente di una sorta di appartenenza mistica abbracciando persino il fanatismo. Sono meno spiegabili i mega raduni laici, in particolare quelli in cui la musica dal vivo rappresenta il centro e il simbolo dell’aggregazione. Ma il fenomeno è di natura essenzialmente economica. Tre anni fa negli USA  il noto Desert Trip, incassò qualcosa come 160, 11 milioni di dollari. Molti accostano questo fenomeno all’esigenza delle nuove generazioni di radunarsi ai concerti con lo stesso spirito che li porta a incontrarsi nei centri commerciali, dove il nuovo totem è il brand, le nuove divinità sono i prodotti da adorare e consumare.

In effetti il mega raduno musicale oggi non è molto diverso dal centro commerciale. C’è la musica ma ci sono anche i mega posteggi, i food truck, gli stand, i ristoranti, i mega schermi dove abbondano i loghi degli sponsor, i gadget, etc. C’è anche la politica del pacchetto all-inclusive, che più o meno è una sorta di buono sconto. Quando poi vedi 30 o 40 mila persone che agitano i cellulari nell’aria a caccia di immagini da rubare allora capisci che è il business il vero protagonista aggregante, la musica è solo un pretesto.

Come ogni estate anche in Italia scoppia la febbre del mega raduno pop con la solita partecipazione entusiastica e le conseguenti polemiche successive rivolte all’organizzazione. Diciamolo chiaro! Il mega raduno è una spaventosa macchina da soldi in cui i ricavi sono strettamente connessi ai costi. Meno si spende sulla produzione e sui servizi, più guadagno c’è per il promoter, la Siae e la vendita dei biglietti on-line e il famigerato secondary ticketing.

Oltretutto il pubblico si “consuma” in una sera, in un periodo cioè non a rischio di disaffezione del cliente. Una volta che sei lì, al concerto, l’obbiettivo è già raggiunto. L’imprenditore non ha bisogno che il cliente ritorni, dato che il giorno dopo si sbaracca tutto e si va altrove. Le ragioni del business sono facilmente comprensibili, molto meno le ragioni del pubblico che si presta a fare un’ora di fila per ritirare i token, una seconda ora per comprare un panino o una birra, perdendosi così metà del concerto, che quindi diventa un rumore di fondo più che uno spettacolo vero e proprio. Code infinite, attese snervanti per consumare e comprare.

In tutto questo la musica c’entra ancora? È davvero l’elemento aggregante o una scusa per essere lì ? L’imperativo è esserci. Il mito della partecipazione, il dovere di poter raccontare a chi non c’è stato: «Io c’ero!». Sì, ma come ? A questa domanda rispondono solo gli scontenti, quelli che il giorno dopo o la sera stessa inondano i social di critiche. Ma intanto hai pagato e la consolazione sono i selfie che hai collezionato sul tuo cellulare.

Personalmente, pur essendo una grande appassionato di musica fin da bambino, ho sempre rifiutato di partecipare a questi mega eventi. Mi sono concesso qualche presenza ai concerti negli stadi, Bob Marley a San Siro, Michael Jackson, i Rolling Stones ma ho sempre disertato i mega raduni, per vari motivi. Il primo è che non mi sento più un protagonista attivo ma un semplice cliente e per di più trattato male. La musica si ascolta male, si sta scomodi, sei costretto a guardare i mega schermi perché gli artisti li vedi piccoli come gadget, quelli davanti ti oscurano la visuale coi telefonini, quelli di fianco urlano, quelli dietro ti spingono. No grazie.

Mi interessa la musica, non gli effetti speciali perché la musica è già un effetto speciale di suo. Così vado nei teatri, negli auditorium, in posti dove riesci a essere concentrato, dove l’ascolto è attento e partecipe, dove non sei distratto dai prodotti da consumare, dove la fruizione della musica è cosa sana e salutare, dove “vivi” il palco e dove sai prima il prezzo del tuo biglietto, senza speculazioni di sorta.

A un mega raduno non ci andrei neanche gratis. Ma sono una mosca bianca che adora la musica di qualità. Del resto mi annoiavo persino in discoteca, figuriamoci in un raduno all’aperto in mezzo a 30 mila persone. Lo trovo persino pericoloso.

Consapevole della mia scelta, non riesco però a comprendere perché il popolo si presti così facilmente a consumare la musica così superficialmente sapendo già che se partecipi a un evento di massa, non solo spenderai un sacco di soldi ma tornerai a casa stressato e probabilmente scontento.

C’è poi da considerare il popolo che ai concerti non ci va ma che magari abita o vive nei pressi del luogo del raduno. Gente che si sente invasa, costretta a subire almeno due giorni di disagio. Cazzi loro? No. Non lo è, se pensi che la collettività sia un valore.

La speranza è che la musica torni nei luoghi più consoni per essere ascoltata e apprezzata. Che la musica possa tornare a essere una passione e non un pretesto per fare casino. Che le nuove generazioni possano vivere la bellezza della musica senza essere considerate come numeri o banconote, persone e non clienti, individui e non oggetti di consumo.

Utopia? Dipende solo da noi. Se si lascia il pallino ai produttori, agli artisti e agli sponsor è finita. Buonanotte ai suonatori! C’è poi un sottile problema di mercato. Se i soldi, quelli investiti e raccolti, vanno solo in una direzione, gli altri che fine fanno? Se il pubblico spende solo per i mega raduni come si può pensare che i music club, gli auditorium, i teatri riescano a sopravvivere?

Lo stesso fenomeno riguarda anche altri campi. Pensiamo alla televisione ad esempio. Se tutti i soldi dei broadcast e degli sponsor si spendono solo nei mega programmi, nei reality e nei talent show di tre ore che costano un milione di euro a puntata, come si fa a finanziare gli altri programmi? Quelli magari che non siano format importati dall’estero e destinati a un pubblico diverso? Poi non chiediamoci perché il Grande Fratello va in onda da vent’anni e i programmi sono sempre gli stessi.

E che dire del calcio ? Se la maggior parte dei ricavi dei diritti televisivi vanno alle società più ricche, se gli sponsor finanziano solo loro, che fine fanno le altre? Ha senso che un giocatore come Neymar costi al Real Madrid 300 milioni di euro quando per la stessa cifra puoi comprare un’intera società di calcio? Ha ancora senso una serie A dove la Juventus vince da otto anni e tutte le altre stanno a guardare? Si dirà è la logica del mercato. Vincono i più forti, i giganti.

Ok, fin qui niente di nuovo, e quindi? Che si fa?  Impoveriamo tutti gli altri? Ammazziamo le passioni, chiudiamo gli stadi, i teatri, spendiamo solo per i big, ammazziamo la piccola e media impresa? Il singolo imprenditore? Aboliamo il decentramento? Può sopravvivere un sistema in cui tutte le risorse economiche vanno solo nella direzione dei mega numeri? Del gigantismo dei mega eventi ? Dei mega costi e dei mega prezzi? Questo è il fallimento del libero mercato. Del capitalismo! Del sistema stesso che produce e che riesce a vendere solo se spenna il consumatore. Non potrà funzionare a lungo, soprattutto quando la gente non avrà più soldi da spendere nello sport, nello spettacolo, nella musica, nei concerti e in definitiva nella cultura, ma ne avrà solo per la spesa al supermercato. Sarà una società povera in ogni senso!

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Roberto Manfredi
Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

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