A tutta Fusion con Ciccio Merolla. Nuovo album per l’artista napoletano

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Chissà cosa ne sarà del bel sound partenopeo tra qualche decennio? Che domande: sarà più vivo che mai, nonostante il rap e la trap. Lo sa bene Ciccio Merolla, che nasce artisticamente come percussionista per arrivare a impossessarsi del linguaggio rap, in una fusione che ha sempre incuriosito gli artisti napoletani appartenenti all’una e all’altra parte, creando un ponte tra la tradizione e le nuove generazioni. E con un nuovo capitolo discografico dal titolo Sto tutto fusion, Merolla arriva a superare lo stile prettamente rap per raggiungere una forma espressiva totale.  Gli album precedenti dell’artista sono Nun pressà ‘o sole (2004), Kokoro (2008), Fratammé (2010), ma noi siamo andati fino a Napoli per ascoltare in anteprima l’album che esce ufficialmente il 12 luglio.  L’album parte con Bolevo Veggae, un invito a pensare positivo e non lamentarsi per nulla, con l’ondeggiante ritmo reggae e una melodia che avvolge e mette di buon umore, una canzone nella miglior tradizione napoletana, ovviamente con un testo rigorosamente in lingua (e non dialetto). Ancora arioso e solare, Giorno migliore, stavolta in italiano, con raddoppi vocali e il ritmo reggae a cullare sogni che si avvereranno. Da ogni dove spuntano veri e propri assoli di percussione a marcare il ritmo, caratteristica che si presenta in tutto l’album. Una presa in giro delle nuove abitudini collegate all’uso dei cellulari arriva con Followers, dove a tenere unito il tutto ci pensano le tastiere di Piero De Asmundis e le programmazioni elettroniche di Andrea «Oluwong» Esposito che, insieme alle liriche di Giuseppe «PeppOh» Sica, costituiscono il gruppo di lavoro che ha sviluppato e realizzato l’album. Due i brani interamente strumentali, di tante percussioni: uno è Il campanello, molto suggestivo nella sua ciclica ripetitività, quindi Bedroom, dove emergono echi del mediterraneo con l’inserimento dello scacciapensieri. Altro brano che potrebbe perfino diventare un tormentone è Stai fusion,con una bella coralità, di taglio afrobeat e con  un testo decisamente controcorrente che richiama la fratellanza universale. Ciccio Merolla, però, non dimentica di essere stato un rapper: eccolo rielaborare l’hip hop con Fore e Se chiama ammore, mentre ci avviamo agli ultimi brani, molto ritmici. Non a caso, arrivano A tempo, con citazione per Nanà Vasconcelos, e il finale Mpast, che va dritto a Nusrat Fateh Ali Khan, compianto maestro del ritmo pakistano già alla corte di Peter Gabriel.

Ciccio Merolla entra di diritto nel Napule’s Power ideato da Renato Marengo, che spiega così questo riconoscimento: «Grazie alla passione per la musica e al talento per il ritmo, Merolla si è guadagnato nel tempo la stima di personaggi come Tullio De Piscopo, James Senese, Pino Daniele, Edoardo Bennato e soprattutto di Enzo Gragnaniello, con il quale ha a lungo collaborato, tutti protagonisti del mio Napule’s Power, movimento musicale di cui oggi Ciccio Merolla entra a far parte anche se di generazione successiva. Compositore e leader di formazioni funky, rock, di musica popolare, Ciccio è stato antesignano del rap napoletano, del reggae e di tanta musica afromediterranea che dal dopoguerra si produce , si suona, si scambiae si canta a Napoli».

Come dicevamo, a casa di Ciccio Merolla abbiamo ascoltato l’intero album e lo abbiamo trovato ricco di spunti che rilanciano il Napule’s Power come l’ha coniato Marengo. Ma andiamo a interpellare l’artista.

Ciccio, possiamo dire che questo è  un album dove il rap ancora appare, ma stavolta è «fuso» con altre musiche, specialmente quelle della tradizione mediterranea. A che punto siamo del percorso?
È un percorso in evoluzione, dove l’umorismo prende corpo per assegnare alla canzone un messaggio ancor più forte dell’incazzatura che avevo quando mi esprimevo con il rap. Ho approfondito il significato delle percussioni, quello che fanno in certe tribù africane che inventano un ritmo senza strumenti, con le mani e i piedi. Il percussionista che suona tutte le cose, un po’ come quei rumoristi che inventavano i suoni nei film, magari per riprodurre suoni delle foreste amazzoni. Ecco, io ho cercato di riprodurre il suono del vicolo, coi panni distesi che sbattono al vento e l’eco di una voce arriva da lontano. Un percussionista che cerca di produrre dei sogni, sogni e suoni, come un Jan Garbarek de noialtri.

Canzoni vere e proprie, con testi importanti, alcuni in dialetto napoletano; per questo, ti sei fatto aiutare da un giovane rapper: ce lo presenti?
Ho coinvolto per i testi il grande PeppOh che rappresenta la scena hip hop e cantautorale, vi consiglio di seguire quello che fa, ripeto io lo metto tra i più grandi di oggi. Poi con Pietro De Asmundis  alle tastiere e Andrea «Oluwong» Esposito alle macchine elettroniche abbiamo dato vita a un sound suonato in diretta, ci siamo «fusi» in tutti i sensi. 

Questa passione per le percussioni da dove proviene?
Vengo dai Quartieri Spagnoli, sono cresciuto tra Mario Merola e Miles Davis. Una volta da piccolo stavo guardando il Festival di Sanremo dove c’era un’orchestra che suonava, ma la mia attenzione era tutta rivolta a un musicista che usava ogni tipo di percussione. Ebbi come una folgorazione: voglio fare quello. Qui a Napoli in Galleria c’era un negozio Ricordi e comprai un paio di bongos. Ho iniziato a suonarli seguendo le canzoni di Bob Marley. Poi mi chiamarono per partecipare al film “Blues metropolitano” con Pino Daniele, facevo la parte del figlio di Peppe Lanzetta. Nell’occasione ho fatto conoscenza con Tullio De Piscopo che mi incoraggiò a continuare, c’era anche Rosario Jermano che si occupava di vestire di colori la musica con le percussioni. Fu lui a spronarmi a studiare per poter migliorare e perfezionarmi, è lui che mi ha insegnato a creare musica con le sole percussioni. 

Quali sono i maestri di riferimento?
Tanti, c’è da imparare da tutti. Ho preso lezioni sui tamburi da Karl Potter. Ricordo che andavo a Roma una volta alla settimana e ci andavo con al collo i miei tamburi. Giravo sul treno e in metropolitana con gli strumenti appresso. A pensarci adesso mi viene tenerezza, ma allora ci credevo così tanto che non mi rendevo conto. Per rimanere in Italia c’è il già citato Tullio De Piscopo, ma anche Toni Esposito e Tony Cercola che hanno aperto porte a tutti noi che siamo arrivati dopo. Poi Peppe Sannino e Giovanni Imparato hanno portato la cultura delle percussioni dal mondo latinoamericano e di Bali. Quando approfondisci l’uso di uno strumento che arriva da lontano, ti trovi a conoscere la storia dei popoli, e questo entra a far parte del tuo bagaglio di musicista a tutto campo.

Oltre ai concerti nelle piazze con formazione allargata, stai portando in giro uno spettacolo in solitario nei teatri: ce ne vuoi parlare?
Si chiama “Sono solo suono”, è la storia di un detenuto che si manifesta all’interno della sua cella dove suona tutto quello che vede, percuotendo l’armadietto e ogni oggetto possibile, il tutto accompagnato da canzoni cantate a braccio. Si crea un ritmo che apre alla melodia delle canzoni con una scenografia divisa su due piani. Infatti a un certo punto il detenuto immagina nel sogno di essere un vero artista e va al piano superiore dove l’attende un set di percussioni vere che lui inizia a suonare. Devo dire che il ritmo è qualcosa che collega i popoli, lo osservo ogni volta che suono in pubblico, in qualsiasi ambito, strada o teatro. Il ritmo e la musica mettono tutti d’accordo. Impariamo da questo.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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