La Scapigliatura: identità, tempo e Bellezza (intervista)

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© Gaia Dellera Ferrario

La Scapigliatura, duo cremonese formato dai fratelli Jacopo e Niccolò Bodini, rappresenta una delle proposte più  originali, colte e affascinanti del nuovo panorama cantautorale indipendente: una passione atavica e totalizzante per i grandi Maestri, da Guccini a Battiato, esperienze di studio apparentemente divergenti — Jacopo suona e studia Filosofia a Parigi fino a conseguire il dottorato, Niccolò si dedica alla Giurisprudenza a Milano concedendosi frequenti incursioni nel mondo della Musica e della cultura —, decidono nel 2014 di dare al loro amore per parole e note la forma di un progetto prima, e di un album poi: quello d’esordio, che porta il loro nome, pubblicato il 7 aprile del 2015 su etichetta Mescal, che vince la Targa Tenco 2015 per la migliore opera prima. Da allora, una lunga serie di live e di collaborazioni (tra le altre, nel 2017 sono opening act nel corso del Vietato Morire Tour di Ermal Meta).

Dopo quattro anni di pausa, ricerca e vita vissuta, i due fratelli tornano con un nuovo singolo, Ios Mykonos, disponibile su tutti gli store digitali dal 28 giugno, che anticipa il secondo album in uscita in autunno e che viene presentato così: «IOS MYKONOS? Io mi conosco? Un viaggio alla ricerca di se stessi, tra le isole greche, la filosofia e il ricordo di certi amori e certe estati che non passano mai. Ma come Ulisse, ciò a cui vorremmo tornare non esiste». Anche in Ios Mykonos ritroviamo le caratteristiche peculiari e inconfondibili del duo: echi di quei tanto amati Maestri come rari e preziosi inserti nella trama di testi che si fanno pellicole girate in presa diretta tra Mediterraneo e Nord Europa, tra i piccoli salti romantici delle Super 8 a mano e le contemporanee esperienze cinematografiche che rendono viva ogni sensazione, dai profumi delle strade ai tocchi del vento. Quanto ai suoni, è l’elettronica a esigere, potente e pudica insieme, il ruolo da protagonista, talvolta rendendo ipnotica un’ironia sottile ed elegante, talvolta accompagnando — ma sempre restando un passo indietro — abbracci e attese.

Abbiamo avuto modo di chiacchierare al telefono con Niccolò, e il risultato è un lungo, profondo, affascinante racconto di suggestioni e creazioni, di dinamiche e di approcci, di aspettative e speranze, che insegna, sprona e ispira come solo le finestre spalancate su anime con quella scintilla in più sanno fare.

IL VIDEO DI IOS MYKONOS

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LA NOSTRA INTERVISTA

Partiamo con la domanda più classica: qual è stato il vostro primo approccio al mondo della musica?
Diciamo che è una domanda che trova la risposta già nel fatto che siamo fratelli: in una famiglia numerosa — cinque figli, due maschi e tre femmine —, nostra mamma è sempre stata molto legata alla musica come strumento educativo: ci svegliava la mattina e ci metteva a dormire la sera suonando la chitarra, aveva collocato in tutte le stanze della casa un interfono già da allora, quindi ha sempre voluto, quasi fin troppo, che studiassimo musica. In realtà, mio fratello e io di lezioni ne abbiamo seguite tante, ma abbiamo studiato ben poco! Però questo ci ha permesso di coalizzarci nel nome del “ci piace suonare, ma non quello che ci fanno fare a lezione”, e così ci siamo trovati, io alla batteria e lui alla chitarra, a suonare insieme già dalla fine delle elementari, poi abbiamo creato un gruppo di musica punk al liceo, dunque il sogno l’abbiamo sempre cullato. E così a un certo punto, sebbene facessimo vite molto diverse — io a Milano a studiare Legge, lui in Francia a studiare Filosofia — ci siamo detti «cavoli, abbiamo canzoni già scritte e altre che ci piacerebbe scrivere, perché non proviamo a costruire un progetto con tanto di nome solo noi due?», e con il grande slancio tipico dei vent’anni ci abbiamo provato davvero; io ho avuto una serie di esperienze lavorative e di vita legate al mondo della musica, ho condiviso tanti momenti con Morgan, e l’idea ha col tempo preso più concretezza, portandoci a proporre i nostri pezzi a diversi addetti ai lavori compresa la Mescal, che è sempre stata un’etichetta all’avanguardia, con una attenzione speciale a tutto quello che sembrava non interessare alle altre etichette. Era in effetti l’etichetta che noi sognavamo, perché gli Afterhours, i Subsonica, i Bluvertigo, che la Mescal produceva, erano proprio il nostro mondo: con mio fratello fin da ragazzini ascoltavamo questo genere di musica, io a 14 anni ero già sotto i palchi degli Afterhours. Così, quando mi son trovato a lavorare con Morgan che aveva come management Valerio Soave, e Lele Battista, personaggio chiave sia nel mio rapporto con Morgan che con la Mescal, cantante de La Sintesi, produttore e vocal coach (è lui che ha prodotto il nostro primo album e anche quello di prossima uscita), che con la Mescal aveva già instaurato da tempo un rapporto di fiducia, stima e collaborazione, il nostro sogno si è tradotto in un disco che ci tenevamo avesse tutte le carte in regola per rappresentare un buon ingresso in questo universo. Poi, va detto, siamo molto ambiziosi, per cui cerchiamo di prendere sempre la strada più difficile e più lunga: non ce ne frega niente del minutaggio, di far entrare il ritornello dopo un minuto, di tutti quei canoni che tendenzialmente vengono richiesti dalla musica pop e che noi semplicemente non teniamo in considerazione, cosa che invece fanno molti colleghi, ma anche molte case discografiche. Ciò che ci ha definitivamente convinti che valesse la pena d’intraprendere questo percorso è stata la vittoria della Targa Tenco come migliore opera prima: a tre/quattro mesi dall’uscita dell’album eravamo al Premio Tenco a ricevere un riconoscimento del genere nell’anno dedicato a Guccini (quarant’anni dalla sua prima Targa Tenco), che è storicamente il mio cantante preferito — ne sono stato groupie dai 13 ai 20 anni, ma solo perché poi lui ha smesso —; suonare sul palco dell’Ariston nell’AntiSanremo (perché il Tenco è sempre stato un po’ quel tipo di mondo) e con Guccini, Vecchioni, Carmen Consoli, mi ha portato a pensare «allora forse le canzoni le so scrivere; magari il pubblico ci metterà un po’, è normale quando un progetto è caratterizzato da uno stile particolare, ma arriveranno, quindi andiamo avanti». Da allora, tanti concerti e aperture, fino a che, dopo due anni senza live durante i quali io mi sono laureato e mio fratello ha conseguito il dottorato, siamo pronti a pubblicare il nuovo album, sul quale abbiamo lavorato tanto. Per noi, un disco è una cosa importante: non è che scriviamo cento canzoni… ne scriviamo poche più di quelle che entrano nel disco, e non sono molte quelle che nascono in una manciata di minuti. Sono onesto: non capisco tanti colleghi quando alla domanda «cosa stai facendo in questo periodo?» rispondono «sto scrivendo il disco: ma se non fai altre cose, di cosa scrivi? Abbiamo pensato che scrivere un disco all’anno negandoci così la possibilità di viaggiare, di incontrare, di conoscere, non ci avrebbe permesso di fare l’album più bello possibile, che è la speranza che ogni musicista nutre quando si appresta a realizzare un nuovo prodotto.

Mi sembra di capire, quindi, che nel periodo adolescenziale i vostri ascolti fossero decisamente differenti rispetto a quelli della media dei vostri coetanei…
Assolutamente sì: io mi ricordo che già il giorno dell’esame di terza media mia madre si incazzò con me perché alle sei del mattino ero già sveglio, ma non per ripassare… per cantare Guccini con la chitarra e sfogare l’ansia! Le dissi semplicemente «guarda, mamma, è inutile che ripassi questi poeti, tanto tra cinquant’anni i poeti che si studieranno saranno Guccini e De André».

Tu e tuo fratello avete seguito, parallelamente alla carriera cantautorale, percorsi professionali che con l’universo dell’Arte in senso stretto hanno ben poco a che fare, come tanti dei grandi cantautori che hanno fatto la storia della musica italiana. In quale misura essi finiscono per influenzare il viaggio musicale?
In realtà, ne rappresentano la principale fonte; premessa: sia io che mio fratello abbiamo la fortuna di non fare cose che ci costringano a stare dalle otto di mattina alle sette di sera in un posto fisso, quindi è vero che si rinuncia a una stabilità di un certo tipo, ma dall’altra parte hai la possibilità di prendere e andare ovunque quasi ogni volta che vuoi. All’inizio del nostro percorso ci siamo chiesti: preferiamo fare un compromesso con la nostra vita o con la nostra Arte?, e la risposta è stata senza dubbio “con la nostra vita”. Per cui è meglio cercare di tirarsi il collo — mio fratello macina kilometri avanti e indietro, io faccio cinquecentomila cose contemporaneamente —, ma sapere che quando fai una canzone, la fai senza che nessuno debba e possa dirti come, beh, quella è una grande soddisfazione, perché l’opera resta anche dopo di noi. Dall’altra parte, fare cose che ci arricchiscano è essenziale. Lo dico in modo marxista, e dico qualcosa che può suonare come paleolitica, ma a me sembra uno dei concetti più intelligenti del mondo: se si fa un lavoro nel quale non si è se stessi, non si progetta, non si realizza, ma si opera per realizzare i progetti di qualcun altro secondo le modalità imposte da qualcun altro, non si riuscirà mai a essere felici, né liberi. Noi abbiamo la fortuna di fare un lavoro nel quale abbiamo il controllo di tutti gli ambiti, dall’ideazione alla realizzazione, e questo ci porta a incontrare, a conoscere, a confrontarci, tutte esperienze che poi vengono trasferite nelle nostre canzoni non in modo didascalico, ma filtrate attraverso il nostro stile. Anche in un pezzo come “Ios Mykonos” c’è di tutto, dal viaggio dopo la maturità a Tsipras, ai migranti, a Ulisse —  che è un topos psicanalitico, la metafora del ritorno senza ritrovare ciò che ci si è lasciati alle spalle — declinata da un lato con appunto il riferimento alle migrazioni (abbiamo dedicato il video proprio agli Ulisse di oggi), dall’altro in una dimensione più sentimentale, emotiva, della crescita, di un ritorno a casa che trova affetti e situazioni sempre diversi rispetto al momento della partenza. I significati, poi, vengono condensati talvolta in una frase, o addirittura aggiunti da chi ci ascolta. Molti, per esempio, ci hanno detto che in questo pezzo si avvertono forti richiami a Battiato, che per noi è un complimento enorme, ma ti giuro che non abbiamo mai pensato di fare un pezzo “alla Battiato”. Eppure viene fuori naturalmente, perché le influenze ti condizionano; per esempio, la metafora della metempsicosi che abbiamo inserito: certo, c’è introspezione, c’è magari la volontà di distinguersi da una certa banalità che caratterizza i testi che si ascoltano ultimamente… e allora ecco che ci dicono che ricordiamo Battiato. Ma Battiato, tra l’altro, non l’ha mai usata la parola “metempsicosi” in un suo testo! Però vieni associato a lui perché sei entrato nello stesso mondo, nello stesso immaginario. Ed è una grandissima soddisfazione.

Nelle primissime fasi del vostro creare, la Musica cosa volevate che esprimesse?
L’universo dell’intimità, quella incredibile moltitudine di sfumature e sfaccettature dell’esistenza che si possono ritrovare in una cameretta all’università. Volevamo trasmettere, all’interno di una dimensione mite e confidenziale, l’esubero di sentimenti che a quell’età è prepotente. Ci è sempre piaciuta, poi, l’idea di contrapporre la dolcezza a una certa ruvidità: la componente della dolcezza la vogliamo sempre mantenere, sia perché ci appartiene, sia perché riteniamo sia sottovalutata rispetto al bisogno che ne abbiamo tutti. Certo, servono la grinta, la carica, l’energia, ma come diceva Che Guevara “bisogna essere duri senza perdere la tenerezza”.

Hai fatto cenno al rapporto con Morgan, decisamente importante tanto per la tua crescita personale, quanto per quella professionale: qual è stato il terreno comune sul quale vi siete incontrati?
La cultura: a vent’anni, io lavoravo con Elisabetta Sgarbi prima in Bompiani e poi alla Milanesiana, e lei, da sempre molto amica di Morgan, me l’ha fatto conoscere. E così una sera eravamo a chiacchierare in un camerino della Milanesiana e lui mi fa “ma tu quanti anni hai?”, e quando gli dico che ne ho venti, mi risponde “cavoli, mi sembra strano che un ragazzo di vent’anni abbia questo genere di interessi: scambiamoci i numeri”. Un mese dopo, ero in vacanza in Sicilia e lui mi ha effettivamente telefonato dicendomi che s’apprestava a ricominciare X Factor su Sky, chiedendomi se avessi voglia di collaborare con lui. Tutto è nato, in realtà, da Epicuro: lui ne stava recitando un saggio, io mi sono emozionato e ne ho completato una frase, poi siamo passati a parlare di Gligorov, l’artista che ha di fatto scoperto i Bluvertigo e realizzato la copertina dell’album “Metallo non metallo”… tornando a Morgan, ammetto che ci son rimasto male per le sue dichiarazioni a favore di Salvini, ma so che le persone quando sono in difficoltà tendono a dire cose che non pensano. Conosco un Morgan diverso da quello che si sta manifestando adesso: lui ha sempre avuto il coraggio di andare contro tutti, contro gli autori televisivi, di portare Tenco e Jannacci sul piccolo schermo, di fottersene delle imposizioni, di andare anche contro Maria De Filippi: il suo discorso era “Metodo Montessori, ha ragione l’alunno e non il maestro se l’alunno si lamenta perché lo insulto quando non sa chi è Tenco?  No, mi spiace”, e così si è chiuso il rapporto professionale con lei. Lui è uno che ha avuto il savoir-faire, il carisma, e soprattutto il coraggio di andare in televisione e far vedere che lì se la media culturale delle persone è dieci, si tende a puntare due spanne sotto così si è sicuri di prendere tutti. Morgan, invece, ha dimostrato che si può puntare anche molto più in alto e avere seguito, avere successo. Ha dimostrato che la cultura condiziona la natura delle persone, e questo è importantissimo: Morgan è uno di quelli che han provato a migliorare la natura delle persone partendo dalla cultura. E questa cosa qui ci ha legato molto: sono sempre stato una persona ricettiva, e lui è uno che ha sempre avuto tanto da insegnare.

Restando sempre nell’ambito della cultura di massa e del suo influenzare atteggiamenti e natura, mi viene da farti una domanda sulla vostra scelta di inserire L’antisociale, cover de Il sociale e l’antisociale di Francesco Guccini, nel primo album: c’è oggi, secondo te, un atteggiamento così antisociale da risultare il più sociale di tutti?
Questa domanda mi fa tornare alla mente una cosa sulla quale riflettevo lo scorso anno guardando il concertone del Primo Maggio: a un certo punto si è formata sul palco una superband indie ed è partito un tributo agli Skiantos assolutamente lodevole. Però, alla fine, hanno detto una cosa che mi ha lasciato un po’ perplesso: “il motto degli Skiantos era fare schifo, quindi ricordiamoci di fare schifo!”. Allora ho pensato: cazzo, ma gli Skiantos invitavano a fare schifo in una società perbenista, in un contesto molto rigido, nei quali fare schifo era un valore. Adesso che siamo in una società molto liquida — (Zygmunt) Bauman l’ha definita perfettamente —, nella quale tutto fa schifo, forse gli Skiantos direbbero “ricordiamoci di fare i compiti”. Un certo tipo di gentilezza, oggi, è indice di una controtendenza, il che è strano, mi fa paura. Ricordiamoci che il motto dei fascisti era “me ne frego”, mentre Don Milani diceva “mi prendo cura”. Non intendo suonare cristologico, ma lo dico perché  va riconosciuto, che si sia credenti o meno, che l’unico che ultimamente ha preso posizione in modo netto sui migranti è stato il Papa. Non si può dire altro. Fratoianni e il Papa. Uno che si è indebitato personalmente per mettere in mare una nave  che va a salvare i migranti, e l’altro che potrebbe tranquillamente fare gli interessi dei potenti e invece prende posizione, tanto da attirarsi ire e scatenare rivalità all’interno della Chiesa stessa. Lo trovo surreale. Torniamo alla rivoluzione della gentilezza. Ma di una gentilezza che sappia anche essere incalzante. Noi ci crediamo. Oddio, gentilezza poi fino a un certo punto, ché di fronte alle provocazioni è doveroso dire la propria. Non ho nulla contro Cosmo, per esempio, ma scrivere un articolo nel quale si afferma che Guccini non era un rivoluzionario perché non andava ai rave e non assumeva droghe e poi tacere quando i migranti vengono abbandonati in mezzo al mare è sintomatico di una disonestà intellettuale. Non possiamo essere rivoluzionari solo quando ci conviene.

Un discorso estremamente interessante che meriterebbe lunghi approfondimenti che purtroppo qui non possiamo concederci. Torniamo, perciò, all’Arte: un aspetto che mi ha colpito molto dei vostri testi è l’estrema ricchezza in termini d’immagini. Uno stile fortemente cinematografico, dall’alto grado di suggestione.
Grazie, questo è un bellissimo complimento. È proprio così, intendiamo sempre ragionare per immagini: mio fratello ha fatto una tesi di dottorato sugli schermi e sul rapporto tra gli schermi e il desiderio, quindi è anche una persona che, avendo studiato queste cose, si è posto il problema da molti punti di vista; ogni volta che scriviamo, da me e da lui partono input diversi figli delle nostre differenti esperienze, ma scriviamo quasi sempre insieme e anche quando un testo e una musica nascono istintivamente da uno, non arriviamo mai a considerare un risultato pienamente raggiunto se anche l’altro non è d’accordo su ogni dettaglio. I nostri due immaginari hanno una componente in comune — lo stesso modo di vedere le cose — ma ci attirano elementi diversi, quindi è sempre bello riuscire a fonderli: io sono più affascinato dalla componente letteraria, dalla parola, mentre lui dall’estetica, io sono più barocco, lui più leggera, e ci smussiamo a vicenda. Smontiamo anche la figura classica del cantautore che se la canta e se la suona: Guccini sul finire degli anni ’70 diceva “io detesto la parola cantautore perché mi sembra un’invenzione giornalistica, un po’ come quella dei Romani che, non avendo mai visto una giraffa prima, la chiamarono camelopardo”. In realtà, lui si è sempre definito un cantastorie. E il bello delle storie è che, modificandosi sotto l’azione della Storia, si arricchiscono. Così anche noi, quando ci fermiamo a pensare a una storia che vogliamo raccontare, ci diciamo che non avrebbe senso se a raccontarla fosse uno solo di noi. E, confrontandoci, ci mettiamo in discussione, senza preoccuparci dei punti della SIAE. (ride, n.d.r.) Suggestioni diverse, dunque, ma se le metti insieme ascoltando l’intero disco, non riusciresti a percepire in modo netto queste differenze.

Come si traduce in musica una suggestione che deriva da una forma d’Arte differente, sia essa il Cinema o qualsiasi altra?
Dal punto di vista prettamente tecnico, si parte sempre dalla metrica, che deve avere una musicalità di per sé: quando pensi a una canzone, a una melodia, stai sempre pensando alla metrica che su quella melodia poggerà. Dal nostro punto di vista, cerchiamo di preservare la forma della canzone nella metrica, di non inserire — a meno che non siano assolutamente volute e a fuoco — delle distorsioni, delle variazioni, delle interruzioni brusche. Tutto sta nella capacità di tradurre le suggestioni della vita in parole… ed è un gran casino: talvolta ne scrivi contemporaneamente quindici, di testi, per uno stesso pezzo. Però il bello di essere in due è che ti rapporti costantemente con una persona  nei confronti della quale nutri la massima fiducia; noi, tendenzialmente, scriviamo molto sulle musiche: nel primo album partivamo dalle chitarre, per quello in arrivo (per non ripeterci) abbiamo organizzato vere e proprie sessions sulle quali abbiamo impostato poi i testi, sintetizzando mille macrotemi e, come si diceva, suggestioni. Poi, io sono sempre stato affascinato dalle poesie e dai sonetti, ma anche dalla musicalità degli accenti regionali, che è data da una metrica naturale che abbiamo dentro di noi: per esempio, i toscani hanno l’endecasillabo, i lombardi hanno l’ottonario, e nella nostra cultura popolare componiamo seguendo questo spontaneo schema. Chiaramente, quando scriviamo le canzoni non ci soffermiamo a pensare a quale metrica seguire, ma queste propensioni finiscono comunque nelle canzoni stesse. Morgan mi ha sempre detto che ogni parola si può mettere in musica, ma solo se si ha un po’ di tecnica: ecco, credo che noi di tecnica ne abbiamo più in questo ambito che nel fare assoli di chitarra, ma lavoriamo costantemente per affinarla.

Un elemento peculiare del vostro comporre è rappresentato dal passare di sonorità in sonorità anche nell’ambito di uno stesso pezzo: come nasce lo scheletro musicale sul quale andate a innestare le variazioni?
Esatto, nel primo disco è avvenuto proprio questo… ma in un esordio, di solito, cerchi sempre di mettere tutto ciò che sai e che ti piace, correndo il rischio che diventi troppo. Alla fine, l’unico difetto che io riscontro in quell’esordio — che mi piace tantissimo e trovo altrimenti perfetto — è proprio il non avere una coerenza di sound che potesse identificarci. Abbiamo perciò deciso, per il prossimo album, di partire dagli elementi principali del primo (la scrittura è esattamente la stessa) , scremarne altri, prendere una batteria elettronica, un sintetizzatore e una chitarra elettrica e provare a mettere insieme lo scheletro sonoro della canzone. Nel primo disco procedevamo così, ma poi entravamo in studio e pensavamo “cavoli, qui però ci starebbe bene un’orchestra, mettiamoci gli archi veri!”, che da un lato è bellissimo, ma dall’altro non sarebbe più stato coerente col nostro desiderio di maturare, di tirar fuori un sound che comprendesse il meglio di quel disco, ma fosse ancora più a fuoco.

E qual era il meglio di quel disco, il suo nucleo?
Abbiamo variato un po’ gli argomenti, perché scrivere delle stesse cose non crea alcun tipo di stupore, ma abbiamo assolutamente preservato il nostro stile. Tornando al primo album, anche “Morbida”, che sembra così pazza rispetto alle altre, ha un suo senso: un pezzo elettronico, alla Talking Heads, psichedelico… per cui ci siam detti: ora cosa possiamo provare a fare? Possiamo provare a fare musica da club, bella, un po’ influenzata dai The xx, dai The National, dai Big Red Machine, un’elettronica internazionale suonata, pezzi che funzionino bene da soli, senza le parole, per poi metterci su “il cantautore”. E allora lì viene fuori ciò che aveva provato a fare, con grandissimi risultati, Franco Battiato con “La voce del padrone”, “Patriots”, e altri album.

Hai anticipato la mia domanda, perché stavo proprio per chiederti come nasce quella che io stessa, all’ascolto, avevo etichettato come “elettronica d’autore”: di primo acchito e senza competenze specifiche, si potrebbe pensare che l’elettronica non sia affatto duttile. E invece…
E invece è la cosa più duttile che c’è, soprattutto perché è schematica: nel momento in cui hai un canone, il loop, che è caratteristico dell’elettronica, e riesci a trovare una frase di batteria, una frase di sintetizzatore, o di basso, facendole partire una dopo l’altra o spegnendole qui e là, creando una specifica atmosfera, riesci anche a farla girare per minuti e minuti senza che le persone escano dal viaggio sonoro, ma anzi arricchendo quel viaggio e implementandone la suggestione aggiungendo o sottraendo piccoli elementi. Il loop, in realtà, è dunque il massimo della libertà, perché con una sola cosa puoi farne mille, e ti muovi all’interno di quello spazio: invece di stare a studiare l’accordo che s’abbina, talvolta anche furbescamente, al momento emotivo alla strofa, ne hai quattro e con quei quattro riesci a cantare dentro di tutto, dal melodico al rap. La sfida è quella di costruire l’intera impalcatura del pezzo entro il vincolo del loop: se prendi, per esempio, “Summer on a solitary beach” di Battiato, lì di accordi ce ne sono esattamente due, dall’inizio alla fine, ma ci fa dentro riff, strofa e ritornello, tanto che sembrano tre pezzi diversi. Eppure gli accordi restano sempre due, e si alternano alla stessa velocità. Ecco perché spesso ci dicono che ricordiamo Battiato: si tratta dello stesso immaginario. Il bello è che ci eravamo detti in premessa “lo imitano tutti, non cadiamoci anche noi”… e invece lo stesso tipo di approccio e lo stesso tipo di energia li abbiamo ritrovati nel nostro disco pur mantenendo una identità personale.

Venendo a questo nuovo singolo, qual è stata la sua primaria ispirazione? Perché proprio la Grecia?
L’interrogativo primordiale tutti ci poniamo; così come Gaber e altri artisti che hanno messo interrogativi filosofici alla base della loro poetica, anche noi abbiamo provato a esplicitarli in un contesto pop (Ios e Mykonos sono due fra le mete più pop del mondo; la Grecia, oltretutto, è un luogo a noi molto caro, avendo trascorso lì le vacanze in famiglia col camper per molti anni, girando tutto lo stato. Quindi c’è il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza, che ti porti dentro, ma anche, per esempio, il ritorno di mio fratello su quelle isole esattamente dieci anni dopo il viaggio della maturità fatto con la fidanzata di allora e gli amici; quindi, un sommarsi di suggestioni sonore ed emotive, la filosofia, i giochi di parole con Ios per dire “sì” e “Naxos” per dire no per ingannare la noia sulla nave da ragazzini… abbiamo unito il tutto ed è nato questo pezzo.

I vostri testi sono caratterizzati da una leggerezza di fondo, che talvolta si palesa in forma d’ironia e che, per quanto ossimorico possa suonare, ne innalza la profondità: si tratta di un elemento importante, per voi?
Assolutamente sì: è sempre presente la voglia di non prendersi troppo sul serio anche quando ci si pone interrogativi e si trovano risposte importanti, perché chi si prende troppo sul serio spesso finisce per vivere nel mito di se stesso, e quelle risposte le perde di vista; è importante essere determinati e prender posizione rispetto al male e al bene, ma è altrettanto importante sapersi mettere in discussione quando qualcuno ti dimostra che sbagli. E l’unico modo che hai di accettare che puoi sbagliare è essere leggero, perché ci sono concetti talmente gradi che se ne può parlare solo per approssimazione, e la verità sta ovunque, nessuno può pensare di detenerla.

Di che genere di album questo singolo rappresenta l’anteprima?
Intendiamo fare un disco insieme accattivante e profondo, che trae le sue suggestioni sonore da Bon Iver, dai The National (che sono attualmente il gruppo preferito sia per me che per mio fratello), da Elliott Moss, dai Cigarettes After Sex, con uno sguardo, quindi, un po’ internazionale. Ti svelo una cosa: a differenza di mio fratello, che è un onnivoro quando si tratta di ascolti, io sono sempre stato più italianofilo, proprio perché magneticamente attratto dalle parole nella nostra lingua. Ascoltare un pezzo senza comprendere fino in fondo i riferimenti del testo — per quanto bene si possa conoscere l’inglese, nessuno di noi ha un riferimento preciso a quel tipo di immaginario —  non riesce mai a darmi ciò che mi dà un pezzo in italiano; ultimamente, nel complesso, trovo un po’ di staticità in quell’universo indie che ho sempre amato, e perciò mi sono spinto verso territori che mai avrei creduto di battere. E da lì sono nate influenze che hanno prodotto una comunione d’intenti molto maggiore con mio fratello. Un disco, quindi, che (non mi vergogno di ammetterlo) si nutre di forti influenze straniere.

Tra gli artisti dell’attuale panorama, c’è qualcuno che vi appare più affine al vostro modo di concepire il far Musica, il produrre Arte?
Ti cito Pupi Avati, che in una intervista da Marzullo ha ammesso candidamente di non riuscire a gioire del tutto per i risultati ottenuti dai suoi colleghi! D’altra parte, è anche uno stimolo, perché ti fa venir la voglia di dare sempre di più e ti porta a capire che non hai soltanto tu la chiave delle cose. In tutti quelli che “funzionano” ci sono cose che mi piacciono molto e cose che mi piacciono meno, ma quelle che mi piacciono meno, che al mio sguardo assolutamente soggettivo appaiono incomplete, cerco di completarle con quello che so fare io anziché giudicarle sterilmente. Calcutta, Cosmo, Motta, Brunori, Thegiornalisti, sono tutti artisti dai quali mi lascio contaminare, fonti d’ispirazione. Ovviamente, poi, ci sono maestri che val la pena di mantenere sul piedistallo, perché hanno tutte le ragioni per star lì: Baustelle, Afterhours, Subsonica, i Bluvertigo, ma anche Guccini, Paolo Conte, De Gregori, Venditti, che hanno ancora tanto da dire e dai quali abbiamo ancora tanto da imparare.

Nei quattro anni trascorsi tra la pubblicazione del primo album e questo singolo, anni che vi hanno visti impegnati soprattutto su fronti di studio e professionali extra-artistici, c’è stato il tempo anche per una ricerca musicale nuova?
Ancora mentre registravamo il primo album io ho iniziato il mio lavoro di emancipazione dagli ascolti esclusivamente italiani, come ti dicevo prima. Nel frattempo, sono uscite cose clamorose nel mondo che sono in grado, secondo me, di creare una prospettiva nella quale a noi piacerebbe collocarci: riuscire a mantenere le proprie caratteristiche di italianità pur avvicinandosi non solo ai suoni spagnoli che vanno per la maggiore, ma anche a quello che è nato negli ultimi anni in Francia, in Inghilterra, in Germania, sarebbe l’ideale. In un’epoca di forte contaminazione, avere la possibilità di essere non solo ascoltati, ma anche riconosciuti e apprezzati al di fuori dei confini che ci appartengono crediamo sia un risultato per il quale val la pena di rischiare, di mettersi in gioco. La nostra strada è, comunque, quella di essere autentici: e siccome nella fascia d’età tra i 20 e i 30 mi sembra ci sia attualmente un approccio artistico molto diverso dal nostro, non possiamo far altro che marcare la nostra diversità. Ci è stato chiesto molte volte dalla nostra casa discografica di provare a fare Sanremo Giovani, come tanti colleghi della Mescal, da Ermal Meta a Cordio, bravissimi, hanno fatto: non dico che non avremmo le possibilità concrete per tentare anche quella strada; semplicemente, di bruciare una canzone in tre minuti a noi non interessa, perché pensiamo che ci siano persone —  dall’altra parte di un telefono come nel tuo caso, o di uno schermo, o di un qualsiasi altro media — che apprezzano anche questo. Ed è proprio la forza di pensare di non essere i soli a guardare la cosa da questa prospettiva che rappresenta uno sprone a continuare su una determinata linea. Certo, ci sono momenti di frustrazione e di insicurezza, come è naturale che sia, ma mi hanno sempre insegnato una cosa: quando vieni chiamato a mostrare ciò che sai fare, c’è sempre una componente di fortuna o di sfortuna che puoi ridurre al massimo se ti prepari. E noi ci prepariamo, tutti i giorni, certi e soddisfatti delle nostre capacità.

In cosa individui, dunque, il limite/i limiti più grande/i dell’attuale mercato discografico, nonché della radiofonia?
In quello che ti dicevo all’inizio di questa nostra chiacchierata: si individua un livello e si punta due spanne più sotto, così da esser certi di catturare l’attenzione di tutti. Tutto quello che sembra un millimetro sopra il livello medio già è troppo alto. Si punta al ribasso, dunque, e perciò poi non c’è da stupirsi se alcune persone non si sentono rappresentate. Però, come diceva Gaber, libertà è partecipazione: quindi è fondamentale esserci, essere protagonisti del cambiamento e non subirlo passivamente.

Osservando le classifiche, appare sempre più evidente che tra un certo tipo di cantautorato e i nuovi artisti del mondo trap/rap esista una crasi profonda.
Il cantautore oggi è una maschera, non esiste: esiste l’artista. Di artisti ce ne sono tanti, in ogni genere musicale, e l’artista resta, immortale, a prescindere da quanto tempo gli ci voglia per essere compreso. L’immortalità dell’Arte è tutto ciò che conta, per quanto mi riguarda. Non mi piace ragionare per scatole, per categorie: d’altra parte, però, manca la voglia di mantenere una identità, e nel postmoderno nel quale tutto è stato detto e fatto, l’identità la si può creare solo prendendo il meglio di quanto abbiamo costruito e inventato e filtrandola attraverso le proprie qualità. Del ruolo del cantautore m’interessa la capacità di arrivare all’essenza delle cose, a quella immortalità, appunto. Tutti siamo condizionati dalla realtà immanente e spesso questa realtà ci impedisce di immaginare che esistano alternative, che le cose possano cambiare e cambino continuamente trovando uno spazio che ora non pensiamo possano trovare perché valgono a prescindere dal tempo nel quale sono nate. Ci dimentichiamo che i giovani che stanno crescendo adesso, che stanno finendo adesso le superiori, già pensano in modo contrastante rispetto alla generazione precedente: così se noi, tirati su in un mondo di estrema rigidità, siamo diventati ossessivi nella perversione, i ragazzi che hanno dieci anni meno di noi hanno tempi di concentrazione molto più lunghi di noi, e leggono molto più di noi, sebbene con modalità differenti. La sfida è riuscire a far sì che la cultura, l’Arte, si adattino a quelle nuove modalità, a quei nuovi strumenti, conservando la loro immortalità. E il sogno è quello di creare il Bello oggettivo, che esiste, e non è riproducibile, ma può nascere ancora mettendo se stessi nella forma del proprio tempo. Essere tempo in un’epoca senza tempo. 

Questa è la pagina Facebook ufficiale del duo.

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