Con i Muse, San Siro diventa elettrica

0
Muse in concerto allo Stadio San Siro di Milano, 13 luglio 2019 © Foto: Riccardo Medana

Ore 21: qui a San Siro gli spalti sono discretamente gremiti, il sole inizia a calare e l’imbrunire a colorare la scena di un viola-bluastro che sarà il Leitmotiv della serata. Di Bellamy, Wolstenholme e Howard ancora nessuna traccia. La musica in playback riempie i silenzi, creando un sottofondo da sala d’attesa, mentre i tecnici trafficano sul palco per sistemare gli ultimi dettagli.

Siamo tutti sulle spine in attesa del grande evento, la seconda data dei Muse qui a Milano. Qui a San Siro. Dopo la prima sera che ha segnato il debutto italiano del loro “Simulation Theory World Tour”, il trio si concede ancora una volta nelle sue vesti più scintillanti, bissando la loro narrativa ormai consueta da Space Invaders del nuovo millennio.

Ore 21.20: Finalmente qualcosa si smuove. L’enorme led si illumina dando vita a un susseguirsi di luci intense che immergono il palco in un’atmosfera neo-futurista, traghettata da una coreografia di ballerini antropomorfi ma quasi alieni. Si muovono lungo tutta la passerella che dal palco si propaga fino a un’isola esagonale, immersa nel turbinio del PIT.

La band intona Algorithm e Bellamy appare vestito in pelle, munito di borchie e occhiali a led con Wolstenholme e Howard a sostenerlo dal fondo del palco.

Non avevo mai visto un concerto dei Muse. Li avevo abbandonati dopo Black holes and revelations, dopo che la loro popolarità aveva infastidito il mio ego da adolescente snob che voleva i Muse tutti per sé, come se fossero un torbido segreto da custodire, da non dire a nessuno se non a sé stessi, ascoltandolo e riascoltandolo nella penombra della propria stanzetta e godendo di un’eterna esclusiva. Invece, la loro unicità ha conquistato tutti. Anche quelli che non meritavano di conoscerlo, questo segreto. Quelli che si fermavano alle luci, ai led, agli alieni e alle stranezze, senza grattare la superficie.

Il mio cuore si è fermato lì, ai loro cupi esordi, a Unintended di Showbiz, alla struggente Citizen erased. Ma nel frattempo l’adolescente snob cresciuta, è ormai capace di fare le dovute distinzioni e sa apprezzare la complessità di uno spettacolo travolgente anche se non si tratta più dei Muse esclusivi che risuonavano dal lettore CD.

Perché di spettacolo si è trattato in tutto e per tutto. Dopo Algorithm, la band prosegue subito con Pressure e la setlist continua al galoppo con Psycho, Break it to ne, Uprising e Propaganda. Ecco che il distorsore inizia a delirare fra le dita di Bellamy incitando il pubblico a rispondere a tono di suoni distorti. Qualcosa preannuncia che si tratta proprio di lei: Plug in baby. Il pubblico esplode e c’è ben poco da aggiungere.

Il trio si muove in perfetta sintonia, con Wolstenholme a rifinire le melodie con la sua backing voice e la preziosa chitarra, con Howard che picchia duro su quella batteria, sostenendo Bellamy nei suoi virtuosismi vorticosi e perfetti.

Lo spettacolo di luci ipnotizza, perché sommerge l’intero stadio e lo illumina quasi a giorno, anche se un giorno illuminato da luci rosso fuoco e violetto-bluastro lo si vede forse su un pianeta lontano da questa terra. Ed è così che i Muse ci fanno sentire. Anni luce lontani dalla monotonia meschina dei giorni terrestri. Spavaldi e superbi. Del resto, con gli occhiali da Thug life a led saldati al cranio, Bellamy incarna tutto questo alla perfezione.

Le luci camminano sui ballerini coreografati che fanno l’orlo ai bordi del palco, incorniciandolo  e muovendosi con sicurezza su tutta la sua lunghezza. La setlist intanto prosegue spedita e il pubblico è particolarmente partecipe in Supermassive black hole, Hysteria e Madness. Appena intona Mercy, Bellamy si fa una gita al PIT per toccare le mani del pubblico e concedersi questo bagno di folla. Dopo Time is running out sembra risuonare in lontananza il riff del finale di Micro Cuts, ma è un breve interludio che non trova sfogo e si prosegue con Take a bow e poi Starlight.

Bellamy intona Stockholm syndrome ed ecco che sul palco appare una gigantesca figura. Un losco scheletro alieno gonfiabile. Quasi sembra un ologramma ben piazzato che si affaccia minaccioso sul pubblico, sovrastando i componenti della band che appaiono come dei minuscoli fiammiferai di fronte all’immensità di questo essere. Indifesi solo all’apparenza, perché continuano a sferrare riff senza sosta proseguendo fino all’immancabile New born e una cover dei Deftones (Headup) a chiudere il medley.

Con l’armonica di Wolstenholme (che ne lancerà ben tre al pubblico, prima di terminare il suo preludio in stile spaghetti western) i Muse si accingono verso il gran finale con Knights of Cydonia.

I Muse hanno saputo tenere il palco per tutta la durata del concerto, senza un attimo di tregua o di fiacca. Tutti i tachimetri a 300 km/h, pronti per il decollo. Niente di meno.

Setlist:

Algorithm (alternate reality version)
Pressure
Psycho
Break it to me
Uprising
Propaganda
Plug in baby
Pray (High Valyrian) (cover Matt Bellamy)
The dark side
Supermassive black hole
Thought contagion
Interlude
Hysteria
The 2nd law: unsustainable
Dig down
Undisclosed desires
– STT Interstitial 1 –
Madness
Mercy
Time is running out
Houston jam
Take a bow
Prelude
Starlight

Encore:
– STT Interstitial 2 –
Algorithm
– STT Interstitial 3 –
Stockholm syndrome – Assassin – Reapers – The handler – New born- Headup (cover Deftones)
Knights of Cydonia

Le foto del concerto dei MUSE allo Stadio San Siro di Milano, 13 luglio 2019

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome