Braschi, “Il cuore degli altri” è un nuovo sguardo (intervista)

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Braschi, classe 1991, cantautore romagnolo, ha pubblicato lo scorso 5 luglio su tutti gli stores digitali il suo nuovo singolo, Il cuore degli altri, che il giovane artista definisce un inno di condivisione reale molto lontano, per tematiche e sonorità, dalle atmosfere tipiche della musica estiva: «È il momento più sbagliato dell’anno per far uscire una canzone come questa, ma forse non esistono momenti giusti o sbagliati per dire qualcosa quando hai la necessità fisica di farlo».

Nel suo curriculum, anche un’esperienza di un anno negli States che lo vede lavorare con JD Foster e i Calexico: il risultato, nel 2014, è un EP da quattro brani, Richmond, che Braschi presenta live in diverse grandi città americane. Il ritorno a casa prende la forma di Nel mare ci sono i coccodrilli, dedicato al tema sempre drammaticamente attuale delle migrazioni, con il quale l’artista partecipa alle selezioni di Area Sanremo vincendole e approdando alla Sezione Giovani della kermesse, e di una successiva raccolta, Trasparente: Acqua e neve, il secondo singolo estratto, viene presentato dal cantautore al Concertone del Primo Maggio 2017. Nei mesi successivi, tanti live (è stato opening act de Le Luci della Centrale Elettrica, di Francesco Gabbani e di Fabrizio Moro), un bis sul palco di Piazza San Giovanni nel 2018 (quando sale sul palco esponendo il cartello “Musicista disoccupato. Cerco concerti”, una provocazione finalizzata ad accendere i riflettori sulla precarietà che del mestiere di far musica è triste peculiarità), e il Premio Bindi NUOVOIMAIE, sempre nel 2018. Adesso, un nuovo singolo e il progetto del primo album, ancora in via di definizione.

Autore e interprete essenziale e intimista, dalla penna chiaramente intinta nel calamaio della migliore canzone d’autore italiana e anglosassone, già capace di lasciar intravedere sprazzi di delicata raffinatezza, in questa lunga chiacchierata Braschi ci ha raccontato genesi e orizzonti di un ribaltamento di prospettiva personale e professionale che si augura lo conduca a costruire una identità artistica il più possibile libera, sincera e ispiratrice.

IL VIDEO UFFICIALE:

Diretto da Jacopo Farina, già collaboratore (tra gli altri) di Cosmo, Ghemon e Gazzelle, il video «vuole raccontare la varia umanità che affolla quel luogo con la necessità di salvare nella testa, nella memoria o anche solo tra i GB del telefono un po’ della bellezza che hanno intorno. Sposini giapponesi alla ricerca del loro scatto migliore, comitive di turisti russi, famiglie con bimbi vivaci, coppie di anziani alla ricerca di un po’ di refrigerio, tutti legati da qualcosa di fragile, istantaneo, effimero e anche bellissimo».  E Braschi aggiunge: «Siamo tornati sul Lago di Braies a Dobbiaco sulle Dolomiti per ritrovare l’ambientazione dove è stata scattata la foto di copertina. Ho scelto quei luoghi perché sono quelli della mia infanzia ed evocano ricordi bellissimi».

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LA NOSTRA INTERVISTA:

Come e quando ti sei avvicinato alla Musica?
La risposta, purtroppo, è un po’ banale: come tutti, da piccolo, con la classica band delle scuole medie con la quale provavo nella cantina di mia nonna. Da quel momento, la Musica è diventata sicuramente la più grande passione. Poi, nel corso degli anni, è maturata la consapevolezza e dopo vari scontri — familiari, ma anche tra me e me — ho capito che poteva diventare il mio lavoro. E tutt’oggi siamo qui a combattere per questo fine. Fare Musica ha rappresentato la risposta a un moto interiore al quale ho dovuto per forza dare ascolto, qualcosa di talmente forte che proprio non puoi fare a meno d’assecondarla: io ho frequentato il liceo classico e poi qualche anno di giurisprudenza, ma ho dovuto lasciare perché mi son reso conto non solo di star perdendo tempo, ma di essere infelice. Una scelta che ha anche delle controindicazioni, perché la Musica ti dà e ti toglie tutto allo stesso tempo, ma ne vale sempre e comunque la pena.

Gli ascolti che ti hanno formato più di tutti?
De André e De Gregori in primis, folgoranti. Guccini, Gaber, Dylan, Waits, Springsteen. Ma anche tantissimi artisti contemporanei. Però, i primi due maestri che ho nominato sono stati il motivo per il quale ho deciso di fare questo lavoro. Di loro ho amato tantissimo la forza che hanno attribuito alle parole — che, come diceva Moretti, sono importanti —  e alla possibilità di tracciare con essere delle linee, di descrivere la vita, la propria felicità. 

Restando sul discorso relativo alle parole, ho letto che la tua esperienza negli States è nata su consiglio di qualcuno che ti diceva che qui per le tue non ci fosse spazio…
Esatto. In effetti, dopo il liceo tendevo ad ascoltare tanto (troppo) i pareri delle persone convinte di sapere cosa sia giusto per te. Mi sentivo continuamente dire “ma sì, fai bene, vai all’estero ché ci son molte più possibilità!”, quando in realtà è vero, ma solo in parte: io canto in italiano, questo è il mio paese, e mi piace stare qui. Infatti, dopo quasi un anno negli USA  e l’esperienza con i Calexico che ha portato alla pubblicazione di un EP con loro, sono tornato qui e ho iniziato il percorso che mi ha portato al Festival.

Hai detto che le difficoltà del far Musica sono le medesime qui e altrove. Ma relativamente all’approccio alla professione, e alla Musica stessa come forma d’arte, quali differenze hai riscontrato fuori dai nostri confini?
Se parliamo in senso stretto del mestiere del musicista, ho percepito un maggiore rispetto da parte di coloro che abitualmente frequentano l’ambiente dei concerti: in Italia, se sei sotto una determinata soglia di popolarità e di fama è piuttosto difficile farti ascoltare anche se ti trovi a fare da opening act, perché aspettano tutti il “main event”. Invece, la cosa che ho notato suonando negli Stati Uniti è che l’emergente, a prescindere dalla sua età, ha la stessa importanza e attira l’attenzione tanto quanto il cantante più o meno celebre che vien dopo. Chiaramente, ci sono anche tanti lati negativi, e per chi canta in italiano il nostro Paese rappresenta ancora, a mio modo di vedere, il luogo ideale.

Tornando al tuo EP con i Calexico, com’è nata questa collaborazione?
Al tempo, io lavoravo con il produttore JD Foster, che aveva spesso collaborato con loro, e apprezzando le mie canzoni ha fatto da ponte. Quindi le canzoni hanno rappresentato il terreno comune sul quale ci siamo incontrati.

Qual è stato il più importante insegnamento che hai portato a casa da questa avventura oltreoceano?
L’approccio a questo mestiere come se davvero fosse artigianato: impegno quotidiano, laboratorio costante e tanta pazienza, perché i risultati arrivano molto dopo rispetto al momento nel quale ti siedi e ti metti all’opera. In realtà, sull’aspetto della pazienza devo ancora lavorare parecchio: sono un tipo un po’ fumantino, che vuol cercare di approdare ovunque velocemente. Ma l’esperienza mi sta insegnando che devi necessariamente fermarti, respirare e attendere.

Relativamente all’esperienza sanremese, invece, rispetto al tuo modo di intendere la professione cosa hai scoperto di inaspettato?
Quasi tutto: Sanremo è una cosa talmente enorme e strana, che è totalmente estranea a tutto ciò che avevo fatto e sto facendo ora. È una bolla nella quale entri e ti senti subito importante per il solo fatto d’essere lì. Ma poi finisce, la bolla scoppia e ti ritrovi a dover ricominciare daccapo. La cosa che mi ha insegnato è sicuramente la consapevolezza che quando la parabola scende, devi resistere fisicamente. Quindi, di nuovo, costanza e resistenza. Dall’altra parte, quando mi sono approcciato a questa esperienza avevo gli occhi un po’ più “azzurri”, più incantati, e quando ne sono uscito ho capito che non era tutto oro ciò che luccicava, e che proiettarsi nel “dopo” è una vera impresa. Il saliscendi può creare anche scompensi.

Ti aspettavi, in tutta franchezza, un riscontro immediato?
In realtà, c’è stato un cortocircuito inatteso: il mio progetto discografico, per tutta una serie di ragioni che con la Musica non hanno nulla a che fare, è morto un minuto dopo la fine dell’avventura a Sanremo anziché iniziare. Questo ha creato uno stop forzato di due anni e la necessità di rielaborare tutto.

Venendo al tuo primo album, in cosa ne individueresti il fulcro in termini espressivi?
Intanto, devo dirti che io non lo considero un vero e proprio album, ma piuttosto una raccolta elaborata in risposta alla partecipazione al Festival: così, ho messo insieme le canzoni migliori che ho scritto tra i 18 e i 24 anni, quindi si tratta di un progetto al quale manca un vero e proprio senso comune. Trattandosi di pezzi scritti negli anni del liceo e dell’università, sono io al centro (cosa che a oggi guardo con occhio critico): “Acqua e neve” e “La sedia con le ali”, le più introspettive, sono infatti fra i pezzi che mi stanno più a cuore.

Ho avuto l’impressione che, nel tuo modo di scrivere e di guardare alla vita, si trovi un equilibrio molto dolce tra la speranza e il dolore.
Mi fa molto piacere quello che mi dici, perché questo è un aspetto al quale guardo con grande attenzione: quando mi accorgo che sto pendendo troppo da una parte, tendo a raddrizzare il tiro. Cerco sempre, comunque, di essere il più sincero possibile, e la chiave della sincerità ti fa dirigere in una direzione o nell’altra senza escludere alcun colore emotivo.

Dal punto di vista delle ispirazioni, su cosa tendi a focalizzare la tua attenzione? Cosa ti tocca maggiormente, del mondo che ti circonda?
Una bellissima domanda alla quale è difficile rispondere: ciò che mi attira maggiormente è proprio ciò che non devo fare né essere, cioè qualcosa d’altro da me, che guardi il mondo con occhi che non sono i miei, che scriva come oggi va di moda o funziona scrivere. Voglio accettarmi coi miei difetti e farne dei pregi, se non anche dei vezzi che diventino elementi distintivi: la mia voce, il modo di pronunciare le parole, il modo di sceglierle e di cantarle. L’accettazione dei miei difetti, stilistici e umani, voglio rappresentino la mia cifra.

Il tuo brano sanremese, Nel mare ci sono i coccodrilli, hai raccontato che è nato dalla lettura dell’omonimo romanzo di Fabio Geda. Nel tuo scrivere, in effetti, c’è molto di letterario in termini di costruzione delle strofe e di rimandi verbali. Sei un avido lettore?
Abbastanza, e mi piace “rubare” di qua e di là, rielaborare ciò che mi colpisce. In realtà, ho notato che le cose più vere che faccio sono sempre e comunque quelle che appartengono più alla vita vissuta, all’istinto, e la nuova canzone che ho appena pubblicato me l’ha ulteriormente provato: ho voglia di scrivere liberandomi dalle forme che ingabbiano costringendoti a un percorso segnato. Sì, le letture sono un arricchimento, ma bisogna svincolarsi perché ciò che scrivi suoni vero all’orecchio di chi ti ascolta, e al tuo.

Nei tuoi testi ricorrono spesso i colori del cielo e del mare: sono le impressioni della tua terra, delle terre che ami?
Assolutamente sì: ho vissuto a Sant’Arcangelo di Romagna fino a due anni fa, ci torno spesso perché lì c’è tutta la mia famiglia, ho vissuto molti momenti della mia vita in montagna, dunque le zone incontaminate e bucoliche continuano a ispirarmi e ad aiutarmi a ritrovare me stesso quando fuggo da Milano in cerca di pace. Le parti interne, meno conosciute, quelle non rovinate dall’uomo, sono e restano il mio rifugio ideale.

In questi due anni come hai lavorato alla nascita di un progetto del tutto nuovo?
Si è trattato di un processo molto complesso, come sempre accade quando ti trovi a dover chiudere una parentesi negativa, sia essa a livello personale o professionale: metti in dubbio te stesso e ciò che fai, rigetti e acquisisci informazioni… ho scritto tanto, poi mi sono accorto che stavo scrivendo solo merda e ho buttato tutto via, ho ricominciato, riscritto, cancellato, son passato da uno studio all’altro. Poi quella parentesi finalmente si chiude, la vita va avanti e cambia il tuo sguardo anche su ciò che hai fatto: incominci a riconoscere qualcosa da salvare, e tra le cose da salvare c’è anche questo singolo, anteprima del primo vero disco nel senso classico del termine, del primo progetto organico.

Mi hai detto che alla tua prima raccolta, col senno d’oggi, guardi in modo critico perché la trovi troppo incentrata su te stesso: Il cuore degli altri rappresenta un cambio di prospettiva, un rivolgere l’attenzione a tutto ciò che c’è intorno, all’altro da te?
Esatto: mi sono accorto che era una cosa negativa — lo è in generale, per chiunque faccia il mio mestiere — voler sempre, costantemente, necessariamente rivolgere la fotocamera del telefono a sé e non ribaltarla mai. Ho ragionato sul fatto che, come diceva Gaber, il raggiungimento della propria felicità è possibile solo se passiamo prima attraverso la felicità degli altri, e quindi mi sono accorto di quanto sia necessario occuparsi di chi ci circonda per diventare persone migliori. Il pezzo parla proprio di questo, dello spostare lo sguardo accorgendosi di quanta bellezza ci sia intorno a noi, ricavandone anche una sensazione di speranza e di pace interiore dopo un periodo di down emotivo.

Dobbiamo aspettarci che questo sarà il fil rouge dell’intero album?
Assolutamente sì: in generale, credo che saranno proprio speranza e fiducia a rappresentare il denominatore comune tra i pezzi.

Dal punto di vista delle sonorità, come hai lavorato?
La raccolta, come dicevo prima, risentiva dell’urgenza di tirar fuori un lavoro discografico che fosse pronto per il Festival, quindi tutte le esperienze produttive diverse che avevo fatto in quegli anni furono rielaborate e remixate in chiave pop, il che ha rappresentato un grosso sbaglio. In questo primo album, invece, la produzione è esattamente rispondente ai miei desideri, l’elettronica e i suoni anche, e posso dire d’aver completamente evitato qualsiasi ragionamento che tenesse conto delle abituali pretese o imposizioni del mercato radiofonico o discografico attuale. Nel caso de “Il cuore degli altri”, per esempio, prevale una chitarra anni ’70 registrata con un microfono a contatto, quindi sporca, quasi come fosse spaccata, accompagnata da una batteria elettronica e un pianoforte a muro nello stile di Tom Waits… a livello produttivo sono stato il meno paraculo possibile. 

Stai già immaginando un futuro, in termini d’ispirazioni, o sei completamente concentrato solo su questo progetto?
Devo dir la verità: al momento, sto profondendo tutte le mie energie nella costruzione dell’album di prossima uscita: scrittura, registrazione, produzione… poi, ovviamente, vorrei iniziare una florida stagione di concerti: ho suonato un po’, in questi mesi, ma non essendoci dietro un progetto, mi son sentito come se fossi stato invitato a qualche festa ogni tanto. Adesso, le feste voglio iniziare a organizzarle io! (ride, n.d.r.)

La dimensione del live cambia, in qualche misura, il tuo stesso modo di guardare alla tua professione e alla Musica stessa?
Al di là del permetterti un costante allenamento — ovviamente, più suoni e più migliori —, trovo che il dono più grande dell’esibirsi live sia rappresentato dalla voglia di vivere: ogni volta che suono dal vivo, esco dal palco con un entusiasmo sempre nuovo, come fosse una iniezione di coraggio e di determinazione. Mi sento una persona più forte e più realizzata.

Un’ultima domanda: nella tua prima raccolta hai immaginato di scrivere una lettera al te stesso del futuro: oggi a quella lettera aggiungeresti qualcosa?
Ti dirò: oggi non la riscriverei, perché non avverto più il bisogno di porre me stesso al centro delle mie canzoni. Superato quel momento, adesso ho bisogno di allargare il mio sguardo su tutto ciò che mi circonda. Quella canzone, scritta quando avevo 19 o 20 anni, mi emoziona ancora tanto, pur con tutti i suoi difetti, ma oggi la mia vita e ciò che canto vorrei fossero un tramite, per gli altri, per comprendere meglio se stessi e il mondo.

Per interagire direttamente con Braschi e per informazioni sui prossimi appuntamenti live, vi rimandiamo alla sua pagina Facebook ufficiale.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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