Marco Ligabue, l’ottimismo che alimenta i sogni (intervista)

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Il talento: un affare di famiglia. Viene spontaneo affermarlo, se s’ascolta con attenzione la discografia di Marco Ligabue: fratello minore di Luciano, prima autore e chitarrista nella band Rio — da lui stesso fondata nel 2001 —, con la quale incide quattro album, e poi interprete solista dal 2013 con altri tre dischi all’attivo, un numero quasi incalcolabile di concerti e un deciso impegno nel sociale (è testimonial ufficiale della ONLUS City Angels), Marco propone un rock anglosassone nella intensità dei suoni e molto italiano nella sincerità. Nei suoi pezzi, la vita non indossa maschere e non delega responsabilità: che siano amore o rabbia, caduta o riscatto, grattacieli o mare, scoperte o rinunce, pause o scatti, leggerezza o riflessione, ogni colore emotivo porta in sé il suo opposto e la tonalità che ne risulta ha sempre una dominante di positività concreta e ispiratrice.

Altalena, il nuovo singolo pubblicato lo scorso 28 giugno, scritto a quattro mani con Leonardo Cristoni e arrangiato da Federico Nardelli, rappresenta un nuovo esperimento dal punto di vista sonoro, ma il raccontare resta intimo e franco, come da (bella) abitudine: forti sono le ispirazioni al folk britannico, sulle quali si dondola un addio al quale la strada percorsa insieme copre le spalle con una malinconica e insieme affettuosa coperta di fotografie e promesse rimaste sospese, proprio come su un’altalena dalla quale non si vorrebbe mai scendere.

Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare telefonicamente con il cantautore, impegnato fino a settembre in un lungo tour— sul palco con lui, Jonathan Gasparini (chitarra), Diego Scaffidi (batteria) e Luca Spaggiari (basso e sax) — in tutta Italia: bilanci provvisori e progetti (quasi) definitivi di un inguaribile ottimista con lo sguardo puntato verso nuove albe e sottobraccio un passato che è compagno di viaggio e mai rivale.

LE DATE DEL TOUR (IN AGGIORNAMENTO)

21/07 Porto Sant’Elpidio (FM)
28/07 Pianella (PE)
29/07 San Felice Circeo (LT)
31/07 Amaroni (CZ)
04/08 Trecasali (PR)
05/08 Porto Rotondo (OT)
06/08 Cavriglia (AR)
07/08 Soveria Simeri (CZ)
08/08 Montesano (LE)
10/08 Montecosaro (MC)
11/08 San Buono (CH)
12/08 Avigliano Umbro (TR)
13/08 Pegognaga (MN)
14/08 Bellante (TE)
15/08 Marsico Vetere (PZ)
17/08 Montalto di Castro (VT)
18/08 Gallipoli (LE)
23/08 Cappella de Picenardi (CR)
25/08 Sala Consilina (SA)
31/08 Pescorocchiano (RI)
08/09 Pentone (CZ)

IL VIDEO UFFICIALE DI “ALTALENA”

Girato a Cognento di Modena nella bellissima Villa Giliana, e diretto dal modenese Fabio Fasulo, vede come interpreti femminili Aurora Pettenati e la piccola Luna Scaffidi (figlia del batterista di Marco).

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LA NOSTRA INTERVISTA

Come ti sei avvicinato al mondo della Musica?
Guarda, l’amore per la Musica è nato proprio quando ero piccoletto: ho iniziato ascoltando i vinili che portava a casa mio fratello appassionandomi sempre di più, ma la vera, grande scintilla è stata a quindici anni, quando presi per la prima volta in mano una chitarra: una folgorazione! Fu allora che capii che avevo voglia di suonare, di buttarmi in mezzo alla Musica. Così, ho avuto tante esperienze all’interno di band, come chitarrista, e da sei anni ho deciso di lanciarmi in questo mio percorso da cantautore. Una cosa, devo dire, che è arrivata abbastanza inaspettata, perché non avevo mai avuto il desiderio di cantare, di mettermi al centro della scena; invece, sei anni fa mi sono arrivate canzoni talmente personali, che avevo talmente voglia di far uscire, che non ho potuto far altro che intraprendere questa avventura.

Nelle primissime fasi del tuo “innamoramento”, quali sono stati gli ascolti più formativi o dalla più forte carica ispiratrice?
In quel periodo ascoltavo molto musica prog che capivo e non capivo, qualche vinile dei Police… quando poi siamo arrivati al rock classico, lì mi sono innamorato. 

L’avventura con i Rio com’è nata?
La band ho voluto formarla perché praticamente ho fatto dieci anni, dai venti ai trenta, con una band scalcinata di rock and roll il cui unico obiettivo era divertirsi. Eravamo una sorta di Blues Brothers emiliani e si giocava tutto sulla leggerezza. Verso i 30 anni ho iniziato a scrivere canzoni che avevano qualcosa da dire e così ho fondato i Rio: all’inizio, ho chiamato musicisti della mia zona molto legati al blues e al rock, poi abbiamo avuto vari avvicendamenti perché, trattandosi di una esperienza nuova, neppure io sapevo bene dove andare. Ci abbiamo messo qualche anno per trovare la formazione giusta, fino a che nel 2004 siamo usciti con il primo disco, che vedeva Fabio Mora come cantante e frontman (lo è ancora oggi).

Di questo lungo periodo di vita da gruppo, qual è stato il più importante insegnamento che hai portato con te nella carriera cantautorale?
In una band è molto forte il confronto: nei Rio era bello e vivace, perché al contrario di ciò che accade quando si lavora da solisti, essere parte di un gruppo vuol dire che ognuno cerca di dare una propria identità al sonoro, all’immagine, alla comunicazione. Ho appreso tanto da tutti i musicisti: per esempio, il batterista Cesare Barbi puntava molto sul groove ritmico, un aspetto che non avevo mai affrontato fino in fondo prima di lavorare con lui; Fabio Mora, in quanto cantante, cercava sempre degli abbellimenti relativamente alla vocalità: arrivando da una scuola di cantautori, per me l’aspetto più importante era comunicare la parola, così lui da lui preso tanti spunti per rendere più gradevole la voce e più musicali le strofe. Posso dire che siamo cresciuti insieme sia attraverso i live che in fase di registrazione, dal momento che alcuni dischi li abbiamo realizzati con un produttore, ma un paio ce li siamo fatti da soli.

In quel periodo, da cosa ti lasciavi ispirare principalmente per dar vita alle vostre canzoni?
Guarda, le tracce per i primi due album le ho scritte praticamente tutte io e parlavo soprattutto della mia giovinezza, dell’amore per le ragazze, dei sogni che a vent’anni sono enormi. Abbiamo anche affrontato alcune tematiche che mi stavano particolarmente a cuore: in quel periodo, ero attentissimo ai problemi dell’ambiente e ho scritto questo pezzo che si chiama “Il gigante”, che abbiamo realizzato con Fiorella Mannoia, perché ci tenevo a veicolare anche un messaggio ecologico. Quindi sogni, speranze, ma anche argomenti di carattere sociale.

La scelta d’intraprendere un cammino indipendente dal gruppo è nata sulla base di quale nuova esigenza espressiva?
Come ti accennavo prima, dopo i quarant’anni è arrivato un periodo nel quale mi si sono affacciate alla mente canzoni diverse, che avevano un taglio più cantautorale e mi accorgevo che anche il linguaggio, il modo di comunicarle, era molto mio. Non sarei riuscito a “incastrarle” nella produzione della band, ci sarebbero state strette. Anche perché Fabio Mora è molto bravo a cantare, ma non ha questo imprinting cantautorale col quale riesci a dare peso a contenuti diversi, più impegnati (lui è abbastanza scanzonato), e quindi ho sentito l’esigenza di mettermi in gioco in prima persona.

Nel tuo primo album, Mare dentro, a farla da padroni sembrano essere due elementi: l’introspezione e l’ottimismo.
Assolutamente sì: ottimismo, leggerezza, positività, sono sentimenti che mi piace molto trasmettere, perché la Musica per me è sempre stata qualcosa che mi fa star bene, ma che mi dà anche tanta speranza. Essendo cresciuto così, cerco di restituire le stesse sensazioni a chi mi ascolta. Nel disco, per esempio, c’era lo spunto a lanciarsi in qualche piccola pazzia nel primo singolo estratto, che si chiama proprio “Ogni piccola pazzia”, il ricordare che anche se cadi ti puoi rialzare, l’invito a far squadra, di far spogliatoio, tutti temi che hanno a che fare proprio con la positività e l’ottimismo.

Mi aveva infatti colpito proprio questo: il tuo raccontarti come un uomo che non teme di riconoscere e affrontare difficoltà e ferite, né permette loro di offuscare il suo sguardo sul domani.
Mi fa davvero piacere sentire che sei andata proprio a fondo nell’analizzare ciò che scrivo. È esattamente così, sono racconti che faccio spesso anche durante i concerti: parlo dei momenti di fragilità che mi son capitati anche nel mio percorso musicale, perché quando ti metti a nudo e ammetti le tue debolezze, debolezze che sei riuscito a superare venendo fuori ancora più forte, hai uno sguardo ancor più positivo verso la vita e il futuro. 

Tra i tuoi testi, ho amato Spirito libero per il suo raccontare con nostalgia un Paese e un senso collettivo di speranza che oggi non sembrano più esistere. Cosa significa, per te, la parola “libertà” in un mondo come questo?
“Spirito libero” aveva molto a che fare con l’istintività che avevamo allora, mentre oggi sento molto calcolo: il nostro modo di vivere è profondamente cambiato per colpa o merito della tecnologia, e adesso qualsiasi cosa fai passa sempre attraverso il telefono, viene tutto calcolato, previsto. A me manca quell’imprevedibilità, mancano quelle giornate che non avevi messo in conto e che capitano all’improvviso. “Spirito libero” intendeva raccontare questo, e questo mi manca come il pane, proprio come dico nella canzone.

Qual è, invece, il tuo punto di vista sui benefici che le nuove tecnologie apportano a chi fa Musica?
La Musica io ho iniziato a farla negli anni ’80/’90, e allora per incidere una canzone dovevi andare in uno studio di registrazione con dei costi altissimi, perciò poteva permetterselo solo chi era ricco o aveva trovato qualcuno che investisse su di lui. Quindi stiamo parlando di quei pochi che non solo riuscivano a incidere la propria Musica, ma anche a proporla, perché allora non esistevano né i social né YouTube. Oggi la tecnologia facilita tanto sia in fase di registrazione a casa, perché ci son tanti programmi per PC anche se non sei un professionista o non hai una band e vuoi incidere voce e chitarra, che in fase di diffusione, per l’esistenza di molteplici piattaforme che diventano vetrine a disposizione di tutti. D’altro canto, un mercato musicale così ampio e aperto rende molto più difficoltoso farsi notare.

Prima parlavi dell’importanza di mettersi a nudo, di mostrare le proprie fragilità anche esibendosi live: trovi nella Musica anche una protezione contro i rischi che una così sincera esposizione di sé potrebbe comportare?
Devo dire di sì: nella Musica credo tantissimo e a volte mi metto più a nudo nelle canzoni che nei discorsi con un amico, forse per timidezza. Questo sicuramente per me è un ottimo diario sul quale annotare tutte le mie sensazioni più intime.

Pensando a Il silenzio è dolo, credi che la Musica possa ancora assolvere al compito di farsi strumento di rivoluzione culturale?
Questa è una bella domanda: per la Musica quello attuale è un momento particolare, che onestamente faccio fatica a capire. Ho iniziato in anni nei quali la sensazione che certi testi, certi festival potessero davvero portare una sensibilità diversa era forte. Oggi vedo la Musica come una via di fuga dalla realtà, più che come un momento d’impegno: visto che la vita si sta facendo sempre più tosta, hai bisogno di una coccola, di un momento per svagarsi e alleggerirne il peso. Così mi sembra di capire che oggi venga percepita. Qualche anno fa, anche quando ho scritto “Il silenzio è dolo”, ero davvero convinto che artisti uniti sotto un messaggio comune potessero smuovere le coscienze. Anche girando in piazza, prima piaceva anche a me parlare di più di tematiche sociali, mentre oggi appena inizi con un certo tipo di discorsi, la gente ti fa subito capire che è stanca. Probabilmente c’è un’insoddisfazione così dilagante che si spera che la Musica porti a territori di sogno e leggerezza.

Nel tuo scrivere mi sembra torni spesso il tema della sosta intesa come necessario rifornimento prima di affrontare una nuova avventura. C’è stato, nella tua carriera, uno stop che consideri essenziale?
Sì, decisamente: il periodo tra il mio abbandonare i Rio e il primo album da solista è stato sì uno stop, perché ho lasciato un’oasi sicura e di successo, una zona di comfort, ma è come se avessi preso uno slancio da fermo. Sei mesi/un anno, tra il 2012 e il 2013, uno slancio che ho ancora addosso, del quale sento ancora tutta l’energia, la carica: pensa che in questi sei anni ho fatto più di cinquecento concerti, oltre ai tre dischi. Per uno che è partito da solo, con l’elmetto in testa, son davvero tante cose.

Restando proprio sul discorso dei live, qual è la sensazione più bella che riescono a regalarti?
Guarda, io sono proprio felicissimo quando mi danno tante date, perché già solo sapere d’avere un concerto mi fa star bene. Ho trovato negli ultimi anni la dimensione perfetta nelle piazze, un posto che tanti altri artisti snobbano ritenendolo riduttivo. Invece per me queste location sono estremamente stimolanti, perché in piazza c’è tanta verità: un po’ di persone che vengono a vedere me perché mi conoscono, un po’ di persone incuriosite dal cognome, un po’ di detrattori che stan lì cinque minuti e poi corrono al bar a fare battute con gli amici… il mio concerto non è una celebrazione, è un appuntamento per andare a farmi conoscere e conquistare un pubblico che in parte mi segue da tempo, in parte non sa neanche chi sono. Questa cosa mi mette nell’ordine d’idee di partire tutte le sere dallo 0-0 e senza pronostici, il che è uno stimolo grandissimo che ti fa vivere ogni concerto come una cosa nuova e diversa.

Tornando alla tua musica, com’è nata la collaborazione con Lucariello?
“Un attimo fa” è un brano che ho scritto perché mi è capitato di conoscere Benedetto Zoccola, imprenditore di Mondragone vittima del clan dei Casalesi. Lui ha combattuto e sta pagando un prezzo molto caro: vive sotto scorta, una bomba carta fatta esplodere a poca distanza gli ha provocato la perdita della vista a un occhio e dell’udito a un orecchio. Quando ha raccontato a cuore aperto la sua storia, son rimasto molto colpito e in due giorni, giusto il tempo di tornare a Correggio ed elaborare le sue parole, ho subito scritto il pezzo. Gliel’ho fatto ascoltare, Benedetto si è commosso e allora gli ho detto «dai, adesso però vorrei aggiungere una voce del tuo territorio, perché credo che possa dare alle parole un peso ancora maggiore» . Conoscevo bene Lucariello, che è da sempre impegnato nel sociale con anche progetti nelle carceri, e così ci siamo ritrovati in studio e il pezzo ha preso vita naturalmente, funzionando fin da subito.

Arriviamo al nuovo singolo: Altalena in quale fase creativa della tua vita si colloca?
Per i primi quattro-cinque anni ho avvertito il bisogno di fare dei dischi perché volevo subito, di getto, tirar fuori le tante canzoni e le tante tematiche che avevo in testa. Adesso, invece, sono in una fase nella quale mi piace tirar fuori dei flash, quelli che io chiamo “singoli all’improvviso”: “Altalena” è nata come una riflessione sul fatto che emotivamente tutti prendiamo le nostre batoste — l’ultima, grossa, è arrivata per me tre anni fa, quando mi sono lasciato con la mia compagna, che è anche la mamma di mia figlia — e ci piacerebbe ripartire di slancio, dire “bene, adesso guardo solo avanti”. In realtà, i conti con ciò che è stato, col tuo passato, devi sempre farli. Da qui la metafora dell’altalena: già da bambini abbiamo la spinta naturale a lanciarci verso la vita, verso le cose belle, ma poi la vita stessa ti riporta indietro, costringendoti a riflettere su cosa sei stato e su chi sei. Ma nonostante ciò, come ti dicevo prima, per me funziona il “non importa quanto cadi, ma quanto ti rialzi”: ci credo tantissimo in queste parole che ho scritto (nel pezzo “La differenza”, n.d.r.), perché le batoste e gli sbagli ci rendono migliori e più forti.

Questi singoli all’improvviso, oggi, di quali suggestioni o ispirazioni sono figli?
Ultimamente, mi piace sempre di più concentrare l’attenzione su tematiche vere e reali: come dicevamo prima, “Un attimo fa” l’ho scritto proprio perché sono stato colpito da una vicenda reale, “Altalena” nasce dal mio vissuto, “Quante vite hai” — il singolo che ho scritto prima di “Altalena” — parla del mio nuovo amore… se mentre con i Rio mi piaceva ogni tanto fantasticare, andare su pianeti diversi, adesso preferisco toccare sfere molto personali.

Dal punto di vista delle sonorità, Altalena guarda al folk britannico di stile Mumford & Sons: è quello, l’universo dal quale ti stai lasciando ispirare, o mantieni aperte tutte le porte?
Essendo nato coi cantautori, se parliamo di testi è il loro mondo che m’ispira maggiormente da sempre. Se invece ci spostiamo sulle sonorità, ho sempre ascoltato tanto rock sia inglese che americano, ma anche la musica folk quando non è troppo classica: i Mumford per me sono stati tra i più bravi a rivisitare il folk delle origini in una chiave moderna e avevo da tempo il pallino di scrivere qualcosa che toccasse quel mondo sonoro, ma vuoi perché non era ancora arrivato il pezzo giusto, vuoi perché non è facile trovare in Italia un produttore che ti spinga in quella direzione, non ero mai riuscito a realizzare quest’idea. “Altalena” l’ho scritta fin da subito nel loro stile e avendo lavorato con questo produttore, Federico Nardelli, giovanissimo ma profondo conoscitore della Musica e in grado come pochi di concretizzare esattamente ciò che hai nella testa, alla fine ce l’abbiamo fatta a far avverare il mio piccolo sogno. Mi è impossibile da dire se proseguirò su questa linea perché lascio sempre che siano le canzoni a suggerirmi in quale direzione andare. 

Il progetto di un nuovo album è qualcosa a cui pensi, o preferisci concentrarti su queste “ispirazioni flash”?
Avrei voluto aspettare settembre e la fine del tour, ma già da un po’ di tempo ho quest’idea di lasciar uscire ancora qualche singolo e poi, il prossimo anno, raccogliere il meglio di ciò che ho fatto nella mia carriera musicale: taglierò il traguardo dei 50, è forse arrivato il momento di tirar le somme di ciò che ho combinato, sia da cantautore solista che con i Rio.

Tornando per un attimo al folk, quanto entra la tua terra in ciò che scrivi e componi?
Tantissimo. Credo d’avere nelle mie canzoni una spontaneità e una allegria tipiche di noi emiliani, ma anche la concretezza: spesso capita di ascoltare pezzi che non si sa dove vogliano andare. Ecco, io credo che i miei siano molto concreti dal punto di vista del racconto e del testo. Concretezza, leggerezza, spontaneità ci sono un bel po’ nelle mie canzoni… per non parlare dell’accento! (ride, n.d.r.)

Nel modo di guardare alla Musica e all’essere artista, quali sono i punti in comune con tuo fratello?
Io e Luciano siamo molto simili, dal punto di vista dell’amore che nutriamo per la Musica: tutti e due siamo guidati da una forte passione, che ci è stata trasmessa dai nostri genitori, e siamo stati catturati dal rock e dai cantautori, lui anche più di me, dal momento che ha dieci anni in più e ha vissuto appieno gli anni ’70, epoca d’oro dei grandi maestri. Ci distinguiamo solo, forse, nella scrittura: io sono un po’ più leggero e scanzonato, mentre lui lavora molto sulla densità delle canzoni, ci tiene a che abbiano tanto succo. Però se in questa apparente leggerezza riesco a far arrivare anche la mia, di profondità, mi ritengo molto soddisfatto.

Un’ultima domanda: hai un obiettivo professionale immediato, per il prossimo futuro?
Guarda, adesso sono nel pieno del tour e arrivo da un anno estremamente impegnativo, che mi ha visto anche partecipare a una trasmissione televisiva, “All together now” (era uno dei giurati, n.d.r.), bella ma totalizzante. Perciò mi piacerebbe tanto riuscire a ritagliarmi un po’ di tempo in più per scrivere, e vorrei veramente riuscire a realizzare il prossimo anno questo progetto che mi permetta di dimostrare cosa sono riuscito a fare in 50 anni di Musica, una sorta di festa che duri tutto l’anno. Quanto a Sanremo, mi son candidato per diversi anni, ma è sempre stato quasi impossibile entrare, anche se non so esattamente per quale motivo. Ma sarei felicissimo di avere una vetrina maggiore e vedo anche che tante persone che mi seguono adesso iniziano a chiedersi perché non passi in radio o n TV, il che comunque mi fa piacere. Spero che prima o poi arrivi un’occasione anche per me, ma non per esibizionismo: solo per avere l’opportunità, con tutta l’umiltà possibile, di fare ascoltare ciò che faccio a un pubblico più vasto. L’importante è che sia con una canzone mia, che mi rappresenti al 100%.

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Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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