Ultimo appuntamento del Midnight Jazz Festival. Ne parliamo con Giovanni Tommaso, uno dei protagonisti

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Foto Emanuele Vergari

Con l’appuntamento di mercoledì 31 luglio si chiude l’annuale rassegna Midnight Jazz Festival. Cinque concerti andati in scena al  Centro Congressi di Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, in Piazza degli Affari a Milano. Dopo l’apertura con l’esibizione di Area Open Project guidata da Patrizio Fariselli e dopo l’omaggio a Demetrio Stratos a 40 anni dalla scomparsa, con gli interventi di Eugenio Finardi e Fabio Treves, la rassegna è proseguita con il sestetto di Rudy Migliardi, il quartetto di Aurore Voilqué con Angelo Debarre, fino a Roberto Martinelli All Stars Ensemble. Il ciclo si chiude alle 21 del 31 luglio con un quartetto supergruppo formatosi per l’occasione: avremo Rita Marcotulli, pianista e compositrice di estrazione classica, Stefano Di Battista, giovane talento che ha da sempre dato un’impronta di allegria alla sua musica, quindi Israel Varela, batterista, cantante, compositore, produttore, nato a Tijuana, Messico, e infine Giovanni Tommaso, contrabbassista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra. Nella stagione del pop italiano entra di diritto con il gruppo Perigeo, per collaborare poi con Weather Report, Mahavishnu Orchestra, Sonny Rollins, Dexter Gordon, Lionel Hampton, Gil Evans, Max Roach, Elvis Jones, Chet Baker, Kenny Clarke, Steve Lacy, Johnny Griffin, Bobby Mc Ferrin. È a lui che abbiamo chiesto di fare il punto sulla situazione Jazz in Italia.

Giovanni, come riuscite a mettervi d’accordo sul palco visto che non avete mai fatto un concerto insieme?
Esattamente: con questa formazione non abbiamo mai fatto concerti insieme, però qualche prova la faremo. Anni fa, però, avevamo messo in moto un progetto documentato da un disco uscito con la Repubblica e L’Espresso e prodotto da La Casa del Jazz.  Noi proponemmo un omaggio a Fabrizio De André dove oltre a Rita Marcotulli e Stefano Di Battista c’erano anche Roberto Gatto e Fabrizio Bosso. Per l’occasione abbiamo usato un video dove De André cantava un brano e noi l’accompagnavamo, la canzone era “Ho visto Nina volare”. L’abbiamo presentato alla Festa del Primo Maggio a Roma. Credo che lo faremo anche a Milano insieme ad altri brani di De André. 

Quanta improvvisazione ci sarà in questo concerto?
Il Jazz si muove sulla progettualità ma anche molto sull’improvvisazione, un minimo di progettualità è indispensabile.  È anche vero che alcune volte riescono benissimo anche i concerti improvvisati. Qui però un certo rischio è in agguato, alla fine però è la musica che deve vincere. Quando si trovano sullo stesso palco musicisti di grande valore, possono emergere le individualità, di cui il Jazz ha necessità, però poi si devono fare i conti con il risultato finale. 

Come è cambiato il pubblico che segue il Jazz?
Trovo una grossa differenza tra quello che oggi segue il Jazz e quello che lo seguiva negli anni Settanta. In quegli anni il pubblico era eterogeneo, c’erano gli appassionati di Jazz, del Folk e dei cantautori, perché l’importante era stare insieme, uscire di casa e rompere la logica dei programmi del dopo cena, da Carosello in poi. Quindi uscire e confrontarsi con i coetanei. Questo ha portato ai grandi numeri, perché allora si parlava di un pubblico di migliaia di persone. Adesso siamo davanti a numeri ben diversi di pubblico, perché è più selettivo. 

A un certo punto hai lavorato molto nel campo della musica pop, curando e arrangiando dischi di Riccardo Cocciante  (A mano a mano e Cervo a primavera), Mina (Finalmente ho conosciuto il Conte Dracula), Rino Gaetano (E io ci sto) e Ivan Graziani (Viaggi e intemperie). Come riuscivi a coniugare la passione per il Jazz con un mondo apparentemente distante?
È stato un periodo che ho vissuto con sentimenti contraddittori. C’era l’attrattiva di misurarmi in un campo che avevo poco frequentato, con un aspetto remunerativo decisamente superiore al Jazz.  Era un periodo d’oro per la discografia, come produttore e arrangiatore avevo anche una percentuale sulle vendite. Avevo un contratto in esclusiva con la RCA, con una liberatoria che ottenni per curare l’album di Mina. Dopo averne curati tanti di dischi per altri ho deciso di chiudere, in un momento dove ancora la discografia tirava bene. 

Non possiamo non parlare della reunion che avete fatto come Perigeo al Musart Festival di Firenze: come è andata?
È stata una faticaccia, abbiamo dovuto studiare il repertorio di allora, passando in rassegna i nostri album degli anni Settanta. Io ho dovuto ristudiare il basso elettrico che non usavo da allora. La cosa fantastica è stato come vivere di nuovo quel passato. Vedere anche gli altri del gruppo originario partecipare con entusiasmo è stato impagabile. Di quel concerto esistono riprese video fatte professionalmente da una numerosa troupe, vedremo se ne seguirà la pubblicazione. Ho chiesto di visionare sia l’audio che il video. Chissà.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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