La tecnologia e la scienza, nel loro sempre più esasperato percorso evolutivo, stanno andando di gran lunga al di là del mero significato strumentale che avevano in origine. È una consapevolezza che negli ultimi anni stanno sempre più acquisendo numerosi studiosi sia del mondo filosofico che di quello scientifico. Non solo l’esperienza della catastrofe ecologica prossima ventura, ma anche la progressiva deprivazione della propria soggettività di faber, inteso come “costruttore/trasformatore” dell’universo, sia universale che individuale, portano a vedere la propria identità come un percorso a ostacoli sull’orlo dell’abisso del nulla esistenziale.
Un percorso che, come succede pressoché sempre, i grandi artisti calcano per primi segnando una strada, a volte con un’inquieta lucidità da chirurgo, altre con una disarmante innocenza da “fanciullino pascoliano”. Il pittore monzese Guido Pajetta, personaggio sempre alla ricerca di nuovi stimoli, sempre affascinato da inedite curiosità operative, sempre “in grado di resistere a tutto tranne che alle tentazioni” artistiche, fu per tutto il XX secolo colui che più di ogni altro in Italia riuscì a elaborare quella tensione verso la catastrofe prossima ventura coniugandola seguendo le varie correnti e temperie del ‘900 per arrivare a un eclatante espressionismo. La mostra antologica Miti e figure tra forma e colore, allestita fino all’1 settembre al Palazzo Reale di Milano, lo dimostra appieno.

Ritratto di signora, 1922

Formatosi all’Accademia di Brera secondo la tradizione ottocentesca — come mostra il “Ritratto di signora” del 1922 che apre l’esposizione e che gli fece, ventiquattrenne, ottenere il diploma —, aderì presto al Novecento, seguendo la lezione di Mario Sironi, ottenendo i primi riconoscimenti e la prima partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1928.
La sua “coloritura inconfondibile” e il ricco gusto compositivo, con l’aggiunta di una componente mitico-arcaista, che lo faceva accettare alle mostre del Sindacato Nazionale Fascista delle Belle Arti, lo portarono verso una prima definizione stilistica personale, con un’apertura insieme lirica e misteriosa. “Viaggio nel mito” del 1930 oppure la poetica “Madonna” del 1932 sono opere già “insubordinate” rispetto al clima imperante, prologo al desiderio liberatorio che, anche grazie ad alcune esposizioni all’estero (specie a Parigi, dove il suo colorismo acquisì sempre più consonanza con quello dei fauve), lo portò a confrontarsi con suggestioni tardocubiste e le immaginazioni della metafisica.

Nudo di donna che si pettina, 1957

In seguito, la sua disinvolta leggerezza gli fece dimenticare le atmosfere cupe e le forme volumetriche sironiane per scoprire il naturalismo chiarista e un paesaggismo urbano quasi sentimentale, come in “Fiori a Venezia” e in vari autoritratti (ce ne sono una serie, di varia datazione, raccolti insieme a riempire un’intera parete). Con il dopoguerra, invece, Pajetta alimentò la necessità di una nuova sintesi, che lo portò verso un sempre più esplicito sentire espressionista, tra sintesi formale e colori vibranti.
Negli anni ’50 fu saltuariamente a Parigi, dove assorbì nuove prospettive, espose a Londra e visse la svolta drammatica, di crisi, riflessiva, che ebbe come riferimento Georges Rouault e persino Francis Bacon, con la sua “pittura che ti colpisce direttamente al sistema nervoso”. Dalla metà dei ’60 alla morte, avvenuta nel 1987, iniziò così a dipingere personaggi che sembrano vivere il complicato dramma della separatezza individuale, immersi in una personale calamità esistenziale, che è inafferrabile e incomprensibile per il resto del mondo. Lo definivano “sconcertante, con la sua indiavolata tavolozza ripiena di sorprendenti intemperanze”.

Autoritratto con tavolozza, 1950

Un espressionismo esistenziale che non ha eguali nella pittura italiana — unico parallelo possibile, quello con Bruno Cassinari —, con nudi che nulla hanno di erotico, con l’ironia che diventa graffio grottesco, con una sofferenza immediata resa da scontri di zone cromatiche e incidenza progressiva del nero.
L’esposizione milanese raccoglie 95 opere e segue un percorso all’inizio cronologico e poi tematico, analizzando il ritratto, la natura morta, le maschere, la figura femminile, il paesaggio, la guerra. Ha il solo difetto di non sottolineare a sufficienza l’ultima produzione del maestro, ma certamente riesce a illuminare appieno il tragitto di un grande artista, totalmente in sintonia con un secolo che ha scosso dalle fondamenta la visione del mondo, mutandola in maniera irreversibile. E che, insieme, ci ha fatto perdere certezze d’antan e acquisire le insicurezze di oggi.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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